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martedì 16 febbraio 2016

Dell'imperturbabilità

Non so più come allontanarmi. Non esistono modi, qui, in questa conduzione. Quella specie di scorrere tranquillo tanto tranquillo non è. Cosa cerchi. Appunto, niente. Mi do del tu per perdere il filo della persona. Più si cresce e più ci si concentra sulla persona sbagliata: se stessi. È un guaio, ma è inevitabile. Ci hanno dato un corpo per servirlo, soddisfarne bisogni e fare a meno di quelli superflui sarebbe il meno, le palle piene non sarebbero un problema con l'estensione del dominio dei sogni. Il corpo ha delle necessità da soddisfare e di cui non ti puoi dimenticare. Sempre all'appello, peggio di una caserma. Anche il riposo non è un riposo ma un faticoso dovere. Il meno sono i denti, fosse tutto come i denti, potessi lavarmi il cervello come i denti sai che bella igiene mentale. Mi uscirebbero petali al posto di parole per decorare al meglio la presente inquietudine. Le corone di fiori dovrebbero essere per i vivi. Così le pompe: vitali. Eppure mi manca il quadro generale sul senso dello scorrere. Per ora tanta cornice, metri su metri a perimetrare un alcunché che, al momento, con qualche forzatura, potrebbe assomigliare a un Rothko. Se qualcuno volesse collezionarmi si faccia avanti, mi appenda al posto di quelle tristi imitazioni invetrate che fanno tanto ospedaliero. Datemi una chance, guardatemi ogni tanto, riflettete su di me il vostro pensiero diuturno (e notturno). Leggetemi Isaia¹ (30, 15) che mi dà tanta energia al còre:

Così parla il mio signore Iah

Nell'impassibilità
Nel non-agire
sta la vostra salvezza

Nell'imperturbabilità
Nel non-temere
giace la vostra forza

__________________
¹ Versione di Ceronetti, Adelphi, 1981

lunedì 29 giugno 2015

Gli Dei sanno le cose che saranno

Versione di Guido Ceronetti, in Come un talismano, Adelphi, Milano 1986
La gente non ode niente perché non crede più agli Dei. Ci credesse, date le oggettive condizioni, dopo averli bestemmiati, non sarebbe sbagliato perseguirli, non dico ucciderli ché essi, in quanto dèi, hanno il difetto di risorgere. No: di appiccicarli al muro, sì. Nel senso di: richiamarli alle loro oggettive responsabilità. 
Pallade Angela, che zampetti sovrana tra un vertice e l'altro, sai dirci quello che accadrà, o meglio: sapresti prenderti in carico per bene e definitivamente tutta l'intricata vicenda per darci un taglio una volta per tutte? Ho capito che la Grecia non è la DDR - ma insomma, tira il carro dei buoi che presiedi, trascina gli altri porcoddii che ti frullano intorno pendenti dalle tue labbra di frisona tedesca, dài una strizzata di palle al lussemburghese e via, tutti in vacanza sull'Olimpo, paga Krauss-Maffei Wegmann, e non se ne parli più.

lunedì 29 ottobre 2012

Traslocare un maestro

Ieri ho scorto un “editoriale” di Ceronetti su La Stampa. In occasione del cambio di sede del giornale, Ceronetti parla della sua “carriera” di articolista ed elzevirista del quotidiano torinese; e volentieri l'ho letto riuscendo a trovare, per la prima volta, le ragioni per cui - ritengo, per me - non valga più la pena leggerlo come facevo prima, cercarlo compulsivamente in tutti i suoi lavori editoriali, teatrali, ecc.
È una questione personale. Ceronetti è stato uno dei capisaldi del mio pseudo autodidattismo, ovvero della mia ricerca extra-scolastica di punti di riferimento, guide, maestri.
Non so perché lo scelsi, o meglio lo so: per il suo stile, per il suo continuo indicare una via nell'incerto vivere, manifestando le sue preferenze, le sue letture, giudicando aspramente questo e quello e, soprattutto, per il suo non essere di nessuna scuola, né tantomeno di alcun partito.

Ceronetti col suo vegetarianismo estremo (sono stato anch'io vegetariano: di più: macrobiotico), col suo bere tè verde (io non sapevo nemmeno dove cazzo comprarlo il tè verde e, quando lo trovai, me lo feci piacere a forza quella bevanda dal sapore e dal colore di piscio); Ceronetti e la sua poesia francamente brutta e di difficile lettura, ma come e quanto ci ho provato a leggerla! niente, non va giù; Ceronetti  sublime traduttore, anche di poesia, viaggiatore straordinario, scrittore aforistico eccellente, corpo, anima, profetismo, Spinoza e la Maya desnuda (mi estasiavo davanti al suo celebrare la bellezza alchemica della donna - anche se non sapevo cosa diamine c'entrasse l'alchimia con la fica).

Dunque ieri, in tale editoriale, ho trovato un passaggio che mi offre la possibilità di spiegare perché non sopporto più tanto leggerlo ancora.
«In via Marenco, tornandoci dopo due o tre mesi, non ricordo quale anno fosse, vidi sui tavoli della redazione una filza di lavagne nere [presumo monitor ndb], con i redattori seduti di fronte, per lo più immobili, che impugnavano un tasto premendolo incessantemente. Mi domandavo: si può licenziare un articolo passabile in un simile stile di scrittura? Ho potuto constatare che è possibile riuscire leggibili, ma l’abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l’inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili, non qui soltanto ma in tutto il mondo.»
Ecco, quel che non sopporto più in Ceronetti è l'abuso del tono apodittico; scrivere: «l'abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l'inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili», sicuramente per  lui negative (conoscendolo un po' lo posso dire), senza portare, a conforto della sua tesi, alcuno straccio di prova o di piccolo esempio - questo me lo rende uggioso.
Ti rifiuti di avere un computer (anche di scrivere tale parola ma poi la scrivi) per scrivere
«Non ho mai considerato l’ipotesi di surrogare la portatile [macchina per scrivere ndb] con l’ordinatore (mi è difficile scrivere computer)».
va bene, ma non puoi sostenere che la scrittura, da quando si usa una tastiera qwerty elettronica e non meccanica, è andata a farsi fottere e la lettura pure. Non è così, ma se per te è così spiegami perché, sennò non ti credo e, peggio, non ti leggo più, dacché, contrariamente a quanto sosteneva il tuo amico Léon Bloy, la salvezza non viene più dagli ebrei. Piuttosto da un compùtero (come tu lo chiamasti, italianizzandolo bellamente, e ora non ti ricordi manco più di averlo fatto).

domenica 10 giugno 2012

Cellulare Ceronetti


Dispiace leggere Ceronetti quando scrive pezzi così.
E lo dico con profonda amarezza, io, che dai diciotto ai trenta scelsi lui come bussola per la navigazione nel mondo della cultura.
Avevo bisogno di un maestro che a scuola non avevo trovato, un maestro lontano e inconsapevole di esserlo, per imparare - sarebbe meglio dire imitare - desideri che si confacevano, credo, alla mia indole di teatrante dei sensibili.
Mi domando se sono cambiato io o è cambiato Ceronetti. La prima che ho detto è cosa più probabile.
Certo è che non capisco come un diciottenne, oggi, leggendolo, possa rimanerne affascinato. Io non lo sarei, ma adesso non ho più diciott'anni e meno voglia/desiderio di leggere qualcuno che mi aiuti a giudicare il mondo. Non perché mi senta abbastanza giudice da emettere sentenze inappellabili, sulle quali incancrenirmi e dire al mondo: ho ragione io e io soltanto. No. Il punto è che sono talmente sfiduciato, talmente privo di coriacee convinzioni e fedi, che non riesco a farmi paladino di niente e mi assurgo soltanto al vizio socratico di sapere di non sapere - rinnovato, magistralmente nel Novecento - dall'Osso montaliano del 
Codesto solo oggi possiamo dirti, 

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
E io sul telefonino non ho un cazzo da dire, e se lo avessi e anche di simile a quello ceronettiano, mi guarderei bene dal dirlo, perché mi sembrerebbe di dire alcunché di rilevante, altro se non un giudizio inacidito, inadatto, e privo di significanza.

Il Ceronetti migliore, a mio avviso, è quello che si esercita nel trovare i guasti degli stereotipi linguistici che colpiscono la lingua italiana. Io mi ricordo perfettamente alcune sue battaglie, tipo quella al «niente» ad inizio frase, che si suole dire tra parlanti. Per es:
- Allora, come è andata la giornata?

- Niente... tutto bene, sole ma non troppo caldo...
mostrando meravigliosamente che, chi utilizza il niente ad inizio frase, denota appunto il niente del suo dire, anticipandolo, solo che non si ferma al niente e continua con il suo niente.
Oppure anche la battaglia contro lo smodato uso della parola problema, quando la lingua italiana contempla per essa almeno una trentina di sinonimi il cui utilizzo sarebbe molto più appropriato e calzante, per così lasciare il problema ai veri problemi filosofici ed esistenziali.

Quello, per dire, è il Ceronetti che ho amato di più e che apprezzo ancora. Adesso, che egli abbia comprato un cellulare di vecchio tipo che utilizzerà come un salvavita beghelli e che, di contro, scriva
«Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l'Utente (l'essere, l'anima umana), una volta catturato, precipita senza fine.»
mi fa pensare che chi precipita sia lui, giacché l'Utente (altra parola da lui un tempo redarguita) se non avesse lo smartphone di baratri in cui precipitare li troverebbe sempre, come in fondo capitava quand'essi ancora non c'erano.

lunedì 21 marzo 2011

Un dromedario senza padrone

«Nel deserto dello Higiaz, un dromedario senza padrone vagabondava tra le colline di sabbia, sempre più avvicinandosi, come un fedele e un sottomesso, alle mura della Mecca.
Quando già era in vista della Mecca cambiò direzione, per misteriosa decisione di Dio, e camminando camminando arrivò a Zurigo, città nordica, svizzera, dove si stampa il quotidiano «Neue Zürcher Zeitung», tra i più autorevoli d'Europa - se mai possa essere autorevole un giornale, in cui non esistono, come nel deserto le oasi, pagine interamente bianche - e qui si fermò per bere e dopo bevuto si addormentò sulle rotaie del tram, costringendo il guidatore a chiamare il capolinea con richiesta di istruzioni.
Le istruzioni furono di lasciar dormire il dromedario e di far scendere i passeggeri.
Alcuni si sedettero per leggere la «Neue Zürcher Zeitung», altri guardavano il dromedario con invidia e ammirazione. Tra questi c'era un giovane distinto che ad alta voce disse: - Ma perché questo dromedario non si è fermato alla Mecca ed è arrivato invece fin qui, a Zurigo?
Quel giovane era completamente ottenebrato. Non arrivava neppure ad immaginare che se il dromedario non si era fermato alla Mecca era per volontà di Dio, che aveva voluto che arrivasse fino a Zurigo e qui, soltanto qui, si pigliasse un meritato riposo.»

Guido Ceronetti, D.D. Deliri Disarmati, Einaudi, Torino 1993

P.S.
Speriamo che anche il dromedario di Gheddafi sbagli strada. Certo Zurigo e la Svizzera in genere non sono molto indicate, ma chissà se magari voglia fermarsi a Roma per ritrovare la sua sella.

domenica 6 febbraio 2011

Comandante Ce Ronetti


Se quest'uomo si mette a capo della rivolta, giuro, divento un rivoluzionario.
Aqui se queda la clara
la entranable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Ceronetti.

grazie a Pessima della segnalazione

domenica 21 novembre 2010

Disintossicazione


IL FILOSOFO IGNOTO

Aprendo a caso Rigodon, l’ultimo libro di Céline



In un’alba di malumori, l’oracolino delfico interno mi suggerisce di aprire a caso Rigodon, l’ultimo libro di Céline. Qui a pagina 238 dell’edizione Gallimard trovo e traduco: «Tutto il nostro teatro e le nostre letterature battono sulla copula e ci insistono, noiosamente! Ma il sesso è ben poco interessante... Tanto darsi pena di giganti della penna o del cinema, tanti milioni spesi a pubblicizzarlo, per arrivare, in tutto, a dar risalto a due o tre scossettine di tafanari!... E dio sa quanto tempo ci ho perso... E per appena due o tre sussulti di chiappe!». Attuale oggi, ieri, sempre... Il Filosofo Ignoto lo dedica a nessuno, a centomila, a tutti quanti noi, nella ragnatela dell’Illusione.

Guido Ceronetti.

mercoledì 17 novembre 2010

Se fosse in noi la vita della rosa

Se fosse in noi la vita della rosa
E della rosa l'intensità,
Il profondo profumo che è dei corpi
Molta più forza avrebbe. Ah vita vita
Intensa e breve del mio giorno a roseti
Seminato! A una meteora ferita
Tu che eri uguale uguale uguale,
Attraverso la casa, profumata
Di verità e bellezza, sei passata


Un abisso è l'impronta dove tu
Hai lasciato rovine di roseto,
E quel profumo che si dilata
Fa nell'Oltre-se-stessi i nostri corpi
Spingersi, di più di più

Miguel Hernández (tra il 1939 e il 1941. Versione di Guido Ceronetti, Come un talismano, Adelphi, Milano 1986)

martedì 14 settembre 2010

Essere malati da tempo

Era malato da tempo. Con questa espressione, i giornali ricordano, coi loro coccodrilli, i personaggi più o meno famosi morti a causa di un cancro. Nominare cancro, tumore è una sorta di tabù e per i titolisti e per i redattori, come se tali le parole in sé fossero infette o, appunto, cancerogene. Essere malati da tempo: ma tutti siamo malati da tempo nel tempo, tutti siamo lanciati nella corsa verso la fine. L'essere malati da tempo non significa nulla, colloca in un imprecisato passato il cominciamento del male, ma non ne trova la causa, non ne svela l'origine.*

«Alla malattia infettiva e contagiosa basta per impiantarsi la debolezza fisica, l'immunità cedente, ma il cancro è specialmente attratto dal sovraccarico di attività psichica, dagli sconvolgimenti dell'anima, dell'esasperazione artificiale di raggelate passioni, e s'iscrive nelle configurazioni urbane impazzite, in cui la migliore organizzazione sociale, i più sibaritici servizi pubblici disseminano tacitamente metastasi, in cui il progetto di ogni esistenza individuale è inesorabilmente collocato in stabulari di cancro sperimentale al solo fine di produrre dati».
Guido Ceronetti, La fragilità del pensare, BUR, Milano 2000.

*Pensavo queste cose, ieri, leggendo della morte dei giornalisti Guido Passalacqua e Pietro Calabrese e del cineasta Claude Chabrol. Il pensiero è corso parimenti a quei personaggi famosi (Christopher Hitchens, Micheal Douglas) che hanno fatto outing del loro essere malati di cancro: e hanno fatto bene. Però non dovrebbero limitarsi a dirci, «non pregate per me» o «lotteremo fino alla fine». No, dovrebbero indagare su se stessi, dovrebbero scoperchiarsi in piazza fino in fondo, analizzarsi al rallentatore per capire cosa in loro abbia provocato questa proliferazione di cellule impazzite. Dicano i loro trascorsi genetici, le loro abitudini alimentari, gli ambienti ove hanno vissuto, il loro sonno, i loro sogni, i loro timori, le varie vicissitudini critiche che li hanno attraversati, le loro quaranta sigarette o i loro mezzi bicchieri di scotch. Questo è vero outing, è vera lotta continua. I modelli per il popolo che offrono al popolo conoscenza, indagine vera sul sé, sulla malattia che consuma e avvilisce.
Nessuna ricetta magica, solo offrire a ognuno di noi il pungolo di leggersi dentro fin dove possibile, per capire che ogni parte del nostro corpo ha bisogno di ascolto.

lunedì 16 novembre 2009

Cercasi escort per filosofi di provincia



«Carità romana, titolo idiota o fatto per sviare, di una divina pittura di Guido Reni [...], dove una donna offre da tettare a un vecchio avido di conoscenza (o di vita: ma non c'è vita vera che nella conoscenza). Il gesto e il volto della donna sono un cantico dell'amore infinito, si tocca una delle profondità del mistero erotico, il legame tra il Vecchio e la Bella Fanciulla, in un dilatarsi d'onde della pura Bellezza. Chi ha mammelle così deve offrirle a chi ne ha bisogno intellettuale, non riservarle a lattanti incapaci di capire».

Guido Ceronetti, Un viaggio in Italia, Einaudi, Torino 1983 (pag. 64)

domenica 11 ottobre 2009

Persecuzioni

E Iob parla e dice

Fino a quando mi darete dolore
Tormentandomi con le parole?
Mi avete offeso ripetutamente
Mi frastornate senza pudore
Fosse anche vero che ho peccato
Sarebbe cosa mia il mio peccato
Ma voi che m'insultate
Rinfacciandomi la mia vergogna
Sappiate
È Dio che pecca contro di me
E mi soffoca nella sua rete
VIOLENZA io grido
E nessuno risponde
Io imploro una giustizia che non c'è
La sua mano mi sbarra la strada
Perché non passi
Fa nei miei vicoli il buio
Di ogni mia gloria mi ha spogliato
Dalla testa mi ha tolto la corona
Pezzo per pezzo mi demolisce io muoio
La mia speranza come un albero
Ha sradicato
Contro di me si è acceso il suo furore
Mi tratta come suo nemico
Le sue falangi mi piombano addosso
Lungo linee fissate per colpirmi
E bivaccano intorno alla mia tenda
I fratelli mi ha allontanato
Dai congiunti mi ha separato
I miei amici mi hanno lasciato
I miei cari dimenticato
Per gli ospiti della mia casa
Per le mie serve un ignoto sono
Ai loro occhi diventato
Straniero
Grido al mio servo la mia bocca lo implora
Ma non risponde
Il mio fiato ripugna alla mia donna
Il mio fetore ai figlio del mio ventre
Anche i bambini mi schifano
Se cerco tirarmi su
Mi gettano contro le loro parole
La gente mia più fidata mi aborre
I più amati da me li ho contro
Nella mia pelle la carne marcisce
Carne e ossa li tengo coi denti
O miei amici pietà di me
Colpito dalla mano di Eloàh
Perché mi date anche voi la caccia
Come Dio?
Della mia carne non siete pieni ancora?
Vorrei fossero scritte le mie parole
Incise nel bronzo le vorrei
Con un bulino di ferro nel piombo
E nella pietra per sempre scolpite
Chi mi difende è forte io so
E l'Ultimo oltre la polvere sta
E dietro la mia pelle strappata
Vedo con la mia carne Dio
E proprio io lo vedo
I miei occhi lo vedono e altri no
I reni mi si squagliano nel ventre
Quando voi dite che mi perseguitate
Perché in me è la radice del mio male
Guardatevi dalla faccia della spada
Perché chi vendica le colpe ha una spada
Saprete che c'è Shaddai

Il Libro di Giobbe, a cura di Guido Ceronetti, Adelphi, Milano, 1972

venerdì 7 agosto 2009

Letture agostane

Due post di Malvino [1, 2] più due di Formamentis [1, 2], più la lettera di Claudio Magris in coincidenza con una mia ritrovata lettura ceronettiana (L'occhiale malinconico). Tout se tient, il mondo è grigio, chi trionfa è un certo tipo di umanità di cui mi ostino a credere di non farne parte. O meglio, più che ostino, mi illudo di percepire segnali che fanno pensare a una realtà altra, una specie di sopramondo in cui il pensiero travalica l'azione e i desideri sono frenati dall'argomentazione. Un parlare a bassa voce, su frequenze di difficile sintonizzazione, come queste parole succitate che si susseguono resistenti, veritative, consolatorie. Non è questione di stare qui a rodersi, a risicare, a contorcersi nelle spire del risentimento verso la maggioranza beota e vincente, crassa di prole e puttane di regime: cacano perle per caso? Lo provino, i merdosi potenti pretenziosi di guidare le sorti del mondo. Da queste parti dell'impero spira un vento gelido nonostante sia agosto: il vento della stupidità, della presunzione, dell'impunità. Un vento che provoca un graduale indebolimento delle difese immunitarie laiche e repubblicane di cui i primi a goderne saranno gli Irridemibili Ecclesiastici, i quali vedono crepe solo là nei luoghi più saldi in cui una repubblica laica si riconosce o dovrebbe riconoscersi: saranno contenti che questo Stato vada a rotoli e cada tra le loro braccia pseudoconsolatorie: in fondo non hanno mai digerito Porta Pia e hanno perfettamente capito che la vera vittoria non consiste nel possedere territori, ma le menti dei sudditi. Ma tutto questo, ripeto, non importa: esiste per me un sopramondo, questo, fatto da una piccola (o grande?) comunità di parlanti questa lingua bistrattata che resistono, pensano, parlano, scrivono e danno joie de vivre.

sabato 30 maggio 2009

Una verità e mezzo

«Il Vaticano è la nostra Cina, l'Italia il suo Tibet»

Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009

Nota: il titolo si rifà al celebre detto di Karl Kraus: «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo».

giovedì 16 aprile 2009

Mi duole l'Italia

«Se dovessi rispondere alla domanda: "Che cosa ti fa soffrire di più, vivendo in Italia?", non direi che questo: il suo fallimento civile, e metterei il mio patire di cittadino in testa alla processione delle doglianze. Per usare uno spagnolismo: "mi duole l'Italia"; l'Italia mi è malattia – malattia non mortale però incurabile. Ma non invidio i connazionali indifferenti che non ne soffrono, e che sono causa, in parte, del dolermi l'Italia; la privazione di pena pubblica non è segno di salute psichica e mentale: qui, soltanto chi è profondamente malato d'Italia ha la testa a posto».

Guido Ceronetti, Cara incertezza, Adelphi, Milano 1997 (pag. 73)

Tali parole mi hanno dettato questi versi, spero degni di tale disperazione civile.

Vorrei tanto in disparte salire quel monte.

«Qual monte mi dice una voce feroce

non vedi non puoi non devi nemmeno

pensarlo, figuriamoci farlo adesso

che non è più inverno che il clivo

più dolce appare al cammino».

Io semplicemente chiedevo un minimo

d'ombra che celasse questa vista

d'Italia malata, di teste che vuote

vociferano insensatezza.

Volevo farmi eremita, sfollare nei prati

d'alpeggio, ché al peggio non credo più

possa esserci fine, soprattutto qui

nella penisola da pena abbattuta

dalla voragine civile, dai sorrisi beoti

degli italioti che sparsi seguono

l'ebetudine del potere.

Se un giorno potessi vedere trionfare

l'intelligenza la benevolenza un barlume

di vera cittadinanza, allora potrei

riscendere a valle, riconquistare la piazza

l'amabile conversare negli affollati caffè.

Potrei, se questa puttana la finisse,

una volta per tutte, di ferirmi.

giovedì 2 aprile 2009

Davanti alla casa

La casa che io a lungo frequentai
Nella mia gioventù ieri passando
Per quel rione di periferia
Rieccola. Fu là che Amore
Divampò nel mio corpo con la sua
Sublime forza.

E ieri
Ripercorrendo quella vecchia via
L'incantamento erotico mirabili
Rese le cose: bottegucce
E pietre e marciapiedi,
Davanzali, facciate, balconcini...
Di colpo ogni bruttura era sparita.

E stavo là, fissando quella porta,
Immobile, dalla casa fascinato,
Con tutto il mio esserci, raggiante
Dei trasporti dolcissimi che vissi.
[1918]

Costantinos Kavafis, Un'ombra fuggitiva di piacere, traduzione Guido Ceronetti, Adelphi, Milano 2004

giovedì 19 marzo 2009

Alchimia del verbo


«L'aforisma, se non paradossico, se non ha abbastanza urto, resta tra le muraglie del linguaggio pietrificato, dove la sterminata folla degli umani gira e gira come nell'ora d'aria i prigionieri di Newgate: la farfalla ricade. L'ergastolo linguistico, universale condanna. Dà contentezza di morire il pensiero di non dover più emettere i luoghi comuni quotidiani, di non averne più offeso l'orecchio, di non patire più per lo sconcerto e il disagio che suscitano un poco di ironia, di olio lubrificante d'enigma... Oh magnifico, l'enigma, e il
koan Zen, l'oscurità di un verso, l'anagramma rivelatore, l'oracolo che sorvola e svapora: ti rassicurano, la porta dell'infinito verso cui abbaiamo pieni di sete non è chiusa, non riusciranno a sbarrarne per sempre l'entrata i pretoriani bestiali del finito.
Alchimie du verbe: meravigliosa-meravigliante parola. Partire per non arrivare. Partire per lo scoglio solitario dove non ti seguirà nessuno. Col mio retino ne ho acchiappate, mentre volavano invisibili, appena udibili, alchimie del verbo, benedetta la loro luce di sera, la loro cerchiata fragilità candelare».

Guido Ceronetti, La fragilità del pensare, Rizzoli, Milano 2000.

lunedì 23 febbraio 2009

La ronda del piacere

TANGO DELLE CAPINERE

Per Bixio e Bixio-Cherubini

Angolo del fonografo, mano che gira
La manovella.
Fruscii e scrosci, sbattuti usci,
Agonizzanti note.
Tra Dio mio e troppi soldi
Un riso modulato.

Sul feltro verde piume
D'aria ben nota vestiva
Quel vago uccello tango
Cielo degli Argentini.
E più raschiavi, e più impensa
Vita da te fluiva,
Puntina.

- Ricaricalo! Ancora! -
E riaccendevasi
L'incantamento.
Delusa vestaglia chiusa
Ricaricavi, Lisa,
Pettine in mano, lenta.
"Un bandolero stancooo..."
Ban-do-le-ro... Chi è? - Uno che suona
Il bandolino ai pic-nic! Paste di meliga,
Pane e burro, Vin Santo! -
Cactus e calicanto...

L'Ebrea è medium! Volumi su volumi
Ha già riempito, di profezie!
Morti vocianti. Castighi in vista. Ingiunzioni:
"Amatevi! Tutte sorelle, nazioni!"
(Facile dirlo... assassini,
Cannibali, porconi).
- Polenta, peperonata, porcini! -
- Ehi, è finito... ricarica, Lisa! -
Non ho appetito. Ma proprio, ti dico,
Niente... -
- Saranno i postumi... -
- Se non ti senti... -

E il tango, onda, gettava
Quel grido forfettario:
OGNUNO VUOL GODEREEE... Vuole, sì, ma
Ci riesce, poi? Prima di mezzanotte
Tutti a letto, schiene rotte.
Passa l'ultimo tram. Buenas noches.

Oh Bixio! Oh, Cherubini!
L'Arizona tra pendule
Tute blu impolverava
Di magico pepe crepe
Critiche tra le ringhiere.
- Ah io questo lo scrivo a Mussolini! -
Tremolii di abbaìni...

"Laggiù nell'Arizona
Terra di sogni e di chimere..."
- Si cena o non si cena? -
- Chi te li cuce, i calzini? -
"... la ronda del PIACERE,
E nell'OSCURITÀ..."

- Lisa, la Carmen! Basta Capinere! -
Pagliuchi e Tagliavini.
Bixio tac. Bizet guasto. "Se tu
Non m'ami ebben io t'amo ebben io t'amo..."
Saludos dalla tua Pina. Diciotto luglio Trentasei,
Siviglia.

Curve sull'ago, madre e figlia.
"A mezzanotte va..."
E rieccola. - Chiudi la finestra! -
Ancora aspettano, nell'oscurità.

Guido Ceronetti, Scavi e segnali, Tallone Editore Stampatore, 1992.

domenica 8 febbraio 2009

Ceronetti in tv!



Stasera c'è Ceronetti da Fazio.
Questo è un vero evento televisivo dato che Ceronetti ha sempre manifestato "orticaria" per la televisione. Ora io non so se egli promuoverà le sue ultime Ballate dell'angelo ferito [Il Notes Magico, Padova, 2009, pagg. 112, € 13] perché, a proposito della promozione dei libri in tv, ricordo che una volta lo stesso Ceronetti scrisse mirabilmente che la televisione ha lo stesso credito nel promuovere la lettura quanto lo ha un macellaio che invita a diventare vegetariani.
Vedremo se stasera il Nostro si presenterà con un bel panino al prosciutto in mano, una birra, un caffè espresso, una sigaretta.

venerdì 21 novembre 2008

Al PD, con affetto



Con quali azioni invece di canzoni
Chiara faremo la tua notte nera
Terra che bruci, terra che dolori
Tristezza d'uomo, malattia d'uomo?
Fare dolore è tutto il vostro fare:
Se tu hai guardato in una faccia d'uomo
Non fare niente; fare bene è non fare.

Guido Ceronetti, Compassioni e disperazioni, Einaudi, Torino, 1987

domenica 31 agosto 2008

In Atlantide c'è salvezza



L'America distrugge la vita, ci conserva la libertà. La Russia distrugge la vita e ci toglie la libertà. La Cina gioca con la libertà che ha ucciso, della vita non importandogli niente potrebbe anche lasciarne un resto. Il Giappone distrugge la vita con l'ansia di un primatista. L'Europa tiene alla libertà in quanto permette la distruzione legale della vita. L'Oriente islamico è il braccio, con ben poca mente, di qualsiasi tipo di distruzione. L'Africa distrugge e si fa distruggere pensando che sia il modo migliore di essere liberi. In Atlantide c'è salvezza.


Guido Ceronetti, Pensieri del tè, Adelphi, Milano, 1987, pag.21-22