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giovedì 12 marzo 2020

Un nespolo

Non mi va di parlarne:
eppure ne parlo;
non mi va di sapere:
eppure mi informo;
non mi va di scriverne:
eppure ne scrivo.

Potrei tirarlo fuori
l'argomento
ma mi trattengo: 
signore e signori,
non è il momento:
è meglio se spengo.


Ma non spengo, no. Fare la cronaca di questi strani giorni dell'incertezza (fatta salva la certezza del sillogismo aristotelico) non mi pare il caso. Neanche fare battute (con i socialmedia, il numero dei battutisti ha superato di gran lunga quello dei poeti). Non mi va di scherzare e neanche di piangere. Di fare un urlo ogni tanto: sì. Di ricordarmi del desiderio: anche. Di fuggire l'ipocondria: ma come? Per esempio: oggi ho sfruttato, per quanto concesso dalla mia scarsa attitudine, il contatto con la terra: raccogliere i rami potati degli ulivi; piantare un nespolo.

«Non è bello stare sotto un nespolo e tenere un diario o un mensuario quando il carnevale impazza».
Luigi Pintor, Il nespolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001

venerdì 11 settembre 2009

Forbici



Ho deluso le mie aspettative
quando sono uscito dal bivio
in cui m'ero immesso, o trivio -
non ricordo, c'ero mica c'ero,
ero mica ero formica,
lattuga con dentro cocorbice¹
pacchi e pacchetti d'aprire con forbici
musicali e arrampicarsi su alte gru
e tagliare la corda come facesti -
dimmelo tu cos'è quello che ancora ci manca
Venditti dixit un tempo che fu -
e non c'ero mica, non c'ero amica, ero
lì al fianco del banco con una notte
di bianco dilavata a cercarti in grotte
in caveau assordanti d'aria avvelenata
e inventai una rima per te baciata
affrontai una ripida salita, ardita
di sale schiacciata, bruciata.
Ora esco dal forno, è giorno,
tutto abbrustolito come nera crosta
e tu sai quanto mi costa
essere sincero, quanta fatica
chiedere tepore di fica o tenere
un discorso che regge; ma ora
ti stringo la cinghia, ti allaccio
la faccia, ti benedico una guancia
ma tu mi sputi e più non discuti
perché non capisci quello che dico
quello che cerco è perduto nel tempo
ma non reagisco mi fermo e sorrido
che costa di più fare tristi i visi
in questi momenti di crisi.

¹ Trattasi della Forficula auricularia, così chiamata dalle mie parti.

martedì 12 maggio 2009

Amore nucleare

Permettimi di appoggiarmi al tuo fianco
ogni qual volta sarò bianco
color della stanchezza.
E il calor tuo m'infonda tenerezza
come una centrale nucleare.
Finché non saremo scoria
l'uno dell'altro scriveremo la nostra storia
particolare.
Stanotte ho visto in sogno
un libro scritto a mezzo
tu le pagine pari
io le pagine dispari:
poi sei sparita e mi vergogno.
A ripensarci provo ribrezzo
del patimento senza prezzo
di cui mi hai fatto dono.
Non ho chiesto nessun perdono:
ho solo sperato
di non lasciare mai nessuno
come te mi hai lasciato.
Perché è meglio trovarsi
tra i perseguitati
che tra i persecutori
anche se questi saranno
i vincitori.
Io voglio perdere
perché la vita la si capisce meglio
si va più vicini al fuoco della Cosa
che brucia Foreste Nere
esseri immaginari e il Niente.
Un giorno di x anni fa è esplosa
l'energia: e tutto è nato
come da un grande parto universale.
L'ostetrica è stata cordiale:
mi ha tutto ripulito, messo una cravatta
e una penna in mano e una giacca
e mi ha detto: «va' indietro non si torna,
se non alla fine, alla morte del sole».
Con la termodinamica non si scherza:
si lotta e basta sia pure come si respira
e digerisce: inconsapevolmente.
La vita è tutto l'insieme di forze
che resistono alla morte.
Bichat non mente.
Apro le porte
le spalanco
ora posso essere stanco
e appoggiarmi al tuo fianco
fintanto che
tu ne avrai voglia. Io starò qui
aspettando il sonno delle rondini:
un pipistrello qui sotto casa passa
striscia foglie di ciliegi e meli
eseguendo con grazia gli ordini
del fato. Sto in silenzio
per rispetto e per disperazione
e perché non voglio disturbare
con fiato perso
la meravigliosa ecolocazione.

sabato 9 maggio 2009

Allergia democratica

«Fuori piove dna»*
paracadutato da piante in calore.
Sembra neve ma
io comincio a starnutire
dacché il mio dna mi dice
“starnutisci Luca è primavera”
e il mio naso cola
e gli occhi piangono
e le lacrime scendono
proprio ora che dovrei essere felice.
E allora parto
cammino nel borotalco:
con te a braccetto nel ricordo
porto come un'ape porta
il seme altrui di fiore in fiore
E monto su un treno separato
arrivo in una piazza tutta asfalto
con al centro un chiosco biancoverde:
un militante in camicia verde
mi chiede il vuoto
e io glielo prometto.
Democratica allergia
quanto ancora pianger mi farai?

*Incipit d'un capitolo del bellissimo libro di Richard Dawkins, L'orologiaio cieco, Mondadori, Milano.

mercoledì 4 febbraio 2009

Vedi alla voce

Mi fermo a pensare e mi dico
costantemente attenzione
alla fuga possibile: il varco è aperto,
lo sprone c'è.
E tuttavia preferire il certo
è meglio che ferire l'incerto.
Resto, resisto per non dar credito,
troppo credito al vento, all'inflazione
del mio cinque per cento
di vissutezza.
Lascio soffiare la brezza,
ascolto la voce, apro la giacca a rondone
e volo saliscendendo tra erba e cielo,
disegno tra nuvole sparse una croce
come un ritmo, una nota a margine, un punto
una sottolineatura. E trovo un porto
nei bassifondi di quella che un tempo
avrei chiamato anima,
o amica o presenza o sentore,
come se qualcosa sussistesse oltre i propri neuroni,
oltre lo specchio che mi riflette diverso
da come mi vedi.
Vedi alla voce: amore, coglioni, ho perso.

martedì 18 novembre 2008

Stop, confusione.



Ti ho vista appesa a questa luna sottile
che taglia lo scuro orizzonte novembrino
e spande la luminescenza attraverso
la porta chiusa del cielo. Il cortile
è invaso di foglie multicolori che sembrano
un sipario. Tu sorridi, sai che ho perso
la scommessa: non avrei mai creduto
tu potessi salire fin lassù. Ripeto, ho perso.
Son pronto a pagare tutto il mio debito, muto,
contratto stupidamente, ma ora basta,
il gioco è finito. E anch'io ho finito di cercare
rime immagini varie suggestioni melense,
scarti semantici e paradisi fiscali.
Questa poesia non doveva essere altro
che un richiamo e tu hai abboccato mia pescatrice:
quando ho visto la mattanza dei delfini
mi sono pentito di appartenere a questa razza
così come quando ho sentito parlare Ruini
avrei preferito diventare un gatto
per attaccarmi alle palle di tutto il Vaticano
e via a briglia sciolta, vienimi dietro
ti porto io via lontano in questo piccolo viaggio
dove la politica smette la sua finzione
dove la guerra ritorna e riporta lo spavento
la nostra realtà nuda e cruda, il nostro
bellum omniun contra omnes necessario
perché non siamo capaci d'altro che di prendersi
per il culo noi umani dotati di cervello e usato
per molteplici strategie evolutive e non
per capire che non c'è niente da capire.
Stop. Prendo fiato. Riguardo la luna.
Vedo con piacere che sei scesa
che sei scivolata dolcemente sopra il tetto
della mia casa per ricordarmi che la carezza
è un gesto di abbandono, non una calamita.
Spero tu mi abbia colto un po' di terra lunare
per seminare la mia rabbia e la mia incertezza.
Qua sulla Terra ancora si fatica
a vivere solo per il pane, solo per la. Stop.
Se avessi avuto un figlio maschio lo avrei
chiamato Desiderio così sarebbe stato
sicuramente un uomo perfetto, senza nèi,
senza infingimenti. Tutto votato a esser se stesso
un bello Stavrogin postmoderno tutto cultura tutto sesso
tutto soldi imbevuti di sangue che scorre
in miliardi di umani e di delfini. Amica mia fa' sì
che il nostro transito non aumenti la sofferenza
del mondo, ma che sia una parvenza segreta
d'amore, l'unica traccia che dobbiamo
cercare di lasciare su questo sperduto pianeta.
Stop.