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mercoledì 11 maggio 2022

Vedevo il mondo

Una volta vedevo il mondo 
un mondo che adesso sembra impossibile vedere; 
un mondo dove camminare era sicuro 
che la strada non diventasse una voragine.
Vedevo il mondo e, sebbene il dolore non mancasse, 
vedevo che la maggior parte delle facce 
si compiacevano di esistere in un'epoca in cui
si vociferava che la storia fosse finita e non avesse un seguito. 

Era caduto tutto, ogni muro - 
anche se in certi luoghi, a poco a poco, 
nuovi muri venivano innalzati. 
Ma in quel mondo le contese, 
tra gli opposti pretendenti al trono, 
non prevedevano di coinvolgere gli spalti; 
la lotta era tra maschere che, sul palcoscenico,
se le davano di santa ragione, 
facendo finta, beninteso, 
perché le bastonate di riflesso
piovevano sempre addosso a noi.

Noi che a poco a poco ci siamo trasformati
da popolo a pubblico, da spettatori 
che fiatavano sul collo ai gladiatori nell'arena
a telespettatori che al massimo ruttano
mentre i mentana, coi bigodini in testa,
fanno finta di domandare, di cercare la verità.

Dovevamo essere disabituati alla lotta, 
dovevamo essere definitivamente sedati
nel torpore del dopocena. 
E anche se sappiamo che il re è nudo
ce ne stiamo in panciolle, coi pantaloni della tuta,
a palle sciolte sul sofà.

D'altronde, ci sono i buffoni di corte ad agire per noi, 
a raccontarci storielle consolanti 
per farci ridere o per far piangere 
lacrime in diretta nel caso ci fosse
da sacrificarsi un po' e dare il nostro
contributo come richiesto dalla pubblicità.

[...]


lunedì 17 gennaio 2022

Una regola alla gola

«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano»
No, non voglia di
dire di sì, ecco qua, 
le faccio vedere, controlli
mi dica se tutto è in regola -
una regola alla gola
che la stringe, la strozza, le impedisce
di respirare per bene, salivare, degustare
regolarmente
massì, mannò
ma li vedi anche tu quella serie di puntini neri
su campo bianco
o quel quadrato bianco tempestato di puntini neri
tutti pieni di pus
tutti pieni di cognomi 
che a dirli ti prende la regola alla gola
ti viene voglia di sgolarti
ingozzarti, ingolfarti.

Siamo tutti motori a iniezione diretta
i carburatori, i miscelatori non esistono più.

Si scoppietta, si spetazza, si ruttazza
si digerisce come si può
per quel che si può 
tutto è così trattenuto
anidride carbonica in primis
tutto è così costipato:
la purga diventa una missione


E mi siedo sul cesso
e ti penso
Italia, ah.
E andar di corpo m'è dolce in questo mare.

mercoledì 2 settembre 2009

13250 + 1

Tanto ho navigato, notte e giorno,
sulla barca del tuo amore.
Che o riuscirò infine ad amarti
o morirò annegato.
O mio Dio,
che dolore riserva l’attimo dell’attesa,
ma promettimi, Dio,
che non lascerai finisca la primavera.

Zaher Rezai, giovane afgano tredicenne, morto qualche mese fa, nel porto di Venezia, con questa poesia in tasca.

sabato 9 maggio 2009

Allergia democratica

«Fuori piove dna»*
paracadutato da piante in calore.
Sembra neve ma
io comincio a starnutire
dacché il mio dna mi dice
“starnutisci Luca è primavera”
e il mio naso cola
e gli occhi piangono
e le lacrime scendono
proprio ora che dovrei essere felice.
E allora parto
cammino nel borotalco:
con te a braccetto nel ricordo
porto come un'ape porta
il seme altrui di fiore in fiore
E monto su un treno separato
arrivo in una piazza tutta asfalto
con al centro un chiosco biancoverde:
un militante in camicia verde
mi chiede il vuoto
e io glielo prometto.
Democratica allergia
quanto ancora pianger mi farai?

*Incipit d'un capitolo del bellissimo libro di Richard Dawkins, L'orologiaio cieco, Mondadori, Milano.

giovedì 16 aprile 2009

Mi duole l'Italia

«Se dovessi rispondere alla domanda: "Che cosa ti fa soffrire di più, vivendo in Italia?", non direi che questo: il suo fallimento civile, e metterei il mio patire di cittadino in testa alla processione delle doglianze. Per usare uno spagnolismo: "mi duole l'Italia"; l'Italia mi è malattia – malattia non mortale però incurabile. Ma non invidio i connazionali indifferenti che non ne soffrono, e che sono causa, in parte, del dolermi l'Italia; la privazione di pena pubblica non è segno di salute psichica e mentale: qui, soltanto chi è profondamente malato d'Italia ha la testa a posto».

Guido Ceronetti, Cara incertezza, Adelphi, Milano 1997 (pag. 73)

Tali parole mi hanno dettato questi versi, spero degni di tale disperazione civile.

Vorrei tanto in disparte salire quel monte.

«Qual monte mi dice una voce feroce

non vedi non puoi non devi nemmeno

pensarlo, figuriamoci farlo adesso

che non è più inverno che il clivo

più dolce appare al cammino».

Io semplicemente chiedevo un minimo

d'ombra che celasse questa vista

d'Italia malata, di teste che vuote

vociferano insensatezza.

Volevo farmi eremita, sfollare nei prati

d'alpeggio, ché al peggio non credo più

possa esserci fine, soprattutto qui

nella penisola da pena abbattuta

dalla voragine civile, dai sorrisi beoti

degli italioti che sparsi seguono

l'ebetudine del potere.

Se un giorno potessi vedere trionfare

l'intelligenza la benevolenza un barlume

di vera cittadinanza, allora potrei

riscendere a valle, riconquistare la piazza

l'amabile conversare negli affollati caffè.

Potrei, se questa puttana la finisse,

una volta per tutte, di ferirmi.