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martedì 20 luglio 2021

La cornice

«Questa è casa nostra, da qua non ce ne andiamo, da qua non uscirà una vite»
 ma 
«Se non ci sono strumenti legislativi per far sì che questa fabbrica chiuda, questi strumenti, evidentemente, si dovranno creare». 
Come?
Secondo me, l'unica soluzione sarebbe, oltre all'occupazione temporanea, la successiva espropriazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. 
Potranno le istituzioni "creare" un siffatto strumento legislativo che non travalichi la cornice costituzionale? Non sto scherzando: la Costituzione italiana potrebbe, nel quadro dell'articolo Uno, prevedere il diritto di esproprio?
Corniciai di tutto il mondo, unitevi.

________

A parte. 
Ricordiamo, or non è molto, che le Istituzioni, quest'anno, hanno conferito il cavalierato del lavoro a John Elkann, la cui finanziaria di famiglia vendette, a suo tempo, la GKN, gioiellino dell'industria manifatturiera italiana, agli attuali finanzieri inglesi. Il Capitale soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato con la camicia, la cravatta aggiustata e tanti camerieri intorno, che adesso che l'hanno con gli egolatri.

mercoledì 7 luglio 2021

Il sogno di ogni lavoratore

[*]




Sulla questione - sugli aspetti di economia politica che la sottendono - lascio la parola a persone più informate e, soprattutto, più preparate di me.
Io mi limito a riportare l'incipit dell'articolo del quotidiano di Confindustria:

«Settimana corta, nessun calo di produttività, salari invariati. A leggerlo così l’esperimento islandese, reso noto in questo inizio estate, sembra il sogno di ogni lavoratore»

per complimentarmi con il redattore, il quale ha scritto "sembra" e non "è". 
Già, perché per quanto la coscienza di classe sia sedata sotto i cuscini del rincoglionimento generalizzato da tecniche, sempre più raffinate, d psi-patologia sociale, come - per esempio - la (imposta) emergenza pandemica, se ogni lavoratore dovesse sognare veramente qualcosa che riguarda, nel profondo, la propria forza lavoro (di qualsiasi genere essa sia, in qualsiasi settore produttivo) che il capitale compra senza ripagarne, per intero, lo sfruttamento, allora il sogno sarebbe sicuramente un altro e non certo quello di una minima riduzione dell'orario di lavoro settimanale.

  

martedì 8 gennaio 2019

Astenersi perditempo o sognatori

[*]

Magari, un domani, il praticante abilitato (non perditempo o sognatore) potrebbe persino presentare domanda per fare il presidente del consiglio.

P.S.
Secondo voi, un Conte che si atteggia a Barone è da considerarsi perditempo o sognatore?



lunedì 17 ottobre 2016

Appunti usuranti

A lavoro usurante corrisponde un lavoratore usurato.
Quali parametri usare per stabilire con correttezza quali lavori sono usuranti e quali no?

È indubbio che alcuni tipi di lavoro siano più usuranti di altri. Sia in termini di consumo mentale che fisico.

Ma siamo proprio sicuri che qualche lavoro sia escluso dal concetto di usura?

Mettiamola in questi termini: quante persone lavorerebbero se potessero vivere senza lavorare, ossia senza vendere sul mercato del lavoro la propria forza, la propria capacità lavorativa?

Chi è che lavora per divertimento, per passare il tempo, per gratificare la propria condizione esistenziale?

Quante mani alzate vedete laggiù?

Riassumiamo: la maggioranza delle persone nasce in una condizione in cui, a un certo punto della vita, o vende la sua forza lavoro o si barcamena con mille espedienti, tipo dormire nelle stazioni, mangiare alla croce rossa, farsi il bagno nei bagni pubblici e cambiarsi i vestiti una tantum perché hai le mutande incrostate.

Io ho conosciuto alcuni di questi tipi umani e mi ci ero anche affezionato, tranne alla puzza.

Non lavoravano. A uno, al compiere dei 65 anni, perché aveva comunque fatto una ventina d'anni di lavoro, gli dettero la minima (prima campava con le mance dei preti). Se la fotteva in tre giorni di albergo per dormire e mangiare e poi punto a capo.

Non faceva lavori usuranti, no: ma era usurato fin nel midollo.

Io alle facce di cazzo sindacali con le trippe da cintura sbottonata dopo mangiato gli strofinerei le palle in terra così per fargli capire da dove vengono e dove vanno le usure.

Tra parentesi: io sono cattivo, ecco, almeno ci provo.

Per non parlare delle facce di cazzo di governative.

Vox populi, che è vox dei, dice non ci sono più soldi. Benissimo. Vedete perché sono cattivo? Perché non ci credo. I cattivi non credono a un cazzo e se incontrano un dio gli chiedono di aiutarli a discredere, a screditare il credo.

Il lavoro usurante dei giovani mortificati dai voucher e dal merdoso job act li mette naturalmente contro gli adulti a un passo dalla pensione perché vulgata vuole che la giustizia di ora provocherebbe ulteriore ingiustizia per chi la pensione – in previsione – proprio non l'avrà.

Guerriglie tra poveri morti di fame. Neanche i primi della classe, gli stronzetti che pontificano alla radio, se ne avvedono. E mettono contro partite iva e dipendenti, privato e pubblico, mai nessuno che infili un dito nell'occhio o nel buco del culo giusto.

Schermaglie volgari, giustappunto.

Io volevo dire stasera che tutto il lavoro erode (da Erode, gran figlio di puttana che eppure poteva non esserlo) e usura.

Solo coloro che sanno sfruttare, erodere, usurare al meglio il lavoro altrui (un lavoraccio anche questo, nevvero) vivono senz'attrito, in sospensione, perché evitano la vita che non desiderano.

Chi lavora non desidera lavorare, è costretto a lavorare. Farsi piacere il lavoro è una costrizione. Dice qualcuno che non sarebbe nessuno se non avesse il lavoro. O bravo bischero. Ma tu sei nato con il lavoro appiccicato addosso come i coglioni?

Articolo Uno: l'Italia è una repubblica fondata sui.

sabato 13 agosto 2016

Quando vi sarà l'essente

Anni or sono, era estate, vendetti a poco prezzo la mia manodopera di scarso valore e minimo sudore a un datore di lavoro, 9€ all'ora (mi davo via per poco, come oggi), a nero, pur trattando egli una materia bianca, come la farina; in breve: fui aiuto fornaio di un panificio piccolo piccolo che produceva un pane indigesto per lo meno a me che se lo mangiavo mi rimaneva sullo stomaco, ma tant'è, avevo bisogno di un po' di soldi per pareggiare i conti dei lunghi inverni del precariato.
In questo forno avevo come compito primario quello di stare al banco vendita e la mattina d'estate mi piaceva vendere pane caldo, schiacciate, panini, crostate e biscotti toscani fatti con margarina bavarese, a belle signore indigene ma anche forestiere e quelle che apprezzavo di più erano le scollate, dai fianchi larghi e la schiena nera verniciata dalle pennellate del solleone. Entravano e, mentre decidevano cosa comperare, io mi concentravo nel cogliere il momento esatto in cui la mascella imponeva ai loro molari il lieve strofinio d'inizio salivazione. Quando accadeva, mi precipitavo, solerte, a offrir loro un assaggio del prodotto che più stimolava la loro attenzione. 
«Provi questi cantuccini alla mandorla, signora».
Così che poi dopo ne compravano mezzo chilo.
Il titolare del forno era contento e approvava la mia maestria. Mi diceva anche: «Lucaluca, io sto poco ad andare in pensione e, se vuoi, cedo a te l'attività». 
Non cedetti alle sue lusinghe, per varie ragioni, la prima tra le quali che lavorare stanca, e io non desidero essere identificato con quale che sia l'attività che mi permetta di sussistere in questo sistema della compravendita ritenuto un meccanismo naturale dalle genti. Aspetto insomma la rivoluzione in cui il lavoro riuscirà a svincolarsi definitivamente dal mercato e dal capitale. In poche parole, aspetto di non fare un cazzo, tenendo conto che non fare un cazzo vuol dire espletare serenamente le funzioni vitali, unite al leggere, scrivere, camminare, fare ginnastica, guardare il cielo, i volti e i culi umani quando lo richiedono, tutte cose banali comunemente svolte, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, nei periodi di ferie e sollazzo.
Attesa vana. Sarà per questo che tutte le volte che devo rinnovare la carta d'identità, alla voce professione, sono tentato di far scrivere: essente.

lunedì 25 maggio 2015

Lavoratori



« La mia vita attiva, se mai ne ho avuta una, è finita quando avevo sedici anni. Ho catturato un posto... e il posto ha catturato me... Le cose veramente importanti, per me, sono successe prima di quella data... Dicono che la gente felice non ha storia: be', non ce l'hanno neanche quei disgraziati che lavorano negli uffici di assicurazione ».
George Orwell, Coming Up for Air (1939), ed. it. Una boccata d'aria, Mondadori, Milano 1966

In un frammento di un comizio elettorale, ho sentito il presidente del consiglio affermare che, ad urne chiuse, più importante del conto delle bandierine della vittoria, sarà contare i posti di lavoro che si saranno creati a livello nazionale – grazie all'azione politica del governo che presiede.
Posti di lavoro. È una gran passione quella di far lavorare la gente. Certo, data la situazione, per chi non ha il privilegio di vivere di rendita, vendere la propria forza lavoro è una necessità, e trovare chi l'acquista è, a giusto titolo, una fortuna.

Ieri sera, da Fazio, Piero Angela ha rammentato un famoso proverbio che dice: «Trovati un lavoro che ti piace e avrai la fortuna di non lavorare tutta la vita». Bene, nella nostra epoca, quanti sono coloro i quali hanno trovato un lavoro che gli piace e, invece, quanti sono coloro che, no, non l'hanno trovato, anzi: è il lavoro che ha trovato loro, visto che così assiduamente lo cercavano a prescindere che gli piacesse o meno?

Così, a occhio, direi che non c'è partita: i secondi, quelli che sono impiegati in un lavoro che non gli piace, sono indubbiamente la maggioranza (quasi assoluta). Con ciò non si sostiene assolutamente che essi svolgono il loro lavoro con negligenza e scarso senso del dovere. Tutt'altro. Il punto è che frequentemente le ambizioni professionali di ciascheduno si scontrano con le offerte occupazionali proposte dal mercato del lavoro - e le possibilità di non lavorare lavorando, ovvero lavorare divertendosi, cozzano con quello che il mercato del lavoro richiede...

Eppure c'è chi riesce a stare fuori dagli obblighi lavorativi e non fare praticamente un cazzo da mane a sera, senza pensieri, se non quelli di controllare i listini di piazza Affari o Wall Street (rentier capitalism) oppure quelli di vivere come gigli nei campi, come gli uccelli del cielo campare.
Considerato il perimetro esistenziale in cui vivo, non mi è dato conoscere i primi (se non superficialmente, attraverso resoconti di terzi), mentre più facile è imbattermi nei secondi. Di uno di questi ultimi, racconto un episodio.

Qualche anno fa, in un bar, un signore pensionato, al clochard che gli chiedeva un euro per bere un bicchiere di rosso, rispose che sì, gliele avrebbe dato un euro, però a condizione che prima gli andasse a zappare l'orto. Al che, a voce alta e con sguardo severo, richiamando così l'attenzione di tutta la platea del bar, il clochard rispose: «Sentitelo bellino, vuole che vada a zappargli l'orto: non ho mai lavorato tutta la vita e ora vado a zappare l'orto a lui, sta' a vedere…» e se ne andò via libero, con una risata fragorosa che contagiò tutti quanti noi, prigionieri del nostro lavoro.

mercoledì 22 ottobre 2014

Incontinenze

[*]
Stasera, durante una riunione di lavoro, all'aumentare volumetrico delle sfere testicolari, in parallelo, anzi: in perpendicolare, improvvisa, è sorta un'erezione senza movente concreto, forse il bisogno di orinare trattenuto, chissà, comunque sia vi ho dato ascolto, non foss'altro per farmi uscire dal contesto in cui ero costretto e così trasportarmi nelle lande dove l'immaginazione la fa da padrona. Purtroppo non ho fatto neanche in tempo a scegliere mentalmente tra la platea l'altra interprete che mi avrebbe accompagnato, che improvvidamente ho dato ascolto al suono di notifica di una mail in arrivo, nella fattispecie la letterina di Matteo Renzi con la quale egli mi invita alla Leopolda.
Ahi, tutta la messinscena che l'erezione aveva determinato per estraniarmi dal presente perdeva ogni consistenza. Che fare dunque? Andare in bagno? Che disdetta: di scorcio vedevo la fila all'unico bagno disponibile. Così, non avendo scelta, per trattenere insieme pipì ed eccitazione, ho provato a leggerla davvero l'enwes renziana 
Sabato sarà un giorno dedicato a 100 tavoli di confronto su 100 argomenti: 50 al mattino, 50 al pomeriggio.
Parliamoci chiaro: alla Leopolda abbiamo iniziato quasi per scherzo, cinque anni fa. Adesso le cose sono cambiate: non basta proporre idee, bisogna realizzarle! Tocca a noi, non ad altri. Avremo lo stesso stile di sempre, leggero, col sorriso sulle labbra. Ma questa Leopolda è la prima in cui al governo siamo noi, non altri. [...]
Il futuro è solo l’inizio, abbiamo detto. Anche perché dobbiamo smettere di considerare il domani come una minaccia. Il futuro è un posto ricco di incognite, certo. Ma anche pieno di possibilità, suggestioni, opportunità.
Sarà bello andarci insieme.
Io ci andrò con le mutande bagnate. Al futuro non alla Leopolda. 
E il sorriso, mi si consenta, ce l'avrò anch'io, ma non sulle labbra, bensì sulla cappella.

lunedì 28 aprile 2014

I giovani garantiti

In un'intervista a l'Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924, il ministro del lavoro Poletti ha dichiarato che il primo maggio partirà il programma Garanzia Giovani, avente come obiettivo primario quello di abbattere l'elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile. Garanzia Giovani è rivolto
«A tutti quelli che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo nessun corso formativo. I cosiddetti neet. Per loro dal primo maggio è possibile registrarsi sul portale garanzia giovani. Tutti verranno chiamati da un’agenzia per l’impiego regionale o privata convenzionata per un colloquio, da cui scaturirà un profilo. Sulla base di questo profilo entro 4 mesi sarà fatta una proposta concreta. Potrà essere un contratto di apprendistato, un corso di formazione, un percorso di specializzazione o un servizio civile presso i centri che saranno selezionati attraverso dei bandi. Oltre ai lavoratori, stiamo lavorando perché anche le imprese si iscrivano al portale, per facilitare il lavoro di incrocio tra offerta e domanda di lavoro delle agenzie». 

Sono davvero curioso di vedere chi farà una proposta concreta tra cotante imprese:
via La Stampa

Forse quelle che esportano armi in Ucraina e in Russia?

CRITICONE. In una guerra combattuta per i beni supremi della nazione, ossia per il profitto e per riempirsi la pancia, il piano infernale di affamarci è un espediente molto più morale, perché più armonico, che non l'impiego di lanciafiamme, mine e gas. Perché in quel caso l'arma è tratta dalla materia stessa della guerra moderna. Che dei mercati diventino campi di battaglia e viceversa può volerlo soltanto il guazzabuglio di una civiltà che ha costruito dei templi con le candele steariche e ha posto l'arte al servizio del commerciante. L'industria però non deve impiegare degli artisti né fornire dei mutilati. Il falso principio vitale si perpetua in un falso principio di morte, di nuovo il mezzo diverge dal fine. Quando due cooperative di consumo si azzuffano, la più morale è quella che affida il mantenimento dell'ordine non già ai consumatori stessi, bensì a una polizia da loro assoldata, e se si contenta di soffiare all'altra i clienti o anche soltanto le merci, è allora che agisce nel modo più morale possibile. Prescindendo poi del tutto dal fatto che queste sanzioni non sono che un avvertimento dato agli Imperi Centrali perché le risparmino ai loro cittadini ponendo termine a una guerra insensata. Se finora il contabile non ha fermato la mano del cavaliere, lo dovrebbe fare proprio adesso, quando perfino il cavaliere può rendersi conto che non si tratta di una giostra, bensì del cotone.
OTTIMISTA. In questa guerra si tratta...
CRITICONE. Bravo, in questa guerra si tratta! Ma la differenza è questa: gli uni pensano alle esportazioni e parlano di ideali, gli altri ne parlano, di esportazioni, e basta questa sincerità, questa distinzione, per rendere possibile l'ideale, anche se non esistesse per altri versi.
OTTIMISTA. Ma non mi dica che quelli hanno a cuore un ideale!
CRITICONE. Niente affatto, vogliono soltanto togliercelo e riconquistarlo per noi curando l'umanità tedesca dell'incivile tendenza a usarlo a mo' di confezione per i suoi prodotti finiti. Per il tedesco i beni ideali sono un di più che si aggiunge agli altri beni affidati agli spedizionieri. I tedeschi sono convinti che nell'impiantare una metropolitana non si possa fare a meno di Dio e dell'Arte. È questo il cancro. In una cartoleria di Berlino ho visto un pacco di carta igienica, sui cui fogli il senso e l'umorismo della relativa situazione erano illustrati da citazioni shakespeariane. Eppure Shakespeare resta uno scrittore nemico. Ma ce n'era anche per Schiller e per Goethe, il pacco abbracciava l'intero patrimonio della cultura classica tedesca. Mai come in quel momento ho avuto netta la sensazione che si tratta veramente di un popolo di poeti e di pensatori.»

Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, (1915?), Adelphi, Milano 1980, Atto Primo, Scena XXIX.

giovedì 10 ottobre 2013

Il lago degli occhi

Quando si parla di cose non essenziali, che non toccano quello che m'interessa veramente, mi piace essere coinciso sino all'estremo, perché preferisco perdere tempo per niente - per esempio veder gocciare sul pavimento un ombrello allo stipite della porta, osservare che tipo di piccolo lago si forma e, quando appare il Bajkal, sono tutto felice - che, invece, tirarla per le lunghe, farsi ridire le stesse cose come se non fosse stato sufficiente averle ascoltate una volta, quando per capirle bastava uno sguardo, dio come ti fasciano bene il sedere cotesti jeans, ma veniamo al punto, ho detto che mi piace esser coinciso.
E così, dopo che ci siamo detti quello che ci dovevamo dire, in modo preciso e dettagliato, è inutile girare a vuoto ripetendo lo stesso concetto, usando parole diverse. Parliamo d'altro, se non del tuo sedere, almeno dei tuoi occhi che vedono si fissano volentieri nei miei quando io parlo (almeno così mi dice vanità), proprio come i miei si appiccicano ai tuoi quando parli tu. 
Forse per questo temi che quello che ci siamo detti, ovvero quello che abbiamo ascoltato l'uno dell'altra, l'una dell'altro, non l'abbiamo compreso perché eravamo distratti, cioè: io, ti è parso, ero distratto, perché parlando cercavo di far sì che i miei occhi non rivelassero quanto avevano apprezzato i tuoi occhi e il tuo culo; e tu, di contro, cercavi, parlando coi tuoi occhi, di farmi capire che il mio sforzo era vano, i miei occhi non erano stati capaci di nascondere quello che veramente volevano dire, cioè che il tuo culo era bello e i tuoi occhi di più e che in essi mi ci sarei voluto tuffare, come fossero un lago; per tale motivo, in un momento particolarmente topico della questione non essenziale che ci ha fatto conoscere, i tuoi occhi si sono apertamente fatti lago, sì, il Bajkal per l'appunto, però quello d'inverno, ricoperto in gran parte di ghiacci: «E prova a tuffarti adesso, coglione. Non ti distrarre e sta' attento a quello che dico».

mercoledì 19 giugno 2013

Lavorare stana

Riunione tra colleghi. Il coordinatore domanda: «A chi tocca il verbale?». Silenzio. Nessuno si fa avanti. Il coordinatore, irritato, passa in rassegna il quaderno dei verbali per controllare chi lo ha fatto in precedenza, le scorse riunioni. Risulta che tre partecipanti, tra i quali io, non l'hanno mai fatto. Il coordinatore insiste perché uno di noi tre si faccia avanti. Piccola premessa: l'accordo tra colleghi che il verbale toccherebbe una volta cadauno, non ha fondamento se non per togliere "un peso" (carico di lavoro del cazzo) a chi, come il coordinatore, è pagato per occupare tal ruolo. Faccio presente questo ai colleghi, che mi guardano meravigliati perché nessuno di loro aveva sollevato questa obiezione. Una di loro, in pratica il vice-coordinatore, ribatte che fare il verbale è un assunzione di responsabilità per ciascuno, in quanto, esso, è una pratica che arricchisce professionalmente. Avrei voluto dire “arricchisce du palle”, tuttavia mi sono trattenuto e ho controribattuto che, infatti, i verbali li fanno gli appuntati e noi, cazzo, tutto, ma appuntati no (con tutto il rispetto per gli appuntati).
«E insomma te Massaro il verbale non lo vuoi fare?»
«Le vedi le pareti di questa aula? Una mano di bianco non ci starebbe male, non trovi?»
«In effetti, sono un po' sporchine. Ma questo cosa c'entra?»
«Lo chiederesti a Picasso di imbiancarle?»
La riunione è cominciata e il verbale l'ha fatto il coordinatore.

***

Consegna documenti vari in segreteria. Prassi di fine anno. Archivio, gli scaffali pieni di catalogatori, i tavoli sono occupati da scatole di cartone che contengono registri, agende, schede, certificazioni, richieste. Seduto all'unica scrivania libera, il segretario notifica e protocolla l'avvenuta consegna della documentazione e, dipoi, una volta che ognuno ha depositato nelle scatole subito colme i propri documenti, richiede a tutti di firmare la presa d'atto. 
Siccome il segretario è solo a svolgere questo lavoro, ho imparato che andarci nelle ore di mezzo delleamattina significa stare in coda, così quest'anno ci sono andato più tardi, al limite dell'ora di chiusura degli uffici. All'ingresso, infatti, soltanto tre colleghi avanti a me, i quali, per fortuna, disbrigano velocemente la faccenda. Tocca a me, entro e, subito dietro, ecco una collega trafelata, una molto carina ma un po' algida, di quelle che non conviene troppo mostrarsi gentili perché potrebbero interpretare la cortesia come un tentativo di corteggiamento che subito qualifica il gentiluomo di turno come allupato. Così, non ho ceduto e ho mantenuto il mio penultimo posto. Penultimo perché
il segretario - un rispettabile e simpatico signore di manifesta (ma non so se dichiarata) tendenza omosessuale - ha alzato gli occhi dal suo registro ordinando:
«Chiudete la porta, che non entri più nessuno. Dopo voi due per stamani basta, è già l'una passata e devo fare la pausa pranzo. Bene, a chi tocca?».
«A me» e mi metto a lui di fronte, prima per firmare, poi per depositare i documenti in ordine, dentro le scatole di cartone debitamente contrassegnate. Mentre faccio questo, il segretario solfeggia:
«Massaro, attento a non sbagliare buco».
«No, segretario, non ti preoccupare, ché qui dentro questa stanza il buco non lo sbaglierei».
La collega algida si scioglie in un mezzo sorriso.

Aggiornamento:
Ho modificato il titolo («Lavorare non stanca») perché mi sembrava inopportuno.

giovedì 28 giugno 2012

Intendere il diritto del lavoro a modino

Pietro Ichino, in un suo editoriale telegrafico, prova a interpretare cosa intende il ministro del lavoro, Elsa Fornero, «quando dice che il lavoro non è un oggetto di un diritto».
Scrive:
Ci sono tre modi di intendere il “diritto al lavoro”. Il modo burocratico: “se vai all’ufficio di collocamento, hai diritto a essere avviato a un lavoro, sulla base di una graduatoria”. Il modo sindacale: “Se hai un posto di lavoro, non puoi essere licenziato”. Il modo costituzionale: “lo Stato ha il dovere di creare le condizioni affinché tutti abbiano una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta”.
Individuati questi tre modi, Ichino - in maniera sintetica - dà la sua versione su come essi siano stati intesi nella storia dell'Italia repubblicana.
Riguardo al modo burocratico, 
«lo abbiamo sperimentato per mezzo secolo, dal 1949 al 1997, con il nostro monopolio statale del collocamento: l’esperienza mostra che in quel modo, di fatto, abbiamo garantito soltanto il diritto dei collocatori alla bustarella»
Può essere, anzi, senz'altro è stato così. In molti uffici di collocamento ci saranno stati degli abusi e degli illeciti. Ora, fatto salvo che, finché l'economia tirava, questa procedura illegale non dava fastidio a nessuno, cosa significa questo? Che gli uffici di collocamento collocavano, ovvero funzionavano nonostante le bustarelle. Cazzo, hanno funzionato e continuano (bene o male) a funzionare tutte le istituzioni (dal Parlamento ai comuni) nonostante le tangenti. Ché ne è stata chiusa qualcuna? Bastava “arrestare”... no, allontanare dal loro lavoro* i collocatori disonesti. E poi, esimio Ichino, lo so che il suo è un editoriale telegrafico, però occorre specificare per cosa i collocatori disonesti prendevano bustarelle, non certo, cioè, per far lavorare i disoccupati in fonderia, ma per occupare i raccomandati negli enti locali o cose simili, vero? E chi ha amplificato l'offerta lavorativa negli enti pubblici se non la politica del voto di scambio? E con cosa si pagavano senza scrupoli tali sperperi? Con l'aumento del debito a iosa, porca miseria, che ora ci si ritrova tutto sul groppone - e i nomi si conoscono benissimo di chi ha provocato tali cose, alcuni sono morti in esilio, ma altri sono ancora senatori a vita.
Io mi ricordo benissimo la situazione Ufficio di collocamento, dato che dai diciotto ai trent'anni, grazie a tali uffici, e grazie alle pubbliche amministrazioni che avevano quattrini (a debito, ok, ma li avevano), io ho potuto lavorare d'estate per campare d'inverno (a fare ora non sto a dire cosa, dall'aiuto necroforo al vigile urbano). Bene, io ero iscritto a una graduatoria, semplicemente. E non ho mai avuto spinte. È che il lavoro c'era e ora non c'è.
Dalla fine degli anni '70 ai primi del '90 in Italia c'è stata una corsa spettacolare al posto fisso negli enti pubblici. Persino artigiani bene avviati nel lavoro, baristi, muratori, financo imprenditori mollarono le loro partite iva per il posto al caldo dei Comuni e delle Province, delle Regioni e delle Comunità Montane. E mi limito a questi pochi Enti. Ma lasciamo perdere perché mi viene da bestemmiare.

Riguardo al modo sindacale, scrive Ichino
lo abbiamo sperimentato per quarant’anni, dal 1970 a oggi, con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: è il diritto a tenersi il proprio posto stabile quando lo si è trovato, ma non è affatto il diritto al lavoro stabile per chi ancora non lo ha trovato.
Ecco, qui è inutile commentare opposte visioni del mondo sulla vexata quæstio dell'articolo 18. Per far star bene chi sta male, bisogna far stare un po' male chi sta benino e non chi è veramente un parassita della società. Io ho un'idea chiara su chi siano i parassiti, molto diversa da quella di Ichino. È per questo che io fatico enormemente a votare lo stesso partito che gli ha consentito di diventare parlamentare.

Riguardo al modo costituzionale, che, per Ichino, è «il modo più serio e più impegnativo di intendere il diritto al lavoro», occorre notare che
l’esperienza degli ultimi due secoli mostra che non vi è modo migliore per garantire a tutti una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta, che quello di un mercato del lavoro ben funzionante, fluido  e innervato di servizi efficienti, in un sistema economico aperto.
Aperto a che? 
a) Allo strapotere del capitale sul lavoro - e non ci sono cazzi di smentita in proposito. Tale apertura, di conseguenza, determina
b) Che il lavoratore ci rimetta sempre. Che apra le terga, insomma, che arriva il direttissimo dello sfruttamento.

Per questo, alla domanda finale che Ichino pone a coloro che hanno criticato le parole della ministro Fornero, e cioè
Chi per questo la ha duramente attaccata ci dica, per favore, qual è il suo modo di intendere il diritto al lavoro.
Io rispondo: leggere Marx e tenere duro.

*Il carcere non serve a niente per certi reati, se non alla plebe assetata di manette che poi vota sempre gli ammanettati.

Update
La cara Olympe conforta la mia risposta con una migliore (che è una domanda, in realtà). La ringrazio sentitamente.

martedì 6 dicembre 2011

Mi chiedi cosa vuol dire


Al Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, per conoscenza

Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un'altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c'è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

Giovanni Giudici, La vita in versi, Mondadori, Milano 1965

domenica 1 maggio 2011

Lavorare stanca

Me lo ricordo bene: io da grande avrei voluto non lavorare. Pour moi le travail c'est du travail.
Selon Alain Rey1, le mot travail (apparu vers 1130) est un déverbal de travailler, issu (vers 1080) du latin populaire tripaliare, signifiant « tourmenter, torturer avec le trepalium ». Sous l'Antiquité, le terme bas latin trepalium (attesté en 582) est une déformation de tripalium, un instrument formé de trois pieux, deux verticaux et un placé en transversale, auquel on attachait les animaux pour les ferrer ou les soigner, ou les esclaves pour les punir. [W]
Come mai nutrivo (nutro) questo pensiero? Forse perché i miei erano proletari? Il lavoro nobilita l'uomo... mica vero; ovvero: per certuni, forse; per cert'altri no. Io sono fra i cert'altri.
Per me il lavoro è sottrazione di tempo "libero", di tempo "mio", di tempo dedicato all'inazione, al pensiero fermo, alla noia, alla velocità dei cumulonembi. 
Il lavoro secondo me è bello quando uno non si accorge di lavorare; vale a dire quando uno sente di non sprecare il suo tempo, o di svolgere il proprio lavoro senza il peso del dovere: anzi: quando il lavoro è parte del proprio essere (o del proprio dover essere) allora non è lavoro, travaglio, fatica, alienazione, perdita sostanziale di tempo, sottrazione di vita. Ma la percentuale di umani che vive il proprio lavoro secondo questo criterio è tristemente minima. La maggior parte dell'umanità vive il lavoro come obbligo, come necessità. Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa 
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira 
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo 
e non scappa di casa.

Il lavoro è travaglio, è pena quando vorresti scappare, essere altrove. In caso contrario non è lavoro, perché la strada che hai attraversato per essere grande ti ha condotto nelle braccia di te stesso, non nelle catene dell'altro.