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lunedì 31 dicembre 2012

Poesia dell'ultimo dell'anno...

...1975, ad Andrea Zanzotto

Come nel buio si ritrae lento,
Andrea, questo anno già da sé diviso.
Ora nel vischio del suo fiele intriso
starà così per sempre dunque spento.

Ma quel che in noi di anno in anno è deriso
o incompiuto o deforme non lamento:
se uno è vinto e un altro è stato ucciso,
uno ha durato contro lo sgomento.

Qui stiamo a udire la sentenza. E non
ci sarà, lo sappiamo, una sentenza.
A uno a uno siamo in noi giù volti.

Quanto sei bella, giglio di Saron,
Gerusalemme che ci avrai raccolti.
Quanto lucente la tua inesistenza.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Poesie 1973-1983, Einaudi, Torino 1984

Non mi ricordo se questo sonetto l'ho già qui riportato. Non importa, è talmente bello che, anche fosse, repetita iuvant.
Rileggere, ripetere a voce bassa versi di poesie che ci piacciono non sarà mai sufficiente perché diventino sostanza del nostro linguaggio. Ma forse è bene anche così, è bene che l'ambiente memetico sia inquinato dalle canzonette alla moda, o da altro tipo di slogan (politico, pubblicitario...), altrimenti, forse, le poesie ci starebbero sulle palle come le canzoni (la maggior parte delle, con nobili eccezioni, chiaro).
Nella convenzione che fa sì che gli anni passino e si festeggi l'arrivo di quelli nuovi, convenzione che da tempo faccio fatica a rispettare comme il faut, lancio un piccolo augurio: per ogni ritornello di canzone di un Jovanotti o di un Tiziano Ferro o di uno Zucchero o di un chi volete voi che mi entra in testa per inquinamento ambientale, io possa medicare la mente con dieci poesie di rilievo prese dopo i pasti principali.
Buona fine dell'anno.
End of the Year
E buon principio 2013

domenica 9 settembre 2012

Per questa luce


Per questa luce che rimane guardo
le gru di ferro ferme sopra i tegoli
delle case e dico: questo è autunno,
queste ringhiere di ruggine.

Molte volte così sotto la lampada
mentre fuori fa notte sono stato
tremando. Antiche grida odo che gridano
ragazzi, dal pendìo dell'anno.

Che bene, che ritorno o che dolori
volessi allora, non so. Quel che ora
vedo, so: una sera tutta chiusa 
di domenica. Una unica sorte.

Sibila per altre stanze nel buio
dal suo fuoco la radio. Viene chi aspetta
con me. Non ho che quella mano stretta
alla mia. Poco a poco quieta.

1950

Franco Fortini, Poesia e errore, Einaudi, Torino 1959.

Una sera tutta chiusa di domenica. Preciso a me. Anzi, io preciso a lui, al Fortini. La sera è chiusa perché è d'attesa. Attesa di che? Attesa di te. Chi è questo te? Me. Per fare che lo aspetti? Perché pare sappia stringere mani, mani che acquietano l'animo. Animo che ora sinceramente non è inquieto. 
Ma che parola la quiete. Con la dieresi poi diventa sublime. 
Forse perché della fatal quïete / Tu sei l'imago a me sì cara vieni / O sera...
Tout se tient, soprattutto per quel che riguarda la sera.

mercoledì 28 dicembre 2011

Non possiamo

Non possiamo alterare l'inerzia di un corpo
modificando l'ambiente che lo circonda.
Tutto è cambiato, le città sono sparite
la somma delle forze individuali
tende a zero. I vecchi uccidono i giovani,
i giovani generano vecchi. Non possiamo
alterare l'inerzia di un corpo
modificando l'ambiente. Niente è più forte
di un altro corpo. Per mutare gli uomini
corpi di uomini ci vogliono. Perché parlino
i morti bisogna respirare
dentro le loro bocche.

Franco Fortini, Poesie inedite, Einaudi, Torino 1995

lunedì 3 ottobre 2011

Pellegrinaggio a Cuba

«Che cosa le sarebbe giovato sapere fin dall'inizio della cura che lei avrebbe perso rapidamente fiducia nel medico e che sarebbe andato alla ricerca di un altro, portando in salvo l'immagine della salute nella quale vuol essere restituito, ma sempre più incerto sulla sua somiglianza con la vera salute?... Prima o poi l'ammalato comincia a credere che le possibilità di guarigione siano nelle mani di un altro dottore; e va in cerca di questo. Talvolta uno solo non gli basta; passa ad un altro, ad un terzo, a un quarto. Spesso li frequenta contemporaneamente. E spesso il desiderio traviato e la fede negli altri è tanta che egli abbandona il terreno arido, ma sicuro, della scienza, per consegnarsi nelle mani di empirici, di ciarlatani, di maghi mistici e simile genìa... Fra noi medici, questo periodo siamo soliti chiamarlo del “pellegrinaggio”.»

Franco Fortini, Giovanni e le mani, Einaudi, Torino 1972

sabato 27 agosto 2011

Disporsi a non essere, a non volere

[*]
Il sistema dei nuovi ticket inizia ad andare a regime, ma i disagi non si fermano. Al contrario, le farmacie continuano a essere assediate da clienti che non sanno come comportarsi con le nuove regole. La possibilità di presentare l'attestato dell'indicatore Isee ha spinto centinaia di persone a rivolgersi ai Caf dei sindacati, che già schierano nuove truppe di impiegati ai call center e agli sportelli per sopperire alle ulteriori richieste che si aspettano da lunedì, quando tornerà l'orda dei villeggianti. E per dare una mano a risolvere il temuto caos, la Regione Toscana ha firmato un accordo con l'Inps. Chiunque ha già attivato la carta sanitaria elettronica, può presentare l'Isee attraverso il sito internet www. inps. it nella sezione "Servizi online"  "Al servizio del cittadino" e scegliendo poi la modalità "autenticazione con Cns" e ottenere subito l'attestato.
«Il moto dell'opinione manipolata m'ha fatto capire fino a che punto siamo stati ridotti a usare gli eventi mondiali con la stessa dissipazione puerile che esercitiamo sui “prodotti”: a consumarli. In questi giorni ho ricevuto la traduzione di un libro di cui s'è fatto un gran discorrere in America. L'autore [parrebbe MacLuhan] è  un furbo, spesso un volgare apologeta del sistema. Storpia quanto Adorno e altri avevano detto già venticinque anni fa ma la formula, quella che identifica mezzo e messaggio, è azzeccata. Mai come nella crisi di giugno ho sperimentato l'identità raggiunta di involucro e di contenuto, di significanti primi e secondi. Tutto questo vuol dire una cosa sola. Tutto questo vuol persuaderci di una cosa sola: “Non esiste nessuna prospettiva, non c'è nessuna scala di precedenze. Tu devi ora partecipare di questa passione fittizia come hai già fatto con altre passioni apparenti. Non devi avere il tempo di sostare. Devi prepararti a dimenticare tutto e presto. Devi disporti a non essere e a non volere nulla».

Franco Fortini, I cani del Sinai, Einaudi, Torino 1979

No, nonostante ripetuti esempi di rivoluzioni che accadono (non ultima la Libia), noi italiani facciamo subito la fila agli sportelli del Caaf per vedere se abbiamo l'esenzione dal ticket.
È vero, ci sono poche statue da abbattere e, di contro, molte merde da pestare. Però vuoi mettere dopo farsi il bagno nelle jacuzzi di palazzo Grazioli...

martedì 23 agosto 2011

È l'estate dei rospi



«Mese di [agosto]* stupendo, una fortuna per chi può andare in vacanze. L'aria del mattino brucia ogni pensiero che si arrischi al di là del presente. La gente conversa nelle belle serate a proposito degli avvenimenti del Medio Oriente – con cortesi e non rovinose differenze di opinione, perché siamo tutti persone civili – ma chi può avvertire una reale differenza fra queste e le sere di [agosto] degli anni scorsi? Un modesto conflitto senza conseguenze. Certo, il Vietnam – ma da quanti anni non durano guerre lontane, altrove. Trent'anni fa, un mese di luglio, mi pare: davanti al medesimo mare, in una pensione per famiglie, il Corriere della Sera di mio padre. Qualcosa era cominciato dove tramontava il sole, in Spagna. Quand'è che hanno ammazzato quei negri in America? L'estate scorsa o quella innanzi? La memoria serve a livellare tutto. Sulle terrazze delle ville che si scaldano al sole del tramonto, mentre gli ospiti arrivano tra i vialetti, ti senti fra voci di trenta, di quarant'anni fa. Sull'asfalto delle strade il sangue fresco torna ad aggrumarsi dove già schizzò negli anni passati, gli agenti della Stradale tendono le loro misurazioni tra le briciole dei cristalli. Il contadino che ebbe portata via la gamba da un'auto estiva anni fa, seduto sulla soglia della casupola che s'è costruita col risarcimento, guarda il proprio ragazzo pedalare sbandando nel buio lungo i tornanti che le macchine attaccano. Nulla deve mutare. La radio parla dell'esodo estivo, le musichette delle sigle ballonzolano nelle osterie. È l'estate dei rospi e dei cani nei campi, dei piccoli congegni notturni degli insetti; che hanno solo questa estate da vivere e sono al lavoro dappertutto».

Franco Fortini, I cani del Sinai, Einaudi, Torino 1979

*Fortini scrive luglio e io mi sono permesso di. 
Foto presa da Big Picture

lunedì 16 maggio 2011

Ah letizia...

Ah letizia del mattino!
Sopra l'erba del giardino
la favilla della bava,
della bava del ragnetto
che s'affida al ventolino.


Lontanissime sirene
d'autostrada, il sole viene!
Che domenica, che pace!
È la pace del vecchietto,
l'ora linda che gli piace.


Le formiche in fila vanno.
Vanno a fare, ehi! qualche danno
alle pere già mature...
Quanto sole è sul muretto!
Le lucertole lo sanno.

Franco Fortini, Composita solvantur, Einaudi, Torino 1994

P.S.
Son tutto un fremito.

sabato 2 aprile 2011

Consigli

Vi chiedo
di prendere in considerazione
non la fatica subíta
ma le mie proposte
di ampiezza o d'ira e anche di quella incertezza che è utile.
Della mia pronuncia
i suoni sordi e i chiari
non separateli
perché di amici e di nemici necessari
avranno sempre notizie per voi.
Mangiate ai tavoli delle pergole.
Meditate la storia
che diventa e la vittoria
che vi disperde entro di sé. Bevete
quel che vi piace e cosí via. Fermate l'auto
sulle costiere da dove si vede lo spazio.
Sono stato anch'io quei vuoti
dove ruota in fondo come mare
un elemento senza rumore
e senza morte
e quelle foglie verdi essenziali
e levigate che vi lasciano passare.

Franco Fortini, Questo muro, Versi a se stesso 1962-68, in Una volta per sempre, Einaudi, Torino 1978

Ogni tanto riprendere Fortini fa bene. La lucidità dei suoi versi mi incanta sempre. Sono, i suoi, versi che ti tengono attaccato alla terra, che si ostinano a sfruttarne il godimento minimo, nonostante intorno regni lo squallore della miseria e del sopruso. Sono versi, quelli di Fortini, che edificano perché lasciando intendere che la voce della ragione si ritaglia sempre uno spazio nel mondo per dire la sua. Fossero anche delle costiere da dove si vede solo lo spazio. Costiere dove ci si ricorda di essere dei vuoti a perdere, elementi senza rumore e senza morte. Sì, almeno per un attimo la vertigine del vuoto ci ricorda che solo nel vuoto la morte si annulla.

martedì 8 febbraio 2011

L'apparizione

Continua a sparire e apparire un uomo innominabile. È come
        nel video. Non lo senti urlare.
Ha le mani nel mucchio del tenue che cola sulle cosce, le sclere
        sgusciate.
Ma non lo devi rappresentare.
Non devi forzare nessuna parola.
Tutto è da contemplare.
Tutto è da fare.

Franco Fortini, Questo muro (1962-68), da Una volta per sempre, Einaudi, Torino 1978

venerdì 16 aprile 2010

Leggendo una poesia

Leggo versi di Sereni
per un amico che morì anni fa. Rammento
quel suo amico e la casa dov'era vissuto.

E quando Sereni ebbe accompagnato
al cimitero del Verano il corpo del suo amico
per l'autostrada oltre l'Appennino ritornò
fissando a uno a uno cinquecento chilometri
riflettendo a poco a poco
verso questa città
che oscilla nei mattini di sole sulle marcite.

Non ho mai capito gli altri né me stesso
ma il modo che ho di sbagliare questo sì. Se mi arriva
una verità è nel mezzo della fronte: è
un'accusa. Ragiono
senza comprendere. Mai sono dove credo [*].

Avrò parlato quel mattino
come l'idiota che so essere. Qualche bava
gaia avrò avuta alle labbra. Qualche sussidio
per la mia giornata fino a notte.
Per arrivare a passi torti fino a notte.
Incredulo Sereni mi guardava offeso. Era seduto
al suo tavolo e negli occhi sanguinosi
gli duravano le grandi costruzioni della propria morte.

La cortesia e la grazia non so bene che siano.
Dentro questo autobus che ci trasferisce c'è tale un urlìo
che non permette di parlare
e nemmeno di tacere umanamente.

Mi è stato fatto non so quando un male.
Una ingiustizia strana e indecifrabile
mi ha reso stolto e forte per sempre.
Leggo i versi di Sereni per Niccolò Gallo
e scrivo ancora una volta parola per parola.
Non tutto allora è vero quello che ho detto sin qui.
Posso anche io intendere chi noi siamo.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente (poesie 1973-1983), Einaudi, Torino 1984

[*]
Mi sento ben rappresentato da questa strofa di cinque versi sciolti.

mercoledì 30 dicembre 2009

Il poeta servo

Ho preso
la mia fatica
come un peso
e la porto.

Voi che da mille anni
portate il male del mondo
e ne ridete
e ne morite

perdonate se vado così solo,
se vado lento
se non ho canto:
sono un servo
di molti padroni.

Lontani non pensano a me.
Non sanno
che li tradisco.

Non sanno
che moriranno
prima di me.

E se sparisco
l'odio il riso l'inganno
che mi han cresciuto in cuore

saranno queste parole d'amore
verità senza dolore
aria libertà.


1953

Franco Fortini, Una volta per sempre (Poesie 1938-1973), Einaudi, Torino 1978

lunedì 28 settembre 2009

Alla nascita di un figlio

(dal cinese di Su tung-p'o, 1036-1101)

Quando nasce un bambino, le famiglie
lo vorrebbero intelligente.
Io che per intelligenza
mi sono rovinato l'esistenza
posso solo sperare che mio figlio
riesca a dimostrarsi
ignorante e un po' pigro di cervello.
Perché allora, al Consiglio dei ministri,
se ne vivrà tranquillo.

(traduzione di Franco Fortini)

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Torino 1992

venerdì 18 settembre 2009

Monologo del Tasso a Sant'Anna

Grazie a Dio e alla Vergine Santa. Qui non vedo
nessuno, le finestre hanno una inferriata
nuova murata, le porte catenacci
fortissimi anche se sono solo anche se
a evadere neanche penso. Ringrazio
il Signore che mi ha voluto restringere.

Mi hanno detto che il Duca vuole concedermi
di vedere persone amiche e di discutere
con loro di letteratura e di cose religiose.
È chiaro che ho paura di parlare e di sapere.

Mi dicono che il mio poema ha successo
e che nei paesi stranieri è letto e cantato.
Il dolore che ho nel petto
sarebbe più terribile quando gli ospiti se ne andassero.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, Torino 1984

venerdì 4 settembre 2009

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il mio nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini, Una volta per sempre (Poesie 1938-1973), Einaudi, Torino 1978

domenica 2 agosto 2009

La vetta dell'albero

Stasera ci vedremo. Ci diremo
parole che potrebbero portarci
per sempre lontani da noi. Ma anche è possibile
che dopo il sonno o dopo molti sonni
si venga a una notte chiarissima, a un'altra
giornata da intraprendere.
E ora mi chiedo
dov'è la forza che prego per noi.

Se tra i miei occhi alla radice della fronte
o sotto lo sterno dove il sussulto si ostìna
o nella vetta dell'albero che spia la pioggia
o in te che patisci sulle piccole spalle

il peso del dio senza conoscerlo

4 giugno 1981

Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, Torino 1984

A volte mi chiedo quale forza faccia sì che io continui questo esercizio. Perché una forza, come una spinta, c'è, la percepisco. Non amo troppo, si sarà capito, far di questo blog il luogo deputato delle proprie confessioni, di una scrittura diaristica privata. Anche, e soprattutto, perché se mi guardo dentro scorgo spesso il vuoto, ma il vuoto non lo voglio perché io non sono io, io sono ciò che leggo. Vivo, forse al 5% (come diceva Montale), ma non è questo il punto. Il punto è ricollegarsi alle vite altrui, agli altri 5% per cento che hanno lasciato e lasciano una traccia, un segno, un senso. Leggo forte allora questa poesia. E la confusione che stasera mi annebbiava sparisce d'incanto. Perché mi sono detto parole che mi hanno portato lontano, lontano da me. Tra l'altro, ma questo è un caso, stasera è spiovuto e dagli alberi intorno sgoccialano gocce tiepide. La luna lumeggia: che la notte sia chiarissima.

lunedì 22 giugno 2009

Perché alla fine...

«Perché alla fine che cos'è
tutto il genere umano a paragone
della natura e della universalità delle cose?»
I ragazzi corrono senza fiato.
Le pinete scricchiolano al sole.
Di qui la società è invisibile.
Ma se continuiamo a non volere la verità
sarà terribile la nostra via.
È bene che lo sappiamo una volta per sempre.
La battaglia ebbe luogo prima del bivio
dove la strada fa una larga svolta.
Il nome lo rammenta Livio, lo storico antico.
E non guardare dove le stelle si riproducono? Non volete
nemmeno osservare le piccole persone
che stridono sotto le nostre scarpe?
Come l'agonizzante diventa un sasso lo sapete.
Come si butta via
die Leiche il cadavere spezzato l'avete visto.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente (Poesie 1973-1983), Einaudi, Torino 1984

mercoledì 6 maggio 2009

Il comunismo

Sempre sono stato comunista.
Ma giustamente gli altri comunisti
hanno sospettato di me. Ero comunista
troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.
Giustamente non m'hanno riconosciuto.

La disciplina mia non potevano vederla.
Il mio centralismo pareva anarchia.
La mia autocritica negava la loro.
Non si può essere comunista speciale.
Pensarlo vuol dire non esserlo.

Così giustamente non m'hanno riconosciuto
i miei compagni. Servo del capitale
io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.
E lavoravano essi, mentre io il mio piacere cercavo.
Anche per questo sempre ero comunista.

Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi
di questo mondo sempre volevo la fine.
Ma la mia fine anche. E anche questo, più questo,
li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.
Il mio centralismo pareva anarchia.

Com'è chi per sé vuole più verità
per essere agli altri più vero e perché gli altri
siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.
Sempre dunque sono stato comunista.
Di questo mondo sempre volevo la fine.

Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere
da scienza orrenda percossi i compagni che m'hanno piagato.
Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?
Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,
dissolta in tempo e aria, cuori più attenti a educare.

1958

Franco Fortini, Una volta per sempre (Poesia 1938-1973), Einaudi, Torino 1978

sabato 25 aprile 2009

Trittico fortiniano

a) Italia 1942

Ora m'accorgo d'amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di pledi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m'avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

b) In memoria II

Non capisco
che cosa debba volere
fra questa lapidi di ebrei
il nome di mio padre
che è il nome mio
il nome dei padri
il grido della tribù
che volgeva le spalle
alla fossa perché
scarmigliato spirito
l'Iddio Cane
l'Iddio di Abramo
e di Giobbe agguantasse
il pacco d'intestini
nei lini bianchi

e ci lasciasse in pace.

c) Aprile torna...

Aprile torna e a sera un frescolino
irrita gole di ragazze accese:
in un palio ciclistico protese
volanti rubiconde mutandine.

Come rauche ora vociano parole
quasi laide nell'aria della sera!
Fu dolce, in altro tempo, primavera.
Godono pepsi cola ignude gole.

I ragazzi le annusano. Una bella
passò, di zinne e deltòidi ribaldi
e d'altro che acre un dì mi fu diletto.

Ma come mai sensibile diletto
trovar non so che me attonito scaldi?
Sì, d'aprile il dormire è cosa bella.

Franco Fortini, Una volta per sempre (poesie 1938-1973), Einaudi, Torino 1978 [a+b); Composita solvantur, Einaudi 1994 [c]

venerdì 2 gennaio 2009

Lontano lontano...



Lontano lontano si fanno la guerra.

Il sangue degli altri si sparge per terra.

Io questa mattina mi sono ferito

a un gambo di rosa, pungendomi un dito.


Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.

Oh povera gente, che triste è la terra!


Non posso giovare, non posso parlare,

non posso partire per cielo o per mare.


E se anche potessi, o genti indifese,

ho l'arabo nullo! Ho scarso l'inglese!

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?


Non credo. Cessiamo la mesta ironia.

Mettiamo una maglia, che il sole va via.

Franco Fortini, Composita Solvantur, Einaudi, Torino 1994