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domenica 7 settembre 2014

Il dilemma di Rembrandt e del gatto


«Il dilemma di Rembrandt e del gatto, ossia: “Dovendo salvare da un incendio o un Rembrandt o un gatto, chi salvereste?” risulta sempre favorevole al gatto, cioè alla vita di un essere qualsiasi più che a un prodotto per quanto raffinato della civiltà e dell'arte. Deciso a verificare questa nobile e sentimentale tendenza umana (che trova però ostili i direttori di musei e i grandi mercanti d'arte), e sembrandomi che il gattino opposto a una tela di Rembrandt la vinca solo per le sue grazie di simbolo, abbiamo fatto un sondaggio personale; e invece di interrogare cento persone sulla stessa domanda abbiamo preferito interrogare la stessa persona su cento varianti del dilemma. Riporto alcuni esempi.
Tra un Rembrandt e un bambino irrecuperabile? Il bambino. Tra un Rembrandt e un ladro? Il ladro. Tra un Rembrandt e un motociclista? Il Rembrandt. Tra un Rembrandt e un ottuagenario? L'ottuagenario. Tra un Rembrandt e un pompiere? Pensi il pompiere a salvare il Rembrandt. Tra un Rembrandt e un presentatore televisivo? Domanda: si tratta di un vero o di un falso Rembrandt? Risposta: mettiamo che si tratti di un falso Rembrandt. Allora, il falso Rembrandt. Riportiamo la questione sui nostri binari: tra un Rembrandt autentico e un cacciatore? Il cacciatore. Ne è ben certo? Sì, il cacciatore vorrei bruciarlo io, a parte. Continuiamo: tra un Rembrandt e sua moglie? Il Rembrandt. Ma è orribile, si rende conto? No, mia moglie non mi perdonerebbe mai di aver lasciato bruciare un Rembrandt, ai prezzi che vanno oggi le tele del Fiammingo. Per concludere: tra un Rembrandt e lei stesso? Il Rembrandt, purché si tratti di un mio ritratto. Ma com'è possibile, se Rembrandt è vissuto secoli fa? Questo è un problema che non riguarda me, riguarda il pittore. Eccetera. Risparmio le altre risposte. Da esse ho dedotto che l'animo umano è un mistero; e che ogni dilemma può diventare un gioco di società.»

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Rizzoli, Milano 1973

Aggiunta:
Tra Rembrandt e Matteo Renzi chi lasceresti bruciare? Gli Eurodem.

domenica 29 dicembre 2013

La fine dei fogli appallottolati e strappati

È sdraiata sul pavimento e sta leggendo. Attorno a Liza ci sono dei fogli appallottolati e strappati. Non ci fa particolarmente caso, finché non ha il sospetto che siano fogli del suo lavoro. Si precipita in ginocchio, ne afferra uno, due, tre, li guarda e ha la conferma. Resta per un attimo senza fiato, l'indignazione lo rende muto. Liza lo guarda calma, sorridente, interrogativa e sorpresa:
«Tutta la storia del bagno turco. Ho creduto... ».
L'ira di Fabro scoppia come un tuono: «Che hai creduto! Come ti permetti di credere! Come puoi osare una cosa simile!».
Liza Baldwin: «Io pensavo...»
Fabro: «Non devi pensare! Chi sei tu per strappare quello che io scrivo? Rispondi? Chi sei?».
L'ha afferrata per il collo della camicetta, la stringe, scuotendola. Chiude gli occhi per impedirsi di picchiarla, poi di colpo la lascia, raccoglie i fogli strappati (la sola copia che gli resta!), si alza, sempre furioso, smozzicando le sue proteste, ripetendole con maggior forza, battendo i pugni sul tavolo. Liza sta salendo rapidamente la scala che porta alla camera da letto.
Fabro la vede fuggire, prende i fogli ne spiega e ne stira qualcuno, la sua ira comincia a sbollire.

Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970

Una scena simile oggi non sarebbe proponibile. O meglio, non da oggi, ma da tanto tempo, oramai. Diciamo un tre lustri buoni stando stretti (da poco, infatti, come ha ricordato Stefano Bartezzaghi sulla Repubblica odierna, si celebra il trentennale del rilascio di Word).
Oggi, dunque, Liza Baldwin non avrebbe potuto strappare alcun foglio a Fabro. Avrebbe potuto sfasciargli il compùteroma, se Fabro non fosse stato uno sprovveduto, nel senso che, come da un paio d'anni almeno si suole, avesse conservato una copia del suo lavoro in una nuvola qualsiasi, neanche questo sarebbe servito alla di lei vendetta del bagno turco.

E quindi? Allo stato presente, la miglior cosa, per Liza, sarebbe trafugare la di lui password per modificare o, peggio, cancellare i suoi file... Ma vabbè, tutta la scena assumerebbe un aspetto diverso, ira di Fabro compresa, ira che non avrebbe modo di sbollire prendendo i fogli da terra, spiegandone e stirandone alcuni...

martedì 23 ottobre 2012

Lasciando tutto sul pavimento

Alyssa Monks
«Si è spogliata nella cucina, lasciando tutto sul pavimento, ed è salita verso la stanza da letto. Mi ha ricordato certe modelle, mogli o amanti dell'artista, che nei quadri di una volta (ora finiti nei sotterranei delle gallerie, ma che si vedono ancora in qualche ufficio di notaio) prendevano possesso dello studio, come donne vere e nude, amatissime e ispiratrici. L'ho lasciata andare e stavo rileggendo il solito foglio che rimane nella macchina da scrivere quando è riapparsa al sommo della scala, stavolta a cul-de-lamp per l'edizione limitata di un poeta maledetto, nel suo corpo esile e arcuato, e mi ha chiesto se restavo giù a lavorare. Ho risposto: “Come se fosse possibile lavorare, qui fra tutte queste distrazioni”.»
Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970.

Mi fatica sia sera, vorrei meno sera, ma d'autunno non si può desiderare meno sera.

Rifaccio

Non si è spogliata per nulla, anzi: si è rivestita: in casa fa più freddo che fuori, in quest'ottobre che non smette di essere in fregola. Ma prima di mettersi una felpa, ha posato la borsa della spesa sul pavimento ed è andata in bagno a orinare. La teneva da mezza giornata, così le prende una cistite, gliel'ha detto anche il dottore. Mi ha ricordato che un tempo l'amavo, come certe donne che si amano un tempo, e poi ci si viene a noia, reciprocamente, come vecchie stampe di scarso valore appese a pareti color crema, che uno non si accorge neanche più d'avere in casa e, se ci pensa, non ricorda nemmeno le motivazioni per cui sono lì appese, tutte polvere e ragnatele. L'ho sentita tirare lo sciacquone e imprecare per il bruciore che l'ha assalita, mentre io sto leggendo al reader le suggestioni di chi insegue le dichiarazioni estemporanee di un ministro poco trombabile, altamente stomachevole. Eccola che è uscita e io pronto, con un bicchiere che, a tutta prima, pareva uno spritz e invece era una Soluzione Schoum allungata con un po' acqua minerale. Non so se l'ha bevuta, io so che mi sono defilato alla ricerca di un angolo in cui conquistare una certa solitudine. L'ho trovata, unico modo per vivere, qui, fra tutte queste distrazioni.

martedì 25 settembre 2012

La composizione del magma

Stanco, stasera torno a casa con una certa dose di cinismo e distrazione; cosa è successo fuori mi riguarda poco perché non è uno specchio - e scivolo nel mio solito concorrere alla produzione di pensieri scritti inutili, tanto per farmi chiarezza da solo, per inebriarmi del mio niente, del mio io che motteggia per trovare quel sorriso interno che non rappresenta il ghigno del risentito, ma il balsamo del disincanto.
Non saprei dire esattamente cosa vorrei e questo mi rende abbastanza certo di essere nel giusto, vale a dire che quel che ho e quel che sono, sono sufficienti a garantirmi una buona dose di autostima.
Sono quei due o tre minuti di consapevolezza che mi danno la percezione, forse errata, di sapere chi sono; ma poi passa - e ritorno nel mio incerto vivere, cercando di camminare come un equilibrista tra il rincoglionimento e la saggezza.
«Immerso nella vita, l'artista afferma di cercare una spiegazione dell'esistenza: che sono due cose diverse. Mi fa pensare al geologo che, caduto nelle sabbie mobili, cerchi di decifrare la composizione del magma che lo inghiottirà, senza curarsi del fatto, ben più importante, che quello stesso magma lo sta inghiottendo. Questa soluzione è per il geologo talmente scontata e irrefrenabile che ne trae una certa cupa vanità» Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Rizzoli, Milano 1973

sabato 18 febbraio 2012

L'intelligenza come qualità inferiore


«I suoi giovani invitati sono belli, escono dalle università di famiglia, dai loro club, intelligenti per censo (conoscono l'esatto valore della vita), ammorbiditi da un'esistenza di bagni, di aria aperta, di sport costosi, di vacanze inaccessibili. Non si può non ammirarli, come risultato genetico. Non hanno niente da dirmi, ma io non ho verso di loro nemmeno il disprezzo o l'odio di classe, che reputo inutile. In un senso strutturale sono il prodotto di una civiltà raffinata, affrancati dalla nostra morale. Nessuno di costoro vuol scrivere o dipingere: hanno chi lo fa per loro; ma se volessero, i loro libri avrebbero immediato successo mondano, i loro quadri anche. Ma non vogliono: considerano l'intelligenza una qualità inferiore, quando non è applicata freddamente al potere e alla vita». Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, 1970, pag. 203
Adesso capisco perfettamente perché non siamo capaci, noi intelligenti, di fare o di provare a fare la rivoluzione. Perché ci sentiamo superiori, strutturalmente superiori, a certa gente. Non riusciamo a odiare, né a disprezzare tali ospiti, eternamente giovani, ricchi, belli, in piena salute e coloriti come la sugna. Non siamo cattivi abbastanza. A noi, i lumi, ci hanno reso teneri, ci fanno camminare sulla superficie delle cose con l'essenziale o quasi, noi che non abbiamo licenze universitarie di facoltà di prestigio; noi che consideriamo l'intelligenza una qualità superiore, non possiamo prendere le armi e dare di matto come Amleto, cercando vendetta e giustizia, sconquassando le regole tenui che i nostri padri ci hanno donato dopo aver fatto alla guerra. Siamo malati di costituzione, noi occidentali, liberali e pacifici dentro. Ci trovassimo davanti un banchiere bancarottiere, piuttosto che mettergli due dita negli occhi, gli offriremmo da bere. Perché siamo educati e moralmente irreprensibili. Di noi, quando moriremo, tutto si potrà dire ma non ch'è morta una testadicazzo, oppure un fottutissimo pezzo di merda che ha affamato il mondo per pensare al suo cazzo di tornaconto. No, di noi si ricorderà in particolare la nostra gentilezza, il nostro savoir faire, il nostro preferir prendere in giro se stessi che gli altri. Paste di uomini e di donne che sanno, sotto sotto, di essere dalla parte giusta e che temono più di essere colti in fallo che fallare.
Il problema, però, è che una volta esercitato il nostro senso critico, ci accorgiamo che la nostra superiorità è come una pistola caricata a salve che non spaventa gli invitati al banchetto del potere nemmeno quando esplode, poiché essi sanno benissimo che le nostre parole non possono ferirli.
Ed essi continuano a godere alla facciaccia nostra, povero popolo che per stare bene ha smesso di rodere, di rosicare, di minare le fondamenta stesse del potere che si fondano sul rispetto. Ma rispetto per chi?
Ecco, questo è quello che resta del mondo dopo che lor signori hanno favorito: prendete e mangiatene tutti, restano briciole.

domenica 14 agosto 2011

Inferno, vita


«Ecco come io immagino l'inferno» mi diceva R. «Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l'iroso...»
«Basta,» gli dico «tu stai descrivendo la vita.».

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, (1963), Rizzoli, Milano 1973

domenica 7 marzo 2010

Esami di moralismo

a Galatea, ad Alex, a Malvino, a Phastidio, a Formamentis, a Federica, a Giovanni, a Chiara

« - Lei è moralista? Esprima un giudizio ironico sugli italiani.
- Sono dei dongiovanni sul piede di casa che all'estero si lamentano del cattivo caffè e a casa consumano più brillantina che carta.
-
Bene. Definisca scherzosamente la situazione politica in Italia.
- La situazione politica in Italia è grave ma non è seria.
-
Ne dia un giudizio più amaro.
- Sono un sincero democratico, ma certe cose mi fanno arrossire di rabbia e di vergogna: penso, pertanto, che gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».

Ennio Flaiano, Diario notturno (Taccuino 1954), Adelphi, Milano 1994.

lunedì 1 marzo 2010

Un paese impossibile

«L. mi parla di un certo suo affare che vuol combinare. Si tratta di cosa losca, quindi sicura, cerca complici: ha tentato di arrivare ad un ministero ma non ha trovato la strada. “Tutto diventa impossibile in questo paese, persino la corruzione” conclude disgustato».

Ennio Flaiano, Diario notturno (‘Taccuino 1956’), Adelphi, Milano 1994

mercoledì 17 febbraio 2010

La nostra commedia è tutta qui



«Sì, i servi sono la nostra vera continua autobiografia. Noi ridiamo dei loro vizi e difetti, dei loro guai e disastri, perché sono tutti nostri, li riconosciamo, e il ridere finisce per farceli vedere sotto una luce non soltanto accettabile, ma persino lusinghiera. Il riso assolve; e noi abbiamo bisogno di una ininterrotta assoluzione. La denuncia [...] ci inorgoglisce. La satira ci rende fieri, come se ci riconoscesse uno stato civile artistico, un diploma che ci sollevi dalla mediocrità e dal grigiore delle parti secondarie. Questo spiega il piacere che prova un italiano nel raccontarvi le sue avventure, spesso atroci, e spesso immorali. Quel che importa non è la conclusione morale, o sentimentale o filosofica, ma il fatto: che sia avvenuto e che risulti divertente. L'inferno italiano è popolato di maldestri peccatori che al rifiuto del concetto di colpa e di peccato uniscono la capacità di ridere dei guai in cui si trovano. E poiché il Diavolo laggiù è il padrone, ne deriva la necessità di imbrogliarlo. La nostra commedia è tutti qui».

Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Rizzoli, Milano 1970 (pag. 103-4)

mercoledì 22 luglio 2009

Vacanze cinesi

«Bussavano alla porta. Il cameriere del corridoio controllava l'ordine delle stanze e chiedeva se Adamante avesse bisogno di qualcosa. "Oh, yes" rispose l'architetto e disse rapido quello che voleva, una ragazza, restando un pochino sulla celia, per tenersi aperta un'onorevole ritirata. Il cinese guardò attorno, come cercando la ragazza, poi allargò le braccia desolato e infine con un sospiro: "Tomorrow", con le elle al posto delle erre. "Tomollow un cazzo," rilanciò serenamente l'architetto "domani parto"».

Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970.

martedì 2 giugno 2009

Le contraddizioni



«La giornata. Grosse contraddizioni nella mia vita non ce ne sono, direi che le ho mancate tutte per difetto d'immaginazione. Così, non sono mai caduto sulle vie di Damasco, ma nel corso di una sola giornata posso contraddirmi, come il savio, settanta volte. Le contraddizioni, in un indeciso della mia specie (assai comune), sono un po' di moto e quindi l'equilibrio. Cambio di umore e di idee seguendo il corso del sole. La mattina odio la società, la sera la amo. Al mattino, leggendo i giornali, tutto mi è di peso: la commozione delle classi medie, l'insolenza degli estremisti, la beatitudine dei governanti. Col trascorrere delle ore mi sento più portato a comprendere gli altri punti di vista, persino a tollerare e a sorridere. Scende infine la sera: ma sì, tutto va meglio, l'Italia è il mio paese, gli italiani sono simpatici con tutti i loro difetti, la rivoluzione può essere rinviata. L'indomani sono daccapo: solitudine totale, rinuncia, o tuffo nella realtà? Dovrò compiere altre rivoluzioni attorno al mio asse, in ventiquattro ore».

Ennio Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986

martedì 26 maggio 2009

Un paese che conserva

«Italia, paese di porci e di mascalzoni. Il paese delle mistificazioni alimentari, della fede utilitaria (l'attesa del miracolo a tutti i livelli) della mancanza di senso civico (le città distrutte, la speculazione edilizia portata al limite) della protesta teppistica, un paese di ladri e di bagnini (che aspettano l'estate) un paese che vive per le lotterie e il giuoco del calcio, per le canzoni e per le ferie pagate. Un paese che conserva tutti i suoi escrementi».
[1969?]

Ennio Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986

venerdì 15 maggio 2009

La libertà

«L'amore per la libertà, prima fisica, in seguito spirituale e politica, è la sola idea che non mi ha procurato contraddizioni. È per me un amore tanto naturale, forse biologico, che non me ne faccio un merito (o, qui, dovrei dire: una colpa). Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa. Da ragazzo amavo la Repubblica come idea, adesso come sostanza. Spesso penso che il nostro paese affronta amare sorprese per un'incapacità dei suoi abitanti a sentirsi liberi, e una tendenza a lasciar correre: a Roma dicono "ad abbozzare". Un giorno, un filosofo, uno di quelli che girano sempre attorno alla verità senza mai potersi fermare, mi rimproverò di credere nella libertà, che non può esistere nello Stato moderno. Una altro giorno, uno storico di sinistra mi ha voluto dimostrare che in Italia l'anticlericalismo è superato storicamente. Vivere in un paese dove i filosfofi e gli storici sono così abbondanti e male informati, è duro: soprattutto se si pensa che sono i soli beati conformisti che mai si contraddicono».

Ennio Flaiano, Frasario essenziale [Le contraddizioni, 1957], Bompiani, Milano 1986

mercoledì 8 aprile 2009

Le jene



Da un mese nel nostro giornale hanno assunto in prova due jene. Una mattina, nello stanzone dove lavoro assieme ai colleghi Rosso e Milito, è entrato il capo dei servizi di cronaca con un tale che teneva queste due jene al guinzaglio. Le ha sciolte e se n'è andato. Sulle prime ci siamo un po' allarmati, la jena è un animale sgradevole; anzi pare la combinazione araldica di tutti gli animali sgradevoli: ha qualcosa del ratto di fogna, del coccodrillo, dello scorpione, un che di pipistrello, e sembra che, invece della sua pelliccia, del resto inutilizzabile, indossi uno scendiletto sporco.
Vista di spalle, dalla potenza del groppone potrebbe essere scambiata per un grosso cinghiale; ma il cinghiale ha qualcosa di nobile, di leale, e non è selvatico come si crede. Sono gli uomini che ve l'hanno ridotto dandogli continua caccia. Tempo fa ho visto una femmina di cinghiale coi suoi cuccioli, in una gabbia; la tenevano davanti a un ristorante della Maremma, quei maledetti, vicino all'ingresso, per richiamo e garanzia di buona cucina. Bene, quando mi avvicinai a quella gabbia, la brava bestia cominciò a dimenarsi e a mugolare di gioia, strofinando il muso contro la rete, guardandomi con occhi imploranti, quasi chiedendo le mie carezze. Mi lasciò una serena impressione di affetto e la certezza che in ogni animale c'è un nostro amico, che non ignoriamo.
La jena no, non dà questa impressione, che persino i serpenti possono comunicare. La jena è fissa a un suo orribile traguardo, vuole il nostro cadavere, e ben putrefatto per giunta. Vile e sospettosa, manda un pessimo odore. Non so se questo sia dovuto al cibo che preferisce. Appare timida, ansiosa, non sta mai ferma, aspetta che gli voltiate le spalle soltanto; sempre fiutando l'aria col suo naso diabolico e mostrando i denti, per una sua incapacità direi comica a tener chiuse le labbra: è il suo sorriso perenne. Il suo riso, lo sappiamo tutti, è agghiacciante: ci senti il sarcasmo e la ferocia professionale dell'assassino.
«Allora,» disse quel giorno il capo dei servizi di cronaca «ve le lascio qui con voi, ci sono questi due tavoli liberi». E aggiunse: «Spero che diventerete buoni colleghi e che nei primi tempi le aiuterete». Veramente sorpreso, osai chiedere: «Colleghi? Che dobbiamo farne?». Il capo dei servizi di cronaca se ne andò senza nemmeno rispondere; sono un praticante, come Rosso e Milito, posso essere mandato via senza preavviso. Ci lasciò con le due jene. Esse dapprima misurarono su e giù lo stanzone, poi si sdraiarono sui loro tavoli: e rimasero lì a guardare noi, le finestre, il soffitto e la porta, alternativamente. Da farti girare la testa. Ogni tanto arricciavano il naso per lontani fetori che soltanto esse percepivano. Questo il primo giorno. Il secondo si fecero più audaci, venivano a frugare nei cestini della carta straccia, persino a leggere i nostri pezzi; e quando arrivò il ragazzo del bar coi nostri sandwich gli tagliarono la strada e se li mangiarono di colpo.
Ci si abitua a tutto. Dopo una settimana c'eravamo anche abituati al fatto che consumassero lì, sotto i nostri tavoli, con uno sgranocchiare infernale, la loro colazione. A mezzogiorno viene infatti un garzone di macelleria con un gran cesto di frattaglie e di ossa. In un attimo se lo lappano e restano poi a leccarsi le labbra e a girare attorno al cesto, sempre sperando che vi sia rimasto qualcosa. Ho fatto le mie proteste quando le bestie hanno cominciato a depositare i loro escrementi nei vani delle finestre. Dalla direzione del personale ci hanno risposto mandandoci un sacco di segatura. O prendere o andarsene. Abbiamo finito per accettare la sconfitta. Che ha qualche vantaggio; primo, le jene ci aiutano nel nostro lavoro; secondo, poiché tutti i colleghi vengono con qualche scusa a vederci, ne ricaviamo un certo prestigio. Noi siamo «quelli delle jene», l'attrazione del giornale. L'essenziale è lasciar sempre le finestre aperte e spruzzare ogni tanto un deodorante. E tapparsi le orecchie quando ridono alle loro storielle.
C'è di più; dopo una decina di giorni abbiamo cominciato, Dio ci perdoni, a stimarle. Sanno fare il loro lavoro, lo perfezionano anche, si direbbe che ce l'hanno nel sangue, questa maledetta cronaca. Noi abbiamo su di esse il vantaggio di conoscere bene o male grammatica e la sintassi; abbiamo maggiore abilità nell'incollare le notizie d'agenzia, sappiamo telefonare e usare le figure retoriche, la metafora, la metonimia, l'antonomasia, la litote e l'iperbole: abbiamo, suvvia!, una certa cultura classica che ci permette di citare autori e fatti e prendere le cose alla larga, letterariamente, anche con una certa eleganza. Ma quanto – mi chiedo – quanto durerà questo nostro vantaggio? Le due jene, oltre a un'intelligenza non comune hanno (ed è questa la loro naturale qualità), hanno il cosiddetto fiuto, che non s'impara. Ora, per il nostro lavoro, aver fiuto è tutto. Esse sentono un fatto di cronaca a venti chilometri, e non solo il cadavere. Sentono il morituro, la tragedia, la strage, la complicazione, la notizia che monta, si allarga, investe la città, tutto il paese. Succedono ogni giorno fatti orribili ma stancanti, e noi siamo portati dalla noia, dalla routine, e anche dalla pietà a lasciarli esaurire con qualche articolo, attenendoci generalmente alle notizie che ci forniscono gli inquirenti. Le jene no, esse non mollano mai. Vanno fino in fondo, hanno il loro metodo: lavorano soltanto sul cadavere. Gli tirano fuori tutto, le trippe, il cuore, il passato, l'infanzia, il servizio militare, gli amori, le possibili depravazioni, i nomi delle amanti, i rapporti incestuosi o di natura «particolare» (oh, come amano questa parola!), e le fotografie, e i diari, e le più innocenti confessioni, tutto. Alla rinfusa, ma tutto. Scovano gli amici delle vittime, i camerieri, i lacchè, i lenoni: li fanno parlare, si fanno raccontare dietro compenso le cose più segrete e più luride, quelle stesse cose che le vittime avrebbero voluto seppellire nell'oblio per sempre, e hanno creduto di farlo uccidendo o uccidendosi. No, le jene vanno lontano, risalgono, scovano: e quando il cadavere non ha ormai più segreti, quando il lezzo è insopportabile, tornano da noi, ridono a crepapelle, osano invitarci a pranzo, ai loro pranzi.
Riuscirò mai ad abituarmi? O devo considerare già scontato il fatto che saranno esse a stancarsi di noi e a chiederci di abbandonare tutto il lavoro nelle loro mani? Il successo che ormai ottengono le fa spavalde. Ogni tanto mettono le loro zampacce infette sulle macchine da scrivere e tentano di scrivere. Vogliono imparare: e col tempo ci arriveranno. Ma ecco scoppia un altro delitto, un altro scandalo: prima che arrivi la notizia le vedi infilare la porta e per un po' si respira. La verità è che noi ci sentiamo già inutili, sorpassati. Questa mattina hanno assunto altre due jene e l'unica nostra speranza è che, col tempo, aumentando di numero, finiscano per divorarsi tra di loro. Se prima non divoreranno noi.

Ennio Flaiano, Le ombre bianche, Adelphi, Milano 2004
Pubblicato sul Corriere della Sera del 4 ottobre 1970