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mercoledì 29 novembre 2023

sabato 23 febbraio 2019

Un dramma radiofonico

«Basta parlare di ebrei... Dovete fare cultura, non politica». Ascoltatore di Radio Tre

«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». J.Goebbels

Dato che la Lipperini e Sinibaldi sono dei miti, datela a me la direzione di Radio Tre.
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A partissima.

1. Il fatto che l'Italia detenga uno dei più ingenti patrimoni artistici e culturali del mondo non dimostra forse che l'Italia è una cosa e gli italiani un'altra?

2. «Dopo il Lager il lavoro, anzi, i miei due lavori (la chimica e lo scrivere) hanno avuto, e tuttora hanno, un'importanza fondamentale nella mia vita. Sono convinto che l'uomo normale è biologicamente costruito per un'attività diretta a un fine, e che l'ozio, o il lavoro senza scopo (come l'Arbeit di Auschwitz), provoca sofferenza e atrofia». Primo Levi, Conversazione con Philip Roth, da P. Roth, Il mestiere dello scrivere, Einaudi.

3. «L'uomo pensa. Dio ride». Proverbio ebraico.

domenica 16 dicembre 2018

Fiorenza ben puoi esser contenta?

Superate le nevrosi formative scolastiche, da adulti si cerca di adeguare e arricchire il proprio bagaglio culturale selezionando contenuti, sempre smisurati, principalmente grazie al filtro operato da coloro che reputiamo essere delle autorità nei vari determinati campi del sapere.

Per esempio, tra quattordici e i diciotto, per approfondire il tema innamoramento e amore, non mi rivolgevo certo ad Alberoni, bensì a Ornella Muti o Moana Pozzi.

E così via, a scendere, sino alla storia dell'arte, in Italia in particolar modo rovinata dall'uso scimunito prodottosi dall'avvento della televisione commerciale in poi.

E ora con tutti 'sti Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, Raffaello televisivi, con le riprese a sfioro, a buco, a volo, a mozza, a fiato, con le musiche a effetto che mi fanno effetto, e con quelli davanti alla telecamera tanto esperti a dirmi eh com'erano grandi, bravi, misteriosi, affascinanti, avevano due coglioni, una testa, un cazzo no, lo dicono meno che avevano cazzo o culo, e che uso ne facessero non me lo raccontano, va bene così, in prima serata, vero, non si può neanche nel duemiladiciotto, tra ravve party e duti liberi.

E infine (infine?) arriva[no] lui [e il Presta]:


«Firenze secondo me». Cojoni.

Secondo lui, non lo so com'è Firenze, non m'interessa saperlo, sia come sia, preferisco non sapere anziché aggiungere un minimo di conoscenza per il tramite di una regina di Biancaneve che usa la città come uno specchio per farsi dire quanto è bello, bravo, intelligente e blah, blah, blah.

lunedì 16 maggio 2016

Strani mammiferi


Non so esattamente, magari glielo chiederò a mia madre, se io sono stato allattato con latte di spalla o latte di cuore.
Dal risultato - col seno di poi - credo da una miscela di entrambi; o forse no, il mio era latte di gomito, oppure di fegato... inutile congetturare. So comunque di avere poppato abbastanza, avevo un faccione bello gonfio e poi, zac, una volta svezzato sono iniziate le tribolazioni nutritive, sempre stato uggioso per mangiare fin da piccolo. 

Ma lasciamo perdere il caso particolare e rivolgiamoci al generale per chiedere: se le radici cristiane d'Europa avessero tramandato pratiche iniziatiche simili a quelle della tribù Baruya della Papua Nuova Guinea, ci sarebbero state meno polemiche sulle unioni civili o sui matrimoni tra persone dello stesso sesso? Ma soprattutto: la pedofilia ecclesiastica avrebbe trovato una legittimità scritturale?

venerdì 6 maggio 2016

Come no

Poco prima delle sei del pomeriggio, ritornando a casa, mi sono sintonizzato su Radio Tre, Fahreneit. Stavano presentando il libro del giorno, Adesso, Feltrinelli, l'ultimo romanzo di Chiara Gamberale; la conduzione era di Loredana Lipperini. Un romanzo sull'innamoramento, pare, ma non è questo il punto. Il punto, o meglio, il dito nell'orecchio (ho scritto orecchio) l'ho sentito penetrare quando l'autrice (16'50") ha chiesto a bruciapelo alla conduttrice:

- Se lo ricorda quel film bellissimo, iraniano, Il passato
E la Lipperini ha risposto:
- Come no.

Quel «Come no» ha toccato le corde della mia anima scordata perché in esso ho visto scorrere tutta la quantità di contenuti culturali (libri, film, concerti, mostre d'arte) che mi sono perso e mi sto perdendo, romanzi della Gamberale compresi. Mi sento così fuori dal mondo, dal centro, completamente ai margini... e così facendo condanno i memi ad autofagogitarsi. Devo fare qualcosa. Ma cosa? Comprare il libro della Gamberale per capire se ha scelto il titolo perché «esiste un momento nella vita di ognuno di noi dopo il quale niente sarà più come prima [e] quel momento è adesso», oppure per un impellente richiamo inconscio a un film di Vanzina.
Spero nella seconda ipotesi.

domenica 26 gennaio 2014

Non si è azzardata

L'avrò già postato, boh, non mi ricordo, pazienza se sì. È che tutte le volte che una donna - e che donna - va a fare un dibattito alla Casa del Popolo mi sovviene quanto segue:


Per la verità, la Presidente della Camera, Laura Boldrini, è andata alla Casa del Popolo di San Niccolò, a Firenze, per testimoniare contro il gioco d'azzardo, chiudendo, simbolicamente, la stanza delle slot-machine del centro ricreativo; inoltre, ha anche giocato a calciobalilla con un prete per compagno di squadra. Tuttavia, ella non ha aperto alcun dibattito culturale; ché abbia avuto paura che qualcuno le dicesse: «Leccamelo»?

sabato 3 novembre 2012

Un tumblr di mestiere

Un Leonardo in grande spolvero scrive in chiusura di un divertentissimo post:

In un vecchissimo romanzo Urania, L'occhio del purgatorio, un pittore soffriva di una sindrome che non gli consentiva più di vedere gli oggetti nel loro presente, ma solo in un futuro che accelerava sempre più: dopo qualche tempo vedeva solo scheletri al posto delle persone, solo macerie al posto delle case, eccetera. L'unico sistema per vedere le cose intorno a sé era scattare fotografie: le vedeva già invecchiate, ingiallite, ma erano le uniche immagini del presente che riusciva a percepire. Ecco, se compro Repubblica ormai ci trovo qualcosa del genere: mi parlano del mondo in cui vivo, un mondo in cui ci sono i social network, c'è youtube, ci sono anche i tumblr, insomma ci sono anch'io... ma tutto è stranamente ingiallito, virato seppia, come se Wells fosse arrivato qui con la sua Macchina del Tempo vittoriana, avesse scattato una foto, e dopo un secolo io vedessi la foto su un tumblr. Un futuro anteriore.

Mi limito soltanto a far notare che il tumblr bellino, ieri lodato in modo sperticato da Enrico Deaglio con un'articolessa culturale su Repubblica, è tenuto - come lo stesso Deaglio scrive - da
«Ivan Carozzi, 40enne di Massa, una tesi in filosofia su Philip Dick e Jean Baudrillard, attualmente redattore di trasmissioni di intrattenimento de La 7. Per mestiere, Carozzi consulta le pagine di archivio dei quotidiani italiani, in formato pdf»
Per mestiere, ecco tutto.

lunedì 29 ottobre 2012

Traslocare un maestro

Ieri ho scorto un “editoriale” di Ceronetti su La Stampa. In occasione del cambio di sede del giornale, Ceronetti parla della sua “carriera” di articolista ed elzevirista del quotidiano torinese; e volentieri l'ho letto riuscendo a trovare, per la prima volta, le ragioni per cui - ritengo, per me - non valga più la pena leggerlo come facevo prima, cercarlo compulsivamente in tutti i suoi lavori editoriali, teatrali, ecc.
È una questione personale. Ceronetti è stato uno dei capisaldi del mio pseudo autodidattismo, ovvero della mia ricerca extra-scolastica di punti di riferimento, guide, maestri.
Non so perché lo scelsi, o meglio lo so: per il suo stile, per il suo continuo indicare una via nell'incerto vivere, manifestando le sue preferenze, le sue letture, giudicando aspramente questo e quello e, soprattutto, per il suo non essere di nessuna scuola, né tantomeno di alcun partito.

Ceronetti col suo vegetarianismo estremo (sono stato anch'io vegetariano: di più: macrobiotico), col suo bere tè verde (io non sapevo nemmeno dove cazzo comprarlo il tè verde e, quando lo trovai, me lo feci piacere a forza quella bevanda dal sapore e dal colore di piscio); Ceronetti e la sua poesia francamente brutta e di difficile lettura, ma come e quanto ci ho provato a leggerla! niente, non va giù; Ceronetti  sublime traduttore, anche di poesia, viaggiatore straordinario, scrittore aforistico eccellente, corpo, anima, profetismo, Spinoza e la Maya desnuda (mi estasiavo davanti al suo celebrare la bellezza alchemica della donna - anche se non sapevo cosa diamine c'entrasse l'alchimia con la fica).

Dunque ieri, in tale editoriale, ho trovato un passaggio che mi offre la possibilità di spiegare perché non sopporto più tanto leggerlo ancora.
«In via Marenco, tornandoci dopo due o tre mesi, non ricordo quale anno fosse, vidi sui tavoli della redazione una filza di lavagne nere [presumo monitor ndb], con i redattori seduti di fronte, per lo più immobili, che impugnavano un tasto premendolo incessantemente. Mi domandavo: si può licenziare un articolo passabile in un simile stile di scrittura? Ho potuto constatare che è possibile riuscire leggibili, ma l’abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l’inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili, non qui soltanto ma in tutto il mondo.»
Ecco, quel che non sopporto più in Ceronetti è l'abuso del tono apodittico; scrivere: «l'abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l'inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili», sicuramente per  lui negative (conoscendolo un po' lo posso dire), senza portare, a conforto della sua tesi, alcuno straccio di prova o di piccolo esempio - questo me lo rende uggioso.
Ti rifiuti di avere un computer (anche di scrivere tale parola ma poi la scrivi) per scrivere
«Non ho mai considerato l’ipotesi di surrogare la portatile [macchina per scrivere ndb] con l’ordinatore (mi è difficile scrivere computer)».
va bene, ma non puoi sostenere che la scrittura, da quando si usa una tastiera qwerty elettronica e non meccanica, è andata a farsi fottere e la lettura pure. Non è così, ma se per te è così spiegami perché, sennò non ti credo e, peggio, non ti leggo più, dacché, contrariamente a quanto sosteneva il tuo amico Léon Bloy, la salvezza non viene più dagli ebrei. Piuttosto da un compùtero (come tu lo chiamasti, italianizzandolo bellamente, e ora non ti ricordi manco più di averlo fatto).

domenica 28 ottobre 2012

Giudicare la ragione

« Feyerabend parla di teatro (e di cinema). In che senso il teatro giova alla filosofia? Nel senso che mostra il Galileo di Brecht; dove si affronta uno dei massimi problemi filosofici, quello del ruolo della ragione nella società e nelle nostre vite private, ma sulla scena non vanno concetti e didascalie, bensì il problema in tutte le sue sfaccettature e anche incongruenze. E al pubblico è richiesto non di concentrarsi passivamente ad «ascoltare la ragione», ma di "distrarsi" a seguire le facce, i gesti, i toni e quella che si potrebbe chiamare una «fisiognomica» dell'argomentazione. Solo in quel modo, dice Feyerabend, si neutralizza l'«autorità», perché la manifestazione "fisica" della ragione irrita i nostri sensi, suscita i nostri sentimenti, fino a condurci a una valutazione davvero serena e obiettiva in quanto mette in mora gli stessi criteri razionali e ci porta a giudicare la ragione stessa, piuttosto che ad usarla per giudicare tutto il resto. »
Alessandro Pagnini, “Il teatro di Feyerabend”, La Domenica de Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2012

Un buon numero quello della Domenica odierna. Segnalo tre recensioni. Quella sopra da cui ho estratto citazione; e poi, di Sergio Luzzatto, “Nascite artificiali, una storia naturale” da cui estraggo:
Questa è una storia di esperimenti scientifici, di colture e provette, ma è anche una storia di pronunciamenti dogmatici, di allocuzioni papali e decreti inquisitoriali. Paradossalmente, la storia incomincia da un prete. Incomincia da Lazzaro Spallanzani, il sacerdote emiliano professore di storia naturale all'università di Pavia, che negli anni Settanta del Settecento pervenne a realizzare in laboratorio fecondazioni artificiali sia extracorporee sia intracorporee. Rane, salamandre, cani: l'abate Spallanzani sperimentò un po' su tutto, e teorizzò le proprie scoperte in un articolo enciclopedico del 1779, Fecondazione artificiale. Per parte loro, i maggiori rappresentanti europei della Repubblica delle Scienze non tardarono a riconoscere come esplosive le implicazioni delle sue ricerche. Da Ginevra, Charles Bonnet scrisse a Spallanzani nel 1781: «Non è detto che la vostra recente scoperta non abbia un giorno nella specie umana applicazioni che noi non osiamo pensare, le cui conseguenze non sarebbero certo lievi. Voi mi intendete...».
E infine segnalo, anche se non ancora reperibile, la recensione di Massimo Firpo al nuovo libro di Miguel Gotor Santi stravaganti. Agiografia, ordini religiosi e censura ecclesiastica nella prima età moderna, Aracne, Roma 2012.

mercoledì 10 ottobre 2012

Una piccola, povera città

... ma in un certo senso sì, Firenze è povera, non è certo Montecarlo. E se il sindaco va a Monaco non avrà tutta quella folla di curiosi e fotografi intorno.
Ma soprattutto: Firenze è povera perché non è Shanghai. Però quale città è Shanghai o Dubai oggi in Italia?
Firenze è povera perché ancora costretta a una viabilità adatta a cinquant'anni orsono: è stato chiuso il centro al traffico, benissimo, cosa indispensabile, ma per fare una linea di tranvia ci son voluti decenni e per fare quell'altra oddio oddio altrettanti decenni. Firenze è  povera perché, poi, ancora non ha risolto un cazzo per avere un aeroporto a verso: e Sesto e Peretola e Campi e Scandicci e due palle grosse, tutti voglion la sua parte, gli stravolgimenti non si posson fare, figuriamoci la metropolitana. Firenze resta un gioiellino per americani e giapponesi e altro tipo di turisti ed ecco: Firenze è povera perché è ricca per pochi cialtroni che riempiono gli alberghi di lusso, perché permette a una come Madonna di girarci un video che porcamadonna vero stiamo zitti, la porta in giro una bella immagine della città. Firenze è povera perché è diventata solo uno scarico e un dovere, perché Renzi ha tenuto alcuni anni Giuliano da Empoli alla cultura e ora l'ha messo al Gabinetto Vieusseux, porannoi, ora c'è Givone alla cultura che rizzati vero, si filosofa a cappella. Firenze è povera perché c'è via Tornabuoni, la Rinascente, Coin, Zara e H&M, e tanti troiai di merchandising. Firenze è povera perché è una città che si fa usare e non usa, non osa, non impone al capitale di inchinarsi di fronte alla sua maestà. Firenze è povera perché non c'è più il fiorino. Aggrappati a ciò che resta per vantarsene nel mondo e pavoneggiarsi a cazzo, Firenze non vale più il prezzo del biglietto: essere contenti perché tutti i giorni c'è la fila per vedere l'uccello del David a cosa serve se mai più, mai più ci sarà qualcuno che potrà, in questa nostra epoca decadente, finanziare e poi rifare anche un solo pelo dei coglioni degno di Michelangelo?

domenica 2 settembre 2012

Fallaci, Kapuściński, Terzani, Mo, Giordano

Va bene, è uno scrittore che si vuole fare le ossa andando in giro per il mondo, che aspetta con ansia l'autunno per la pubblicazione del suo nuovo romanzo di successo che sarà presentato in anteprima da Fabio Fazio con un'intervista che farà impennare le vendite, un romanzo che aspettiamo con ansia di non leggere, o di leggere dietro compensa - e tuttavia, andando in giro per il mondo reportaggia turisticamente e produce articolessi culturali che il Corriere della Sera si perita di accogliere con benevolenza, lautamente pagandolo, dato che è ormai una firma di prestigio - come tanti scrittori contemporanei lo diventano di prestigio, basta vincere un premio e poi i giornali italiani ti accolgono a scrivere editoriali ed elzeviri, funziona così il giochino, non si esaurisce la formula consumata - e noi leggiamo per vedere se magari qualcosa di particolare ce lo dice, qualche pensiero buono e illuminato e invece no, più si legge e si capisce che non è la sua strada questa, no, giacché non si può mescolare uno scipitissimo autobiografismo a eventi tragici della storia in questo modo. Cazzo se ne strabatte le palle in terra il lettore se il Giordano è nato poco dopo i fatti di Sabra e Shatila? Perché egli non entra nel merito storico della questione prendendo magari posizione e indicandoci chi siano stati gli aguzzini di quel massacro? Ché hai bisogno a fare di nasconderti dietro una posizione terzista, con un temino che farebbe bella impressione agli esami di maturità d'accordo, ma che in tre pagine di giornale non ci dice niente più di quanto avresti potuto fare con una cartolina di saluti? E poi, non vorrei dire, ma almeno inventati che sei andato da solo in quel luogo, mica in pullman con altri turisti del macabro, e poi con la guida che vi conduce ad ascoltare testimonianze teleguidate, magari dalla guida stessa ricompensate a posteriori per il servigio turistico svolto. Uno scrittore che, per raccontare di un evento storico (che più o meno tutti conoscono), ha l'ardire d'infilarci la marginalità del proprio io, il proprio io lo deve mettere in gioco nel presente stesso del vissuto, non riandando alla proprie vicissitudini familiari che c'entrano con la vicenda quanto un Amaro Averna a colazione digiuni.
Ma soprattutto, leggendo un passo simile, si capisce proprio che Giordano non è tagliato per tale attività:
Se vincessi il timore di offendere e ne domandassi ragione alla guida, senz’altro mi risponderebbe che ai palestinesi non viene data la possibilità di creare alcunché di stabile. Se, invece, interrogassi uno dei molti antipalestinesi residenti a Beirut — ce ne sono a volontà e per ogni confessione, basta scegliere —, direbbe che loro sono fatti così, che campano da parassiti. Quando si parla di Palestina, per ogni domanda vengono offerte due risposte antitetiche, così noncuranti l’una dell’altra, così inconciliabili, da farti sorgere il dubbio che, dopo gli innumerevoli travasi e rovesciamenti, la verità sia andata perduta.
E vincilo il timore, cazzo, e domandale le ragioni, interroga i tuoi interlocutori, non puoi stare come un babbaleo lì in silenzio e offrirci, dipoi, una deduzione che a) avresti potuto fare anche da casa; e b) sapevamo fare da soli noi lettori (senza bisogno che il Corriere ti commissionasse il reportage).

Comunque, nel capoverso finale, il Giordano mi ha fatto ridere, involontariamente, ma è già qualcosa.
Quando scoprii del massacro di Sabra e Shatila avevo ormai ventisei anni. Come molti della mia età, recuperai quel pezzo di storia grazie a un film di animazione, Valzer con Bashir, che all’inizio mi attrasse soprattutto per la sua forma originale. Al termine del lungometraggio, i disegni lasciano improvvisamente spazio alle fotografie scattate nel campo dai primi osservatori che vi entrarono. Mostrano corpi lacerati, seminudi, nella postura di chi implora pietà. Ricordo che uscii dal cinema infastidito da quell’irruzione di realismo dentro un film così aggraziato e implicito, la trovai ricattatoria, un pugno nello stomaco che il regista Ari Folman ci sferrava gratuitamente. Ho cambiato idea. È grazie a quella sequenza cruda che ho spinto la mia curiosità fin dentro il campo di Sabra e Shatila, solo per ascoltare altre testimonianze atroci, per vedere un uomo commuoversi anche l’ennesima volta in cui rievocava i suoi fratelli e la notte in cui fu inseguito con un’ascia. In mancanza di giustificazioni più profonde, di retroscena sensati cui affidarci, non si può che contare sulla riproposizione dell’orrore, sui compleanni osceni della tragedia, per tenere vivo nella memoria ciò che accadde, ancora e ancora.
Vi ricordate il Guzzanti-Tremonti de «Ho cambiato idea»? Ecco.

domenica 19 agosto 2012

L'orgoglio lusingato di un uomo che ha dato poco e in cambio ricevuto così tanto


C'è una una lunga articolessa culturale su La Lettura del Corsera odierno scritta da Alessandro Piperno, ultimo vincitore del Premio Strega. Egli s'occupa di Kafka e delle sue disposizioni all'amico Max Brod di bruciare tutte le sue opere. 
Con tale articolo Piperno si candida ufficialmente a diventare il successore di Pietro Citati. Con una prosa e con delle metafore più melense, d'accordo, ma con il piglio simile di uno che la sa lunga senza spiegarci perché la sappia - e ci tiene a farlo sapere. Ma quanto lunga egli la sa?
Non entro nel merito dell'argomento trattato, non ne ho le competenze (se le ho sono simili a quelle di Piperno), anche se - credo, forse a ragione - che se uno si legge la voce Wikipedia trae maggior profitto e gusto. Nondimeno vorrei commentare un paio di brani.
Il primo:
«Kafka, come ogni grande modernista, ha un’idea romantica dell’arte. La sua allergia al filisteismo non è meno patologica di quella di Mallarmé. E, a proposito di romantici, perché Balzac inventò la tecnica del «ritorno dei personaggi» se non affinché la sua Commedia non avesse mai fine? In fondo la stessa Recherche era costruita per accompagnare il suo autore fino alla morte. Chi conosce la necessità di vivere dentro ai libri che scrive sa quanto doloroso sia che essi acquistino una forma definitiva e, come figli ingrati, se ne vadano in giro per il mondo a far danni, con i loro piedi piatti ed i loro denti storti.»
In questo capoverso Piperno dà prova della sua sussistenza bignamica: oltre a rammentarci il modernismo, il romanticismo, il filisteismo, cita, nell'ordine, Kafka, Mallarmé, Balzac, Proust (la sua Recherce) e se stesso. 
- Se stesso? No, dài, non sembra.
- Eppure ti dico che è così: a chi vuoi si riferisca, infatti, se non a se stesso, in questa frase “chi conosce la necessità di vivere dentro ai libri che scrive...”? Lui-même, chi altri sennò? E poi, visto che s'accorge d'averla fatta grossa, paragonare il suo procedere di narratore a dei sacri numi, schernisce fintamente e melensamente i suoi libri dicendo che sono “figli ingrati” che se ne vanno “in giro per il mondo a far danni, con i loro piedi piatti ed i loro denti storti”.
- Cammini sui sassi a piedi scalzi e si metta l'apparecchio: è meglio.

Il secondo, che è l'epilogo dell'articolo:
«Chissà, forse tutta questa celebrità avrebbe giovato all’umore e alla salute, di certo al portafoglio. Probabilmente Kafka avrebbe capito prima di qualsiasi altro che anche il successo è una questione burocratica, ma sempre meglio che essere processati senza ragione. Qualcosa però mi dice che avrebbe trovato esasperante — e in qualche misura perfino umiliante — l’idea che tutta quella gente mettesse il naso in ciò che lui aveva scritto con tanta cura.»
Quanto scritto sopra denota una sfacciataggine inaudita: Piperno, facendosi scudo di Kafka, ci informa goffamente che il suo umore, la sua salute e il suo portafoglio hanno tratto giovamento dalla vittoria dello Strega - anche se tale successo è stato una formalità burocratica e non certo un'attestazione delle sue qualità letterarie. Chissà perché qualcosa mi dice che egli sia profondamente gratificato dal fatto che tutta quella gente (i giurati, e non solo) abbiano messo il naso in ciò che lui ha scritto con tanta abnegazione.

lunedì 25 giugno 2012

Ego culturali

A volte rimando la lettura degli inserti culturali domenicali al lunedì, così non mi rovino la domenica (mi rovino il lunedì).
Scrive Piperno.
Anche a me come a Francesco Pacifico capita spesso di mettermi a copiare brani tratti da grandi libri. La sola differenza è che il mio è un piacere clandestino che mai mi sarei sognato di confessare pubblicamente. Pacifico, invece, ci ha scritto su un libro. Il suo coming out mi incoraggia, spronandomi all’autodenuncia.
Sembro un masochista, vero? In realtà sono un sadico che mette in atto la regola aurea: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” (battuta non mia). In pratica: se leggessi Piperno (gli articoli) e non lo dicessi, sarei solo un masochista; invece, invitando anche altri a leggerli, sono un sadico. Tutto chiaro? No, ma non importa. Conciossiacosaché l'apocalisse è vicina:
Certo, sarei estremamente più selettivo nella scelta dei testi da copiare ma per il resto mi atterrei alla rigida disciplina del copista: copia copia e non rompere. Sai che pacchia. Te ne stai lì tutto il giorno a copiare Anna Karenina, come Pierre Menard, lo stravagante personaggio borgesiano che credeva di stare riscrivendo il Don Chisciotte sebbene lo stesse semplicemente ricopiando parola per parola. Esiste vita più tranquilla di quella dell’amanuense? Nessuno ti stressa. Nessuno ti esalta, nessuno ti stronca. Nessuno ti dà i voti. Nessuno ti insulta. Nessuno ti chiede di essere originale, proprio perché la tua professione consiste nel non esserlo affatto. Del resto, perché menarsela tanto con questa storia dell’originalità.
Ora sembra che io sia un invidioso perché Piperno ha la patente per scrivere sulle pagine culturali dell'inserto del Corsera e perdipiù ricevendo lauti compensi (chissà quanto, sono curioso). Ma non è così, credetemi. Io mi preoccupo di Piperno soltanto per ragioni pedagogiche. Prendete un o una giovane che è affascinata dalla letteratura, il o la quale cerca delle guide al di fuori della scuola e che si rivolge (come io mi rivolsi) a delle riviste letterarie o alle terze pagine dei quotidiani e trova questa roba: che effetto potrebbe avere su di lui (o lei)?
Io mi ricordo perfettamente il meccanismo: leggevo un articolo e/o recensione per esempio di Pontiggia, di Fortini, di Ceronetti, di Meneghello, di Magris, di Segre, di Cases, di Mengaldo, di Sanguineti, di Luperini, di Martelli, di Eco, di Berardinelli, di Pampaloni, di Gramigna, di Fofi, di Raboni, eccetera (mi sono venuti in mente loro) e poi andavo o in libreria o in biblioteca e cercavo le indicazioni da costoro date.
Non sto a sindacare sul fatto che la generazione di scrittori critici intellettuali precedente alla nostra fosse di miglior vaglia. E non ho nostalgia dei tempi andati. No, non è questo. 
Il punto è l'uso, meglio: l'abuso della parola "io". Una volta, fossero elzeviri, recensioni, o interventi estemporanei, gli autori che solevano scrivere nelle pagine culturali avevano meno ansia di mettere in mostra quella piccola parte ignobile di sé, e dire in continuazione: «Anche a me capita, il mio piacere, mi incoraggia, sarei più selettivo, mi atterrei, io faccio, io dico, io scrivo, io vado a fare in culo».
Prammatica vorrebbe che quando si ha l'onore e l'onere di scrivere articoli culturali, l'uso della parola io fosse occasionale e limitato e non inflazionato come succede, a giusto titolo, nei racconti, nei romanzi, nei blog. 
Per carità, poi ognuno fa come vuole e, se ci si pensa bene, la colpa non è neanche di Piperno e di altri autori che solgono far così, bensì dei caporedattori che dovrebbero moderare e - al limite - censurare tale abuso. 
Su La Lettura di ieri, poi, tra A. Piperno, A. Pascale ed E. Camurri* c'è stata un tale orgia di io, come se volessero impollinare il panorama culturale italiano col loro ego smisurato.
Antonio Pascale a rompere le palle che non gli piacciono le recite di fine anno scolastico perché fanno balbettare la su' figliola.
Il Camurri stiamo zitti che mi vergogno persino a sintetizzare cosa ha detto, maremma impestata.

Bello affondare, vero Italia? Schettino ministro della cultura subito.

*Gli articoli di questi due ultimi non sono ancora reperibili in rete

domenica 25 marzo 2012

Scherza coi santi


La Lettura, supplemento domenicale culturale del Corriere della sera, offre oggi un articolo di Edoardo Camurri, «La guerra santa degli atei», che fa felice di essere, noi italiani, degli emarginati culturali, degli inascoltati e, quindi, illeggibili polemisti che nessuno si prende la briga di considerare e discutere (salvo rarissime eccezioni, beninteso). Ma la colpa, sia chiaro, non è di Camurri, bensì del direttore editoriale de La Lettura che avrebbe il dovere di leggere prima di pubblicare siffatti, riprovevoli, articoli. Peccato che non sia online perché merita leggerlo per capire di cosa sto parlando. Per rimediare, cercherò di riportare alcuni stralci scannerizzati.
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Allora, secondo Camurri, Dawkins sarebbe intollerante perché «ha ribattuto inorridito» a de Botton che sarebbe preferibile raccogliere fondi per altri scopi (come l'insegnamento), anziché costruire un tempio. Ora, se al ribattere (rispondere, replicare, obiettare) corrispondesse sempre l'essere intollerante, beh, credo che nessuno si salverebbe da tale accusa. Lo stesso Camurri, infatti, con un tono che si pretende ironico, ma che sta all'ironia come Massimo Boldi sta a Woody Allen, appare un divertito censore di queste bagatelle in campo ateo. Bagatelle che non sono certo quel tipo di contese che lui e altri neocon e teocon (loro sì intolleranti) pretendono che siano.
«Gli atei radicali hanno reagito con incredibile violenza: insulti e minacce di morte» scrive Camurri, riportando solo la divertente offesa di P.Z. Myers, ma nessuna minaccia di morte, giacché nessun intellettuale ateo, radicale o non, ha minacciato di morte alcuno, tanto meno de Botton. Se così fosse, Camurri aveva il dovere di riportare la fonte precisa della minaccia*. Ma non ha potuto farlo, dato che, tra gli atei, nemmeno tra i più agguerriti, si nasconde la stessa intolleranza e la stessa malafede di un ayatollah o di un reverendo fondamentalista americano.

Dopo questo tentativo mal riuscito di mostrare una contesa aleatoria e insussistente, Camurri dà sfoggio del suo nozionismo sulla materia con un piccolo, succinto, bignamino sui protagonisti che compongono la galassia atea.**
c.s.
D'obbligo è stato citare il suo mentore ufficiale, Gianni Vattimo, in compagnia di uno che ateo non è (Vito Mancuso). Ma a parte ciò, la cosa che più merita leggere è il finalino da pointe assassine di Camurri, il quale prima rammenta un episodio polemico tra la femminista Watson e lo stesso Dawkins di cui sarebbe stato necessario riportare almeno una fonte (un link) per capire come sono andate le cose; e, poi, scrive quella spettacolare frase su Dio, ad effetto boomerang come non mai, perché la sua è una battuta così arguta da essere divinamente ridicola. Già. Il ridicolo... 
Tutto l'articolo di Camurri è permeato da una spiritosaggine mal posta e inopportuna che andrebbe presa a esempio nelle scuole di giornalismo per distinguere chi è veramente un giornalista d'informazione culturale (quali che siano le sue opinioni in merito agli argomenti trattati) e chi invece no... come Camurri***, il quale occupa per grazia ricevuta (da chi?) uno spazio che nuoce a La Lettura stessa.


*Mi sembra pacifico che per minaccia di morte debba intendersi un vero e proprio editto e non un commento minaccioso, magari di un lettore che augura a qualcuno di morire. In fondo - ricordate? - anche Sgarbi al Maurizio Costanzo Show cercò di farsi notare al grande pubblico augurando la morte a Federico Zeri. Eppure nessuno lo arrestò.
**Tra l'altro, in testata, v'è un grafico ove viene appunto mostrata tale Galassia.
***Anche se è stato anche un personaggio televisivo, e pur essendo, per formazione, un filosofo, io non so quali galloni abbia conquistato sul campo Camurri per meritarsi il privilegio di tale spazio. Inoltre, visto che tratta un argomento particolare come l'ateismo, sarebbe stato opportuno ch'egli avesse detto come la pensa lui circa la credenza o meno in Dio;  noi, così, possiamo soltanto presumere che sia un pensatore debole o un neocon alla cazzo di Rocca (Christian).

domenica 11 marzo 2012

Manifesti per la Cultura. Rivoluzionaria


«La cosa è naturale: le parole giustizia, diritto, equità, libertà [cultura] non hanno per sé nessun valore; acquistano valore appena sono pronunziate da qualcuno, e il loro valore è diverso se questo qualcuno è un operaio o un appaltatore, un contadino o un marchese.» Gaetano Salvemini, L'avvenire del partito cattolico, 1898, in Stato e Chiesa in Italia, Feltrinelli 1969.
C'è un accorato appello di Armando Massarenti sulla prima pagina della Domenica del Sole 24 Ore di oggi. «Noi, analfabeti seduti su un tesoro», è il titolo dell'articolo, che fa parte di una serie di interventi che la testata culturale propone da alcune domeniche per promuovere un Manifesto per la costituente della cultura, al quale hanno aderito numerosi personaggi di spicco della cultura italiana ed europea, insieme a molti altri liberi cittadini sensibili a tale tema.
Riporto l'occhiello dell'articolo:
«Il tasso di analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli guardia. O l'azione di Governo sarà in grado di far fronte all'emergenza o per l'Italia il declino è certo».
L'analfabetismo funzionale sarebbe quello che una volta veniva chiamato analfabetismo di ritorno. Gli analfabeti di oggi
«sanno leggere “tecnicamente”, nel senso che per lo più riconoscono i caratteri, e sanno maldestramente far di conto. Peccato che nell'80 per cento dei casi non capiscano quello che leggono e non dispongano di quel minimo di attrezzatura intellettuale utile a orientarsi nel mondo […] E se nei paesi civili la media dei cittadini di questo tipo si assesta sul 20%, da noi le percentuali sono invertite».
E questo, lamenta Massarenti, accade in una nazione che è mondialmente riconosciuta come «il Paese della Cultura».
La Cultura potrebbe essere l'elemento decisivo per fare da traino al rilancio dell'economia e allo sviluppo globale del paese: ne sono convinti i redattori della Domenica dei Il Sole 24 Ore, tanto che oggi riportano, nelle pagine centrali dell'inserto culturale del quotidiano di Confindustria, esempi concreti di come «la cultura fattur[i]» e di come la creatività possa fare impresa.
C'è anche un trafiletto ove è stilata una proposta in 12 punti (rivolta al governo e al parlamento) volta a “stimolare” l'iniziativa imprenditoriale nel settore della cultura.

Tutto molto bello e interessante.
Quello che manca, però, all'analisi di Massarenti è immaginare cosa potrebbe accadere qualora gli italiani recuperassero il gap e diventassero degli acculturati funzionali, degli intellettuali capaci non solo di apprezzare e far profitto mediante il patrimonio culturale (di cui sono eredi), ma capaci, altresì, di pensare, ragionare, di guardare fuori del recinto del proprio tornaconto personale, di compiere uno “sforzo intellettuale” che rompa la “gabbia” dei fatti immediati in cui sono rinchiusi.
Se insomma gli italiani riuscissero a disporre «di quel minimo di attrezzatura intellettuale utile a orientarsi nel mondo» cosa potrebbe accadere?
Smetterebbero di seguire, da spettatori, lo sport (lo sport, per uno spettatore, non è cultura è assopimento della ragione) e diventerebbero dei paladini del FAI, dei volontari di biblioteche, degli amici dei musei, degli abbonati alle stagioni teatrali, degli archeologi della domenica, eccetera?
E questo sarebbe sufficiente per fare uscire dalla crisi il Belpaese?
Per quanto auspicabile questo evento sia, non credo che esso possa consentire un nuovo “miracolo economico”.
La vera cultura, in fondo, quando non è mero intrattenimento del principe, o distrazione, è accrescimento di sapere, di conoscenza, di spirito critico.
E aumentando lo spirito critico ci si accorge facilmente che è la struttura stessa del sistema capitalistico da cambiare, che è questo tipo di società da modificare, questa palese divisione in classi da abbattere.
E aumentare il sapere di solito apre gli occhi.

Sto leggendo Salvemini. Che potenza. Articoli scritti sotto lo pseudonimo UN TRAVET, e pubblicati in vari numeri di Critica Sociale del 1898.
Riporto un suo ragionamento, che era rivolto alle contraddizioni insite che sarebbero – secondo lui – scoppiate se e quando il partito cattolico avrebbe preso il potere. Siamo nel 1898. Leggiamo.
«[dicono i cattolici]. Noi vogliamo giustizia in tutti i rapporti sociali. Bravi! Prendiamo un rapporto sociale determinato, per esempio quello fra intraprenditore e operaio mentre fissano il salario del lavoro. Quando si avrà la giustizia in questo rapporto? Ed ecco che, di fronte al problema preciso, determinato, dal quale non si può sfuggire con quattro parole astratte, scoppia il dissidio [tra cattolici “ricchi” e cattolici “poveri”]. La giustizia del salario dev'essere necessariamente intesa in modo diverso dall'intraprenditore e dall'operaio; il primo sarà sempre portato a ritener più giusto il salario più basso, il secondo a ritener più giusto il più alto. L'economia liberale, astraendo dal giusto o dall'ingiusto, dichiara che il salario del lavoro dipende dalla libera volontà dei contraenti e dalla legge dell'offerta e della domanda. Ora, siccome nella presente società l'operaio non è libero di non lavorare e, per non morir di fame, deve vendere la sua merce-lavoro a qualunque prezzo, l'economia liberale viene ad affermare la omnipotenza dell'appaltatore e la schiavitù dell'operaio. L'economia socialista riconosce anch'essa il fatto evidente, che nella nostra società il lavoro è una merce, il cui valore dipende dall'offerta e dalla domanda; ma dice all'operaio: finché resterai solo, il tuo lavoro non avrà valore; riunisciti coi tuoi compagni di mestiere e, come l'intraprenditore nel gioco della domanda e dell'offerta cerca importi colla forza del capitale il salario, che meglio corrisponde al suo interesse, tu, colla forza dell'organizzazione, cerca d'imporgli il salario, di cui hai necessità per soddisfare i tuoi bisogni». G. Salvemini, op. cit., cap. V, «Il programma sociale dei cattolici. Cattolici conservatori e cattolici democratici».
E dunque, dando per scontato che le elites capitaliste sappiano già orientarsi nel mondo e che, quindi, è il popolo a dover acquisire quello spirito critico necessario per fare altrettanto, è presumibile che coloro che sono al potere ora facciano di tutto per non fornire alla moltitudine delle persone le attrezzature intellettuali necessarie per aprire gli occhi, organizzarsi e fotterli. O no? Quindi, gentile e illuminato Massarenti, di quale tipo di cultura, di sapere voi del Sole 24 Ore auspicate la crescita?

domenica 22 gennaio 2012

Twitteraggi

A tempo perso, ogni tanto apro il mio account su Twitter. Preciso: io Twitter lo uso solo per rinviare quello che pubblico qui, non altro. Non motteggio, mi viene difficile. Ma stamani ho aperto la mia pagina twitteriana e, cosa strana, vi trovo una sfilza di cinguettii einaudiani (dacché, tra i miei following, v'è Giulio Einaudi Editore):

Non ho nulla contro le citazioni; figuriamoci, fondo gran parte di questo blog su di esse. Ma trovo abbia poco senso (per usare un eufemismo) che esse vengano sparate così, alla cazzo di budda (cit.). Citare così mi sembra un tentativo disperato di seminare cultura, un po' come un povero soffione cittadino che disperde i suoi semi al vento nella speranza inutile di perpetuare la sua specie sull'asfalto. 
Se di questo citazionismo masturbatorio siamo vittima io e il cardinal Ravasi, passi; ma se ci cade anche un editore di rilievo come Einaudi, che nasce come impresa culturale ancor prima che economica, mi sembra veramente deleterio e irriguardoso nei confronti degli stessi autori citati.
Comunque, impressioni mie a parte, ho twittato una risposta @Einaudieditore, questa:
E cosa strana, ma simpatica, essi mi hanno risposto:
La risposta mi spinto poi a chiedere:
e mi hanno tolto la curiosità così:
Questo accade, insomma, nell'epoca del twitteraggio culturale. 
Twittare, più che cinguettare, mi sembra una salivazione continua di pensieri che sputiamo agli altri per mostrarci arguti e intelligenti, simpatici e interessanti. Per catturare l'attenzione e ottenere riconoscimento. Il problema è che a forza di sputare si resta spesso a gola secca. Allora si cercano le fonti, ci si abbevera al sapere altrui e si sputano citazioni.

sabato 24 dicembre 2011

La solitudine degli ultimi elzeviri

La scrittura bloggheristica, si sa, è una specie di pubblico diario di pensieri di varia natura (personale, politica, filosofica, eccetera). E l'autore del blog ha tutto il diritto di scrivere ciò che vuole (nei limiti del codice penale, naturalmente), tanto chi passa dal suo blog non paga mica dazio.
Quindi, se un giorno un blogger scrivesse
«La mattina dell'antivigilia ho litigato con la mia compagna. Il motivo: mi ha affibbiato un paio di commissioni da sbrigare in centro città, un regalo andava sostituito e c'era da ritirare il salmone per la cena del 24»¹.
un lettore che abitualmente passa da quelle parti non sarebbe legittimato a dire
«e chi se ne frega»
giacché nessuno lo ha obbligato a leggere tale frase. Ma se invece la frase suddetta si trova nella prima pagina del Corriere della Sera, un giornale che rimane in casa minimo due/tre giorni visto che, per le festività natalizie, i quotidiani non usciranno in edicola domani, né dopodomani, allora il lettore, che ha pagato 1,50€ il giornale, non solo ha diritto di dire scortesemente «e chi se ne frega», ma, a fortiori, ha il dovere di manifestare il suo disappunto con un sonoro
«e chi cazzo se ne strabatte le palle in terra?²»
Già altre volte ho detto che una delle fortune per chi ha avuto il merito di scrivere un best seller è quella di diventare pubblicisti di varie testate - quotidiani nazionali in primis - e di vedere i propri articoli pubblicati dietro lauto compenso. È una tradizione culturale, questa, sulla quale non avrei niente da obiettare in linea di principio. In fondo, per i quotidiani scrissero anche Montale, Pasolini, Sciascia... (mi fermo) e scrivono tutt'ora altri insigni autori, che non cito, ognuno metta chi vuole, ma per favore no, non mettete nel novero dei vostri preferiti Paolo Giordano.

¹P.Giordano, «Il valore dell'attesa», Il Corriere della sera 24 dicembre 2011.
²Anonimo toscano.

domenica 30 ottobre 2011

L'Inferno di Dante


Guardiamo questo video relativo alla inaugurazione della copia in bronzo della statua di Dante, avvenuta a Ningbo, in Cina, poi leggiamo:

[...]                        "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra".
 

Inf. VII, 121-126

domenica 12 giugno 2011

Contrordine Domenica

Solo per dire che Armando Massarenti è il nuovo responsabile della Domenica del Sole 24 Ore (defenestrato Santambrogio). Secondo me è una buona notizia, dato che Massarenti meritava di occupare tale posizione già quando partì Riccardo Chiaberge. Ma all'epoca, si vede, Confindustria doveva qualcosa a Comunione e Liberazione. 
Da sottolineare poi che, da domenica prossima, l'inserto culturale più prestigioso dei giornali italiani, tornerà ad avere il formato grande di una volta. Un ritorno al passato quindi. Inoltre, mi fa piacere che esso sarà in accoppiata con Nòva, il settimanale di cui Luca De Biase è era responsabile. 
Con sincerità: comprerò più volentieri Il Sole ora, a prescindere.