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lunedì 23 marzo 2015

Si ha paura dei Greci

« Quasi ogni epoca e ogni grado di cultura ha tentato una volta con profondo malumore di liberarsi dei Greci, perché al loro confronto tutto quanto era stato da essa prodotto, in apparenza assolutamente originale e sinceramente ammirato, sembrava perdere improvvisamente colore e vita, e ridursi a copia mal riuscita, anzi a caricatura. E così ogni volta prorompe di nuovo l'intima rabbia contro quel popoluccio arrogante, che ardì qualificare per tutti i tempi come “barbarico” tutto ciò che non fosse di casa sua: chi sono costoro, ci si domanda, che, per quanto possano esibire soltanto un effimero splendore storico, solo istituzioni ridicolmente limitate, solo una dubbia solidità di costumi, e siano addirittura contrassegnati da brutti vizi, pretendono poi fra i popoli la dignità e il privilegio che spetta al genio fra la massa? Purtroppo non si fu così fortunati da trovare il bicchiere di cicuta con cui un tal popolo potesse essere semplicemente tolto di mezzo, poiché tutto il veleno che l'invidia, la calunnia e la rabbia distillarono non fu in grado di distruggere quella magnificenza che basta a se stessa. E così ci si vergogna e si ha paura dei Greci; a meno che uno non stimi la verità sopra tutte le cose e non osi anche dirsela, questa verità, che i Greci cioè tengono in mano come aurighi la nostra e qualsiasi cultura, ma che quasi sempre cocchi e cavalli sono di qualità troppo scadente e inadeguati alla gloria dei loro aurighi, i quali considerano allora uno scherzo il cacciare tali cavalli in un abisso, che essi stessi superano col salto d'Achille. »

Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, versione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 1972 (edizione PBA 1990, pag. 98-99).

Per dar soddisfazione ai desideri della Germania e d'Europa di tornare a “crescere”, il governo Tsipras ha davanti a sé una sola soluzione: il ripristino ufficiale della schiavitù, superando ogni forma contrattuale di lavoro e, insieme, la reintroduzione rituale dei sacrifici umani: anche gli dèi moderni volentieri si dissetano col sangue.

lunedì 10 febbraio 2014

Minaccianti tempeste

«E ora non bisogna nascondersi ciò che si cela nel grembo di questa cultura socratica! Un ottimismo che si crede senza limiti! Ora non bisogna spaventarsi se i frutti di quest'ottimismo maturano, se la società, fatta lievitare fin nei più profondi strati da una siffatta cultura, trema gradualmente tra rigogliosi ribollimenti e bramosie, se la fede nella felicità terrena di tutti, se la fede nella possibilità di una tale civiltà universale del sapere si converte a poco a poco nella minacciosa pretesa di possedere una tale felicità terrena alessandrina, nell'evocazione di un euripideo deus ex machina! Si noti bene: la cultura alessandrina ha bisogno, per poter esistere durevolmente, di una classe di schiavi; ma essa, nella sua concezione ottimistica dell'esistenza, nega la necessità di una tale classe e va perciò gradualmente incontro, quando sia esaurito l'effetto delle sue belle parole di seduzione e di rassicurazione della “dignità dell'uomo” e della “dignità del lavoro”, a un'orrenda distruzione. Non c'è niente di più terribile di una classe barbarica di schiavi che abbia imparato a considerare la sua esistenza come un'ingiustizia e che si accinga a far vendetta non solo per sé, ma per tutte le generazioni. Chi oserà, contro tali minaccianti tempeste, fare appello con animo sicuro alle nostre smorte e stanche religioni, che sono degenerate fin nelle loro fondamenta in religioni dotte? In questo modo il mito, presupposto necessario di ogni religione, è già dappertutto paralizzato, e anche in tale sfera ha preso il sopravvento quello spirito ottimistico che abbiamo or ora indicato come il germe distruttivo della nostra società.» 
Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1990, pag. 120-121 versione di Sossio Giametta.

Di passata, si potrebbe obiettare a Nietzsche che l'islam ancora tanto smorto e stanco non è, visto il fermento integralista che lo anima e la (conseguente?) forte presa sulle masse - ma non è questo il punto, mi sembra limitato focalizzare l'attenzione di quanto sopra scritto sulle religioni dotte.
Opportuno, invece, mi sembra individuare nella cultura alessandrina la cultura borghese tout court, la quale, precipitata nel pozzo delle sue contraddizioni, ha «esaurito l'effetto delle sue belle parole di seduzione e di rassicurazione della dignità dell'uomo e della dignità del lavoro»; malauguratamente, quindi, date le promesse mancate, la cultura borghese ha scatenato le «minaccianti tempeste» delle orde barbariche che si accingono a far vendetta. Questo, intuisce Nietzsche, contiene in sé «il germe distruttivo della nostra società», la quale, rispetto alle società arcaiche, non può più giocare il jolly del capro espiatorio che convoglia su di sé la rabbia e la violenza della folla (è per tale ragione che «il mito, presupposto necessario di ogni religione, è già dappertutto paralizzato»)*. La violenza rimane in campo, non può che essere parzialmente circoscritta dentro i confini del rito (i rituali moderni di vario tipo non sono certo efficaci come quelli d'antan), ma si fa fatica a trattenerla, può esplodere e invadere la società da un momento all'altro.
Orbene, se non si può «fare appello» al religioso, a chi rivolgersi? Alla politica? All'economia? Oppure alla Critica dell'economia politica?

*Per questo, se non erro, a Nietzsche non sarebbe dispiaciuto un ritorno ai sacrifici umani.

sabato 17 dicembre 2011

Dolore è conoscenza

«Come si vorrebbero cambiare volentieri le false asserzioni dei preti, che esiste un Dio, che egli esige da noi il bene, che è vigilatore e testimone di ogni azione, di ogni attimo, di ogni pensiero, che ci ama, che in ogni sventura vuole il nostro bene: come si vorrebbe cambiarle volentieri con verità che fossero altrettanto salutari, tranquillizzanti e benefiche di quegli errori! Ma tali verità non esistono; la filosofia può opporre loro al massimo delle parvenze metafisiche (in fondo altrettanto non verità). Ma ora la tragedia è questa, che non si può credere a quei dogmi della religione e della metafisica, se si porta nel cuore e nella mente il severo metodo della verità, e d'altra parte si è divenuti attraverso l'evoluzione dell'umanità così delicati, eccitabili e sofferenti, da aver bisogno di mezzi di salute e di consolazione della più alta specie; dal che sorge quindi il pericolo che l'uomo si dissangui sulla verità conosciuta. Ciò esprime Byron in versi immortali:
Sorrow is knowledge: they who know the most

Must mourn the deepest o'er the fatl truth,

The tree of knowledge is not that of life¹.
Contro tali cure, nessun mezzo giova più dell'evocare, almeno per le ore più tristi e buie dell'anima, la solenne leggerezza di Orazio, e del dire a se stessi con lui
quid æternis minorem

consiliis animum fatigas?

Cur non sub alta vel platano vel hac
pinu jacentes²
Sicuramente comunque la leggerezza o la melanconia di ogni grado sono meglio di una fuga e di una diserzione romantiche, di un riavvicinamento al Cristianesimo in una qualsiasi forma: poiché con esso, nell'attuale stato della conoscenza, non si può più assolutamente aver a che fare senza insozzare irrimediabilmente e senza abbandonare di fronte a sé e agli altri la propria coscienza intellettuale. Quei dolori possono essere veramente penosi, ma senza dolori non si può diventare una guida e un educatore dell'umanità; e guai a colui che volesse tentare ciò e non avesse più quella pura coscienza!».

Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano 1979. Versione di Sossio Giametta.

¹ «Afflizione è la conoscenza: coloro che più di tutti conoscono, devono più profondamente di tutti soffrire per questa verità fatale: l'albero della conoscenza non è quello della vita». Cfr. Byron, Manfredi, I, i.
² «A che tormenti un animo troppo piccolo con disegni eterni? Perché non ci sdraiamo sotto l'alto platano o sotto questo pino?». Cfr. Orazio, Odi, II, 11, 11-14.

Credo che questa lettura nietzschiana sarebbe piaciuta a Christopher Hitchens. Forse, nonostante la bellezza dei versi, avrebbe avuto qualcosa da dire circa l'ultimo della terzina byroniana, giacché avrebbe, credo, replicato che l'albero della conoscenza è, fortissimamente è, parte dell'albero della vita.

Inoltre, mi sembra doveroso segnalare il post commovente di Giovanni Fontana e la conversazione di questi quattro brillanti signori, tra i quali ce n'è uno che fuma sorseggiando scotch.


domenica 2 maggio 2010

La resistenza dei blog

Ho trovato questa citazione di Nietzsche che, con una lieve modifica, s'adatta bene a quei pochi resistenti che s'ostinano a pensare (e a manifestare il loro pensiero).

«Chi non scrive libri, chi pensa molto e vive in una società che non lo soddisfa scriverà, di solito, un buon epistolario», ovvero diverrà un buon blogger.

Il titolo del post è ispirato da questo titolo

sabato 27 marzo 2010

Domanda amorale

«139. Presunta superiorità. Voi dite che la morale della compassione è una morale superiore a quella dello stoicismo? Dimostratelo! Prendete però la nota che “superiore” e “inferiore”, nella morale, non si possono a loro volta valutare sulla base di un metro morale: poiché non esiste nessuna morale assoluta. Prendetele dunque altrove le unità di misura e - siate cauti!».

Friedrich Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano 1964

Caro Alex, dove prendere dunque tali «unità di misura»? Sii cauto, mi raccomando.

martedì 19 gennaio 2010

Suscitare l'orrore

«- Ho udito troppe cose da lei, maestro” - aveva detto l'onesto discepolo - troppo a lungo le sono rimasto vicino, per potermi ancora abbandonare con fiducia all'ordinamento vigente della cultura e dell'educazione. Troppo chiaramente sento quegli errori e quegli inconvenienti insanabili, che abitualmente lei mi mostrava a dito: eppure mi sembra che scarseggi in me la forza con cui, lottando più coraggiosamente, potrei raggiungere il successo, e con cui potrei frantumare i bastioni di questa presunta cultura. Mi ha colto uno scoramento generale: la fuga nella solitudine non è derivata né da orgoglio, né da presunzione» [...]
«- Suvvia, fermati una buona volta, mio povero amico - disse il filosofo - ora ti capisco meglio, e prima non avrei dovuto dirti parole così dure. Hai ragione su tutti i punti, fuorché riguardo al tuo scoraggiamento. Ora ti dirò qualcosa, per consolarti. Quanto tempo credi che durerà ancora, nella scuola della nostra epoca, un tale contegno della cultura, per te così duro a sopportare? Non voglio nasconderti la mia fiducia al riguardo: l'epoca di tutto ciò è finita, i suoi giorni sono contati. Il primo che ardirà essere completamente onesto in questo campo potrà ascoltare l'eco della sua onestà ripercossa da mille anime coraggiose. In fondo esiste difatti un tacito accordo fra gli uomini di questa epoca che sono più nobilmente dotati, e che sentono con maggior calore. Ciascuno di essi sa che cosa ha dovuto sopportare per la situazione culturale della scuola, e ciascuno vorrebbe liberare almeno la sua discendenza da una simile oppressione, anche a costo di sacrificare se stesso. Che nonostante ciò non riesca a manifestarsi da nessuna parte una completa onestà, ha come triste causa la povertà spirituale degli insegnati della nostra epoca: proprio in questo campo mancano i talenti realmente inventivi, mancano gli uomini veramente pratici, ossia coloro che abbiano idee buone e nuove, e sappiano che la vera genialità e la vera prassi devono necessariamente incontrarsi nel medesimo individuo. I pratici prosaici, per contro, mancano proprio di idee, e perciò mancano anch'essi di una vera prassi, Non si ha che da prendere contatto con la letteratura pedagogica della nostra epoca: bisogna essere completamente corrotti per non spaventarsi [...] della suprema povertà spirituale, e di questo girotondo davvero sgraziato, Nel nostro caso, la filosofia deve prendere le mosse, non già dalla meraviglia, bensì dall'orrore. Chi non è in grado di suscitare l'orrore, è pregato di lasciare in pace le questioni pedagogiche. Sinora, senza dubbio, è accaduto di regola l'inverso: coloro che inorridivano come te, mio caro amico, scappavano impauriti, e coloro che rimanevano impavidi, tranquilli, mettevano nel modo più rozzo le loro mani rozze sulla più delicata tra tutte le tecniche che possano competere a un'arte, ossia sulla tecnica della cultura».

Friedrich Nietzsche, Sull'avvenire delle nostre scuole, Adelphi, Milano 1975 (pagg. 37-39)

lunedì 4 gennaio 2010

Doppio cervello

«La scienza sempre più, - col gettare il sospetto su fonti di consolazione come la metafisica, la religione e l'arte, - toglie gioia: quella grandissima fonte di piacere, alla quale gli uomini devono quasi tutta la loro umanità, si impoverisce. Perciò una cultura superiore deve dare all'uomo un doppio cervello, qualcosa come due camere cerebrali, una per sentirci la scienza, un'altra per sentirci la non scienza».

Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano.

Riporto questa citazione nietzschiana per confrontarla con quanto scrive Leonardo a proposito del terrorista nigeriano bloccato fortunatamente prima che potesse far saltare in aria l'aereo.
Non credo che Nietzsche abbia ragione. O meglio: non può averla dato che l'uomo ha da sempre avuto un doppio cervello. Il problema è semmai sfatare il mito che la scienza, la razionalità, la riflessione - tout court: il pensare non consolino l'umanità e la impoveriscano; il problema da risolvere è come gettare un ponte stabile¹ tra i due cervelli, in modo che essi comunichino e non si facciano paura a vicenda. Giacché quando il doppio cervello funziona all'unisono è più facile inciampare nella verità di questo mondo: cadere, toccare terra, alzare lo sguardo al cielo, respirare aria, non il contrario.

¹Spero che Paolo conforti questa ipotesi...

lunedì 2 marzo 2009

Follie e saggezze teologiche

A proposito di evoluzione e teologia. In margine al Dna di Dio e al Cercare l'ago nel pagliaio.

Innanzitutto, chiariamo subito che cosa sia la Teologia. Essa, come si ricava dalla sua etimologia, è un discorso, uno studio su Dio. Dunque essa è una disciplina che prende in esame qualcosa che di per sé non può essere oggetto di ricerca scientifica (se non nella maniera paradossale che Dawkins giustamente e magistralmente effettua nel suo L'illusione di Dio).

La teoria scientifica dell'evoluzione invece ci dice come stanno, come furono e come, in una certa misura, saranno le cose della vita sul nostro pianeta. La teologia cristiana fatica ad accettare tale dato di fatto perché esso evidentemente scombussola tutto l'impianto sul quale essa poggia i piedi; ma siccome si è innestata nella tradizione filosofica dei greci, prevede all'interno del suo discorso l'uso della logica razionale, e perciò essa non può sottrarsi a un confronto con l'evoluzionismo, pena la ricaduta completa nel ridicolo. Infatti, così come, obtorto collo, fu costretta ad accettare l'eliocentrismo, così ora - ancor più obtorto collo con l'aggiunta di qualche imprecazione - la teologia è costretta a fare i conti con la realtà dell'evoluzione e col suo ancor più rivoluzionario portato circa la natura umana (e divina). Innanzitutto l'evoluzione mette a repentaglio qualsiasi fondamento della Scrittura giudaico-cristiana, giacché mina le basi di ogni possibile creazionismo. Oltre a questo, anche tutti i teorici del disegno intelligente dovrebbero arrendersi perché d'intelligente, di teleologicamente orientato nella storia della vita sulla Terra non c'è traccia; oramai che la vita sia frutto del caso e della necessità pare assodato.
Allora il destino della teologia è completamente segnato? Il "coraggioso" tentativo di Vito Mancuso di conciliare questi due cosiddetti magisteri mi sembra destinato al fallimento; e questo perché tale sforzo cerca d'inglobare il dato di fatto dell'evoluzione dentro il calderone di un finalismo che porta l'uomo a essere il vertice di tutto il "creato". Tuttavia, più si gratta nel fondo della vera ricerca scientifica, più si scopre di quanto siamo sì degli esseri straordinari, ma anche di quanto siamo insignificanti se messi a confronto con l'incommensurabilmente piccolo e incommensurabilmente grande universo che ci sta intorno. È normale quindi considerarci dei prediletti figli di Dio, ma a che pro? A far sussistere un'idea di Dio che la teologia stessa dovrebbe rigettare?
A mio modesto avviso, se la teologia vuole continuare a parlare di un Oltre l'uomo, dovrebbe partire e fondarsi non tanto su un logos impeccabile, da tavolino, che fa discendere tutto il reale dall'alto di un qualsivoglia disegno divino. No, essa deve fondarsi proprio sul fallimento dell'idea di Dio, sulla sua sconfitta, sulla sua morte.

125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125, tr. F. Masini, Adelphi, Milano.

La teologia dunque come (se non ricordo male disse da qualche parte anche Sgalambro, mi pare nel suo Trattato dell'empietà, ma devo controllare) criminologia. Dacché siamo nati per credere, bisogna altresì riconoscere, una volte per tutte, che Dio è morto perché noi l'abbiamo ucciso.
Questo celeberrimo aforisma nietzschiano è, a mio avviso, direttamente collegato a questo passaggio de Il gene egoista, dove Dawkins chiarisce, primariamente, cosa il suo libro non sia:

«Io non intendo sostenere una moralità basata sull'evoluzione: dico come le cose si sono evolute e non come noi esseri umani dovremmo comportarci. Sottolineo questo punto, perché so che esiste il pericolo di essere frainteso da quella gente, troppo numerosa, che non sa distinguere tra una dichiarazione di fede nella verità dei fatti e un'affermazione che così i fatti dovrebbero essere. La mia opinione personale è che una società umana basata soltanto sulla legge del gene, una legge di spietato egoismo universale, sarebbe una società molto brutta in cui vivere. Sfortunatamente però, per quanto noi possiamo deplorare una cosa, questo non le impedisce di essere vera. Questo libro cerca soprattutto di essere interessante, ma se volestre ricavarne una morale, leggetelo come un avvertimento. Siate consapevoli che se desiderate, come me, costruire una società in cui i singoli cooperino generosamente e senza egoismo al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo, perché siamo nati egoisti. Bisogna cercare di capire gli scopi dei nostri geni egoisti, per poter almeno avere la possibilità di alterare i loro disegni, qualcosa a cui nessun'altra specie ha mai aspirato».

Richard Dawkins, Il gene egoista, tr. G. Corte, A. Serra, Mondadori, Milano.

Ecco da dove, secondo me, una seria teologia dovrebbe partire. Ma a questo punto il suffisso Teo, avrebbe ancora un senso? Non basterebbe un serio e onesto discorso sull'essere umano?

P.S.
L'uomo folle è l'unico teologo oggi possibile; la follia è l'unico orizzonte della teologia.