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martedì 18 aprile 2023

Uno bis

Preso dalla vaga idea d’inabissarsi, pensò di comprare una tuta da palombaro, senza tubi o altri attaccamenti al mondo aereo, per dimenticare lo scempio diurno dei voli a basso costo, tanto basso, che costa di più un biglietto di treno da Massa a Carrara, che un volo da Bologna al Bois de Boulogne. 
Misteri sorosiani, di gente che non crepa e assalassa consimili da sfruttare e pasturare con i propri scarti: ecco qua le mie unghie incarnite, sono buone macinate per condire la vostra miseria. 

Allora cambiò idea sugli abissi, restò in superficie e si masturbò seguendo le istruzioni su come cambiare il colore delle vie di fuga, tutto per colpa di una vocale, la seconda. 
Centouno colpi di spazzola, perché i bricoleur amano i numeri dispari.


mercoledì 26 gennaio 2022

La protezione degli uccelli 3

3.
Ripresero il volo verso Sud per sfuggire alle frigidità dell'inverno (non ai rigori, piuttosto ai fuori gioco). Evitarono Roma, per dispetto, perché fino a poco tempo fa la città aveva un sindaco sulla bocca di tutti, mentre adesso ne ha uno che non se lo incula nessuno, messo lì per vocazione del nulla e del silenzio e per sfamare ataviche avidità. E furono a Napoli. Atterrarono al Parco Virgiliano, per ragioni poetiche. Furono tristi solo per un attimo, perché la bellezza del belvedere, in una limpida giornata di gennaio, fu come una carezza che corrobora senza correre nella bora, come a Trieste. Ebbero tempo solo per gli occhi durante la giornata, non per altro. Le altre parti del corpo, infatti, soprassederono, viaggiarono per conto loro senza dare pensieri. Pensieri diversi si accantonarono da soli ché appena qualcuno si riaffacciava veniva preso a schiaffi. Esisteva solo il presente, il resto cadeva a terra, era lasciato andare, defluiva via lieve come lacrime nella pioggia. E si abbracciarono, oh quanto si abbracciarono, senza fare caso che non avevano più braccia, ma ali. In altre parole, si allietarono impegnandosi a vivere con letizia. Chi sarebbe, una tua ex? gli chiese Cesira. E Luciano rispose con dovizia di particolari.

martedì 25 gennaio 2022

La protezione degli uccelli 2

2.

La prese da parte. A parte, Luciano le chiese se fosse d'accordo a essere presa. Se non prendi la scossa, gli rispose Cesira. Luciano tacque. Nell'aria elettrica si ricaricarono quasi al novantanove per cento. Erano di nuovo pronti per il volo. E volarono, volarono finché non furono stanchi di stare sospesi a mezz'aria a prezzo di tanti sbattimenti. Quando atterrarono, percepirono la fatica. Si lavora troppo: perché? Per il pane. Smettila, s'interpose Cesira presa alla sprovvista. Dove faremo le provviste? Al provveditorato? E là troveremo prodotti di origine protetta? E dài con questa protetta. Non ci fu verso, in questo mondo prosaico. Si parva licet componere magnis. Per me sì, è lecito. L'illecito è tutto questo mondo infetto, non tanto per via di aviarie varie, naturali o artificiali che siano, ma a causa dell'immondo mondo controllato, del mostrare di essere in regola, di non avere la fregola, vi cascasse una tegola in testa nella vostra testa piena di varechina, sentenziò Luciano. Calmati, non ti agitare, intervenne Cesira che lo vide agitato. Vieni, facciamo come Giobbe. Tante botte da orbi ma poi alla fine Dio riconobbe che aveva ragione lui, che pativa per niente e che i cosiddetti amici erano loro gli stronzi che non capivano un cazzo. Grazie, mi sollevi. E ripresero il volo grazie alle ali di lei.

venerdì 21 gennaio 2022

La protezione degli uccelli

1. 

Quando la prese sotto la sua ala, Luciano era diventato un piccione. Viaggiatore. Tubava da una cittadina all'altra sopra le condutture del gas. A volte pure fermandosi sui fili della luce. Lei, Cesira, si sentiva protetta. Sopratutto una, la destra, dalla forma più a pera. E gli occhi e le ali di Luciano cadevano lì, sulla pera. Vuoi un fruttino? Sì, spremi pure. E tirarono avanti, avanti più che poterono, nell'aria gelida, in quella umida, in quella rarefatta o strafatta dai miasmi delle città inquinate. Che puzzo di piombo! Gli disse lei, schifata. Lui le rispose che era meglio sentirne il puzzo che il peso delle cartucce. 


giovedì 9 luglio 2020

Allo Strega! Allo Strega!

Ci sono vari modi per non farsi cogliere di sorpresa dalla tristezza e quello preferito da Giovanni era imprecare, bestemmiare contro di essa, reagire con virulenza e maleducazione, senza tuttavia farsi sopraffare dalla rabbia, giusto far salire un po' la pressione perché la pressione bassa è la condizione più adatta per le nubi della malinconia. Un fanculo detto bene, una porcamadonna sillabata meglio, il tutto pronunciato in solitudine, in auto, in una stanza, o meglio ancora camminando senza avere intorno nessuno. Era sufficiente alzare un po' la voce, ed ecco che l'orizzonte si rasserenava: Giovanni si sentiva meno turbato e quindi pronto a passare un'altra sera senza litigare con la moglie per un nonnulla (un cibo poco cotto o cotto male), o per il quasi tutto, ossia per il silenzio perdurante dei sentimenti che si era fatto cronico, oramai da anni, tra loro due.

Gianna, invece, per sfuggire alla tristezza, si metteva in contatto con altre persone, almeno sette, alcune molto care, altre gratis, una per ogni giorno della settimana. 
Il lunedì scriveva a Sandro, vedovo da anni, ma che non s'era più riaccompagnato per tenere vivo il ricordo dell'amore che lo legava alla moglie. Sandro era un agente di commercio e girava mezza regione per promuovere prodotti e prendere commissioni di vendita presso i commercianti ai quali faceva visita e lui sì che di cose da raccontare ne aveva. 
Il martedì era il giorno di Franca, insegnante di lettere delle medie, l'amica del cuore.
Il mercoledì fegato, il giovedì trippa.
Baccalà il venerdì.
Il sabato andava a confessarsi perché, contrariamente alla psicoterapia, il sacramento della confessione era gratis («Ecco perché dài l'otto per mille alla cattolica» gli rinfacciava spesso Giovanni) e, altresì, perché il prete, dal quale si confessava, prima di entrare in seminario, si era laureato in psicologia con una tesi su Viktor Frankl.

E la domenica? Gigliola.

Dimmi che m'ami
sono innocente come il sol
che risplende sul mare:
voglio dare un addio all'amor...

lunedì 22 giugno 2020

La filiera del romanzo

Sarebbe dunque tempo ch'io scrivessi un romanzo, se ci fosse un romanzo che avesse voglia di essere scritto da me. Per il momento, purtroppo (o per fortuna), non ne ho mai trovato uno che facesse al caso mio, neanche al banco macelleria del supermercato, tra quelli allevati in Francia e macellati in Italia e con gli ultimi quattro mesi di alimentazione senza l'uso di antibiotici. Eppure, mentre son qui che esamino, come un docente di letteratura comparata, fettine scelte di scannello o di girello, una signora mascherata e occhialuta solarmente, come Catherine Deneuve in Belle de jour, s'è messa a squadrare la mia faccia triangolare con puntamento inquisitorio, come se stessi commettendo qualcosa di peccaminoso nel selezionare romanzi non più tremuli, piuttosto teneri, dipende come sempre dalla frollatura. Per fortuna (o purtroppo) una gioviale macellaia del reparto ci toglie dagli impicci facendo notare che oggi la scottona è in promozione. Ci lasciamo convincere, entrambi scegliendo una lombatina. Dato che mi sembrerebbe un peccato lasciarsi sfuggire un incipit del genere, vorrei proporre alla signora di andare a cuocerle e mangiarle insieme in qualche parco dove fosse possibile farle alla griglia («La compra lei la carbonella?»). Ma, come spesso accade, invece della verità romanzesca, prevale la menzogna romantica e anche questo romanzo disossato finisce qui.

sabato 23 maggio 2020

Terna

- Ciao, ho ritrovato delle lettere in cui si racconta che tu mi amavi.
- Ciao. Si racconta? Chi racconta?
- Tu. Tu scrivevi lettere in cui dicevi che mi amavi.
- Ah, vabbè. Acqua passata. Il tempo passa, le cose cambiano, le parole volano.
- No, le parole scritte restano. E raccontano un dato di fatto.
- Quale dato di fatto?
- Che tu mi amavi.
- Ho capito: ti amavo, sì, ma adesso non ti amo più.
- Ma l'amore non è mica un interruttore, on/off.
- Beh, no. C'è stato un momento in cui, pur amandoti, ho iniziato ad amare un altro e poi, non potendone amare due allo stesso tempo, sono scivolata dall'amore verso te, all'amore verso un altro.
- Scivolata, dici. E quale sarebbe stato il particolare momento che ti ha disposto al moto sul piano inclinato dal mio amore (posto in alto) all'amore verso un altro (posto in basso)?
- Bravo, hai detto bene. Il tuo amore verso me era troppo alto rispetto al mio verso te, mentre l'amore mio verso l'altro era più alto rispetto all'amore dell'altro verso me. Tu mi davi troppo amore, più di quanto io potessi renderti. Così ho veicolato questo sovrappiù verso un altro che mi amava meno di quanto io amassi lui.
- Significa forse che il piacere che io davo a te, lo defluivi per dare piacere altrui?
- In un certo senso.
- E che, forse mi avevi preso per una centrale elettrica?
- Beh, sì. In fondo mi dicevi sempre che mi offrivi «l'intelligenza degli elettricisti».
- Peccato che non tu abbia preso la scossa.

domenica 1 marzo 2020

Tradire le aspettative

Giorni fa, incontrai un amico avvocato che, dopo i soliti convenevoli, mi ammonì:
«Hai tradito le aspettative».
«Come sarebbe a dire?».
«Sarebbe a dire che le aspettative sono venute nel mio studio per inoltrare istanza di separazione».
«Ma io non sapevo neanche di averle, le aspettative».
«Eh sì - aggiunse, sogghignando - dicono tutti così, per non pagare le conseguenze o gli alimenti».

Rimasi piuttosto basito. E non certo dell'umore di replicare alle ironie dell'amico. Mi congedai velocemente, dicendogli di farmi sapere se dovevo rivolgermi a uno studio legale pure io. Scoppiò a ridere, ma quando vide che io non ridevo per niente, si ricompose come poté e disse: «Ti faccio sapere».

L'indomani mattina mi telefonò e mi chiese - se potevo - di passare da lui nel pomeriggio.
Potevo, dunque, ci passai.
Pioveva, e io mi bagnai (non Alberto). Non ho mai compreso perché non sia fatto divieto assoluto ubicare studi legali lontani dai portici. Ma vabbè.

La segretaria dell'amico avvocato mi diede un asciugacapelli Dyson e io - siccome sono un fan di Elettra Lamborghini - me lo passai sui peli pubici e poi misi una storia su Instagram.

Poi mi fece accomodare nello studio dell'amico avvocato e io mi sedetti davanti alla sua scrivania in attesa che lui finisse un colloquio con un cliente. Nella sedia accanto alla mia c'erano dei libri (non si leggeva il titolo) e un Kindle. 

L'amico avvocato entrò, sempre di buon umore. Mi chiese se volevo da bere e io declinai per venire al dunque.
«E veniamo al dunque, dunque».
Attaccai:
«Davvero ho tradito le aspettative e loro se la sono presa a male?».
«Così pare».
«E dove sarebbero le aspettative, adesso? Mi piacerebbe discutere con loro, avere la loro opinione personale nei miei confronti».
«Sono accanto a te».
«E dove? In questa stanza, siamo io e te - e l'arredamento».
«Sono sedute accanto a te».
Guardai nuovamente la sedia con sopra dei libri senza titolo e il Kindle.
«Posso?», chiesi all'amico avvocato se mi fosse consentito prendere in mano gli oggetti.
«Certo, fai pure».
I libri che sfogliai erano fatti di pagine bianche; e il Kindle che accesi era senza contenuti.
«E dunque? Sarebbero queste le ‘mie’ aspettative?»
«Così pare».
«Ti giuro che non ci sto capendo un cazzo».
«Le tue aspettative - mi hanno detto - vogliono separarsi da te perché non le hai rispettate: non hai scritto né pubblicato o autopubblicato alcun libro e loro sono deluse: sostengono che glielo avevi promesso».
«Eh? Io avrei fatto loro questa promessa? Ma quando mai! Forse nel delirio di uno studente che cercò di far colpo con qualche collega universitaria alla domanda su quello che gli sarebbe piaciuto fare da grande. Comunque guarda, io sono tranquillo: promesse a parte (anche se dubito di averne fatte), non ero vincolato alle ‘mie’ aspettative davanti a un pubblico ufficiale, sicché posso capire la loro delusione, ma insomma: le avevo avvertite che non ero molto affidabile, mica avranno creduto davvero che... Lo so bene: si sono stufate di tanto attendismo, di tante belle parole per garantire al mio essere una dimensione ontologica degna di essere ammirata dagli altri. In fondo, quando si è più giovani e stupidi, si è anche meno preveggenti: si crede, a torto, che raggiungere una posizione di rilievo in un settore, quale che sia, significhi appunto realizzare delle aspettative.
«Le mie clienti ti accusano soprattutto che, nel corso dell'ultimo decennio e più, ti saresti troppo attardato e blandito con la scrittura bloggheristica».
«Ah, sì? Forse in questo hanno ragione. Presumibilmente era questa la mia sola velleità, la mia sola aspettativa: essere qui, in questo luogo dell'immediatezza, del presente che cammina, svincolato da ogni progettualità che subisca i torti della mediazione, le cure editoriali di salcazzo e il plauso o il rifiuto di redazioni prezzolate, alle quali preferisco le patate in insalata con l'olio buono e il parmigian».
«Sembra un'ammissione di colpa. Rinunci loro, dunque? Le svincoli dal loro mandato di pungolatrici ontologiche?».
«Sì. Tanto mica erano retribuite».

mercoledì 17 aprile 2019

C'erano

C'era lei. C'era lui. Insieme c'erano, si davano di gomito, lustravano credenze, falsificavano passi, valicavano porti, pronti a essere più che a divenire, perché si sapevano imprecisi e si accontentavano delle loro imperfezioni. E stavano, quando capitava, sugli stipiti a osservare pubblici servizi o ad aspettare impiegati usciti dal loro ordine di servizio. In quanto. Intanto, coglievano tarassachi per illuminare i volti spenti dalla tristezza vespertina. O leggevano etichette dei prodotti in scatola per immaginare luoghi di provenienza. O anche fischiavano nelle trombe delle scale canzoni diverse, perché andavano d'accordo su tutto fuorché sulla musica, cosicché non c'era una loro canzone a sancire, ma molte a dividere. Per questo, tra loro prevaleva sempre la conversazione o il silenzio, il beato, il riconciliante, la condizione più propizia per le intuizioni. Ecco, lei e lui si intuivano, aveva ciascuno contezza dei pensieri dell'altro senza che questi fossero espressi. E, infatti, lui e lei stavano scrivendo un romanzo insieme, ce l'avevano tutto in testa, trama e personaggi, ed erano persino convinti che esso avrebbe avuto un buon successo editoriale, se solo avessero preso la briga di scriverlo. Ma rimandavano. O meglio: aspettavano una risposta da un paio di editori importanti, ai quali avevano inviato le bozze in bianco dei loro pensieri non scritti. Rispose Mondadori perché fiutò il caso editoriale, dicendo loro che erano disposti a pubblicare il loro romanzo purché si stampasse subito, di modo che avesse da essere pronto per la prossima, imminente, edizione del Salone del Libro di Torino. Trovassero un titolo, al resto avrebbero pensato loro. Andarono a Segrate e firmarono un contratto. E proposero un titolo: C'era lei. C'era lui. Insieme c'erano...

sabato 3 novembre 2018

Lasciamo perdere 2

2.

Il vincitore di un modesto concorso a premi, in palio dei boeri, conobbe Julija in una biblioteca di un dipartimento universitario, nella quale lei era addetta al prestito.
Non fu amore a prima vista e neanche alla seconda. Alla terza, iniziarono a studiarsi. Alla quarta, fecero un esame e lo superarono piuttosto bene, riconoscendosi, reciprocamente, come esseri umani e non come agrimensori. Alla quinta, lui invitò lei a bere un caffè alla macchinetta automatica. Alla sesta, lei gli confessò che quel caffè le faceva venire il mal di stomaco.
Infine, smisero di contare.
Un giorno, per incanto, complice Il cigno di Saint-Säens, lui le domandò se era di suo gradimento fare due passi nel parco cittadino. «Lo è», rispose, «ma di passi ne faremo almeno quattrocento». Era una donna fuor di metafora: i passi, infatti, furono quattrocentodue. Glielo fece notare con un sorriso e lui malintese. 
«Perché mi hai baciata?»
«Perché hai sorriso».
«Avrai capito finalmente perché sono sempre seria»

martedì 30 ottobre 2018

Lasciamo perdere

1.

Lasciamo perdere, disse un vincitore di un modesto concorso a premi, in palio dei boeri, non il presidente dell'Inps che ti regala una pensione baby, bensì quei cioccolatini con l'involucro rosso, ripieni di una ciliegia sotto spirito - e mi ricordo che, quando ero bambino, se con una vincita ne mangiavo una mezza dozzina, tornavo a casa mezzo sbronzo, senza fame, e vedi un po' che mia madre aveva cotto una fettina dura di vitello per me - gli anni d'oro dei macellai: ce n'erano cinque in un paese di millecinquecento anime e tutti erano diventati palazzinari - e in quello nostro, sotto casa, quando ci andavo, ero solito entrare dentro il corpo squartato e decapitato di un enorme bovino appeso con delle catene alla carrucola mobile del soffitto del negozio - non c'era altro sangue che quello rappreso, l'enormi costole, e alcuni timbri blu che risaltavano sul bianco lucente del grasso.

Ma torniamo al vincitore del modesto concorso a premi, in palio dei boeri. Si è detto che non era Tito, il presidente dell'Inps, epperò aveva sposato una donna di origine jugoslava - amava ripetere, lei, sebbene la Jugoslavia non esistesse più. 

martedì 19 dicembre 2017

Una famiglia per bere (4)

Sono passati dieci anni da quella volta in cui mia sorella mi disse di lasciarla in pace. Dieci anni. Un tempo smisurato per crescere. Purtroppo, sebbene mi sia misurato, non sono cresciuto, anzi: sono abbassato due centimetri e non parliamo poi dei chili persi. La pancia gonfia non vi inganni e anche le belle guanciotte rubizze sono un falso positivo. Bevo troppo, tutto qui.
Appena me ne andai dalla sua vista, feci domanda alle poste, cercavano un portalettere a tempo determinato per i mesi estivi. Mi presero e, nel volgere di pochi mesi, la mia vita ebbe una svolta: uno dei colleghi più anziani che sostituivo morì facendo parapendio sulle Dolomiti, cosicché il direttore, che in quel momento era a corto di altre raccomandazioni, fece in maniera di farmi avere il suo posto. Io non solo ne approfittai, ma divenni confidente dell'impiegata postale, vedova del postino deceduto, con la quale presi a vedermi, anche fuori del luogo di lavoro, generalmente a casa sua. Vi abitava con il figlio dodicenne, un ragazzo irrequieto, che dopo la scomparsa del padre aveva iniziato a manifestare segni di aggressività nei confronti della madre e dei suoi pari. Forse fu anche per questo che lei mi concedette di trasferirmi in casa loro, non tanto per rappresentare nei confronti del figlio una nuova figura paterna, quanto per darle un senso di (relativa) protezione riguardo agli scatti d'ira e alle frequenti aggressioni che ella da lui subiva. In effetti, quando c'ero io il ragazzo era calmo, taciturno e non reagiva neanche quando la madre lo spronava a fare i compiti (cosa che, in passato, le era costata il sussidiario di tecnologia sul costato, lanciatole contro come un frisbee). Perché mi rispettasse mi sfuggiva, forse perché non volevo fare il padre e neanche diventargli amico. Semplicemente mi rivolgevo a lui soltanto per comunicare qualcosa e mai per dialogare. Già detestavo con sua madre il dialogo, figuriamoci con lui.

domenica 3 dicembre 2017

Una famiglia per bere (3)

Ebbe appena il tempo di festeggiare il primo anniversario di matrimonio che mia sorella restò vedova: suo marito fu colpito alla testa dal gancio di una gru, mentre visitava, cascomunito, un cantiere per la costruzione di un ipermercato. Un incidente sul lavoro, insomma, ogni tanto capita, sebbene raramente, che la vittima sia l'imprenditore, anziché un dipendente...

Avrei potuto iniziare così un nuovo capitolo di un ennesimo romanzo interrotto, poi ci ho ripensato, troppo comodo per mia sorella liberarsi di un marito che non amava e che aveva sposato soltanto per interesse. Certo che anche lui, mio cognato, altrettanto aveva sposato mia sorella per interesse, giacché lei era, è una donna molto interessante, sotto altri aspetti, nient'affatto trascurabili. Forse per questo il matrimonio funzionava, ero io che invece non funzionavo, perché invidiavo sia lei che lui, il diverso potere che ognuno di loro emanava, la ricchezza e la bellezza, cose che stavano debitamente alla larga da me. E vivevo come un risentito, uno che avanzava pretese, in un primo momento indirette e poi, via via, sempre più disdicevoli e pressanti. Per esempio, mi presentavo a casa di mia sorella quando suo marito non c'era e, in pratica, la ricattavo minacciandola che avrei rivelato tutto a mio cognato; anche se, in pratica, non avevo niente da rivelare. E, infatti, al mio assalto, lei replicava: «Che cosa? Non ho niente da nascondere»; ma io, caparbiamente, le rispondevo: «Io so più cose di te di quanto tu stessa non ne sappia. Quindi attenta». Lei si limitava ad alzare le spalle, apriva la sua borsetta, mi dava cinquantamila lire con la stessa disinvoltura con la quale si lancia un osso al cane e io correvo fuori, al momento contento di aver ottenuto almeno un paio di giorni di autonomia.

Lei ci teneva a me, come si tiene a un cane, ed è già tanto per un fratello rompicoglioni. In fondo, eravamo rimasti soltanto io e lei, della famiglia: i nostri erano morti di itterizia, alle Galapagos. Dico di itterizia perché furono scambiati per iguane da cacciatori di frodo delle stesse, mentre facevano snorkeling. Essi si erano regalati il viaggio dopo essere andati entrambi in pensione, piuttosto giovani: cinquantacinque mio padre (ex dirigente Telecom) e cinquantatré mia madre (funzionaria delle Ferrovie). Partirono tutti contenti, tanto noi eravamo grandi per badare a noi stessi. E da allora ci badiamo, senza essere ricambiati. Veramente mia sorella sì, si è sposata apposta, perché voleva tirare il fiato e recuperare la possibilità di una vita facile. Il punto è che io credevo che lei la volesse anche per me, una vita facile, e che si sentisse responsabile e per questo incaricata di provvedere a ciò. «Invece manco per niente: ti devi arrangiare. Devi sbrogliartela da solo. Non puoi continuare a pretendere che io sostenga il tuo infantilismo. Devi crescere. Non trovi lavoro? Lascia che te lo trovi io. Non ce la fai a mantenere casa dei nostri? Vendila: di quello che ricaverai io non pretenderò niente. Ma, ti prego, smettila di venire a battere cassa. Non ce la faccio più a inventare scuse per spese non fatte a mio marito. Quindi, ecco, queste sono gli ultimi soldi: d'ora in poi, arrangiati da solo». 

martedì 1 agosto 2017

Incomprensioni 7


Un pomeriggio – sarà stata la quarta o quinta volta che andavamo da lui – Umberto ci chiese il favore di seguirlo in bagno, aveva bisogno di una mano, e noi non capivamo perché. Ricordo ancora quel bagno enorme, disordinato, costruito sulla base di un trapezio scaleno. Entrarci dentro ci disorientò. Lui, con molta naturalezza, si pose davanti al lavandino sopra il quale c’era un classico specchio coi faretti, che accese. Sì tirò giù pantaloni e mutande che si fermarono giusto sotto le ginocchia. Poi chiese a me di prendere un giornale porno (Le Ore?) e di sfogliarlo sotto i suoi occhi, lentamente, mentre lui iniziava a toccarsi. Da quello che ricordo, io e Alessandro restammo imbambolati davanti a quella scena: era la prima volta che vedevamo qualcuno masturbarsi (lo sapemmo poi che di quello si trattava). Nessuno parlava. Si sentiva soltanto il rumore ovattato del movimento. Io continuavo a sfogliare e guardare quello che faceva: vedevo quel suo coso enorme rispetto a quello che avevo tra le gambe io, senza provare né attrazione, né repulsione. Semplice curiosità, forse. Dopo alcuni minuti, Umberto chiese ad Alessandro se poteva avvicinarsi per accarezzarlo. Non lì, non chiese di toccargli il membro, ma di fargli delle piccole carezze sul bacino e sui glutei ipertesi. Alessandro mi guardava e, forse per compensazione al mio impegno, non si rifiutò e cominciò a sfiorarlo, distrattamente, cercando nei miei occhi un segno di approvazione e complicità. Sentivamo, sotto sotto, che stavamo facendo qualcosa proibito, ma senza dargli troppo peso, senza cioè esserne troppo preoccupati perché, in fondo, non era nostra l'idea di trovarci in quel contesto, non eravamo cioè responsabili come nel caso delle sigarette fumate di nascosto. Insomma, più che altro ci sentivamo spettatori di un gioco che non ci apparteneva, non ci riguardava: noi non eravamo in campo, no: tutt'al più, facevamo i raccattapalle.
Dopo cinque, dieci minuti buoni di silenzio e stupore infantile (Zolla), Umberto ebbe un sussulto e dal suo pene uscì della roba tra il bianco e il giallo, mai vista prima. «E quella che roba è?», chiesi. «La stessa che si vede in alcune foto del giornale che hai sott'occhio», rispose Umberto. «E da dove esce esattamente; e perché a noi no?», continuò Alessandro. «Questo... beh, lo saprete tra qualche anno».
Tra qualche anno. 

mercoledì 26 luglio 2017

Incomprensioni 6

Umberto ci fece sedere sul divano, a me e Alessandro, certamente più disinvolti nell'entrare in casa di un ragazzo più grande di noi, come se quattro parole, due rassicurazioni e lo scudetto della Salernitana scambiati il giorno precedente, fossero stati sufficienti a infonderci una maggiore fiducia nei suoi confronti. Quella volta, per praticità, avevamo portato con noi gli album dei Calciatori, così potevamo subito attaccare le figurine che mancavano. Dopo averne trovate e attaccate una dozzina, Umberto – che ci aveva lasciati liberi di frugare nella collezione di doppioni da soli perché, disse, aveva da fare una telefonata – ritornò per chiederci se andava tutto bene e se, quando finito, avessimo voluto dare un'occhiata a questi. «Sono anch'essi doppioni», ci avvisò, «infatti, ogni tanto insieme alla copia mensile, vengono allegate ristampe di numeri precedenti, probabilmente con l'intento di convogliare nuovo pubblico per incrementare le vendite. Se volete, quindi, potete portarne a casa qualche numero».
«No, no» risposi, anche troppo rapidamente, per non lasciare intendere che, in verità, li avremmo presi volentieri quei giornali.
Oltre che ai fumetti erotici, che sfogliammo avidamente, ci soffermammo con particolare attenzione su una sorta di fotoromanzo, tipo quelli che mi capitava di vedere su Grand Hotel della zia, ma in versione porno: Supersex.
A interessarci in questo caso, come per i fumetti, oltre alla visione dei genitali nudi e dei vari tipi di coito praticati, erano le nuvolette di dialogo che animavano la storia, alcune talmente memorabili che lasciavano impronte notevoli nelle nostre imberbi tavolette di cera. Esempio: scena, un ring. Protagonisti: un uomo e una donna nudi, coi guantoni, mimano un combattimento che, di lì a poco, si trasformerà in un amplesso. A un certo punto, l'uomo, a terra, stremato, mormora: «Col tuo quintale di zinne e il tuo metro cubo di sorca non sono ancora suonato». Noi, invece, sì.

domenica 16 luglio 2017

Incomprensioni 5

Nonostante i capelli allungati e l’aria da fricchettone, Umberto ancora collezionava, tra altre cose, figurine Panini. Le altre cose erano giornaletti erotici e porno che trovammo in bella vista sugli scaffali della sua cameretta.
Umberto viveva da solo con suo padre – direttore delle locali Poste – da alcuni anni. Quand’era ancora alle medie, infatti, sua madre aveva lasciato lui e il marito, per tornare in Austria (dov’era nata) e andare a vivere con “quello” che era stato il primo amore e dal quale aspettava una bambina (la sorella di Umberto: di costei parleremo – forse – in una prossima occasione, tanto per allungare il brodo di un racconto che mi sta sfuggendo di mano, se qualcuno lo trova in terra, per favore, lo raccolga).

Insomma, vivendo da solo con il padre, Umberto si permetteva di collezionare e tenere in bella vista giornaletti erotici senza farsi troppi scrupoli. Chiaramente, a me e Alessandro, gli occhi caddero proprio lì; ma non tanto sulle riviste porno fotografiche, no: ciò che più ci colpì, furono i fumetti. Umberto se ne accorse subito che li guardavamo, ma non disse niente. Si limitò ad aprire un cassetto, incredibilmente pieno di figurine. «I miei doppioni», disse, sorridendo. «Guardate pure se trovate ciò che vi manca. Ma intanto, datemi i vostri, che controllo». Così facemmo e, in poco tempo, ne trovammo almeno una decina. «Bene, ragazzi: adesso dovete andare. Tra poco torna mio padre, e devo far finta di studiare. Voi tornate domani, se volete. Magari un po’ prima: che ne dite verso le quattro?»

Umberto era un bel ragazzo, occhi verdi, e mia sorella maggiore ne era innamorata. Mia madre lo sapeva, e approvava, addirittura cercando di combinare il fidanzamento. Infatti, una volta si permise sfacciatamente e senza dire niente a suo marito (mio padre), di invitare Umberto e il suo papà in occasione della festa del patrono. Ricordo ancora la faccia che fece mio babbo quando – a cose fatte – lo seppe. Dopo aver tirato quattro o cinque madonne secche, dichiarò a voce alta, con le finestre aperte, nella speranza che il padre di Umberto lo sentisse (abitavano tre piani sotto di noi), che a lui i democristiani stavano tutti sul cazzo, a prescindere, e che non gli importava una sega nulla di festeggiare il patrono, protettore di chissà cosa cazzo che. Ma nonostante la sfuriata, il pranzo con gli ospiti ebbe luogo. Umberto neanche una volta rivolse parola a mia sorella, che non gli levò un attimo gli occhi di dosso. Il padre parlò in pratica sempre con mia madre, del più e del meno e delle attività della parrocchia. Mio padre, invece, restò tutto il tempo taciturno ad aspettare il dolce e poi il caffè e che si levassero dai coglioni che c’era la formula uno.

L’indomani, alle quattro, io e Alessandro ci presentammo da Umberto con nuovi doppioni.

domenica 18 giugno 2017

Incomprensioni 2

Poi un giorno, durante una breve vacanza a Sirmione – un cameriere dagli occhi lucidi ci aveva appena servito del luccio  –, i suoi crucci non furono più confortati dallo svolazzio dei balestrucci e me lo disse, chiaro e quadrato come il tavolo del ristorante dove eravamo seduti: voleva sposarsi, ma più ancora: voleva un figlio, subito. 
Sua sorella, più giovane di cinque anni, era alla seconda gravidanza, la sua amica aspettava dei gemelli, e lei, lei che sino al quel momento non aveva fatto della maternità un obiettivo, ecco, adesso lo diventava, voleva un bambino, era il momento giusto, trentasette anni, non poteva più aspettare, anche se prima non solo non aveva aspettato, proprio non ci aveva pensato, ecco tutto, mentre adesso ci pensava, domandandomi, inoltre, perché io non avevo ancora chiesto il trasferimento in ufficio, com’era previsto dal contratto, giacché, dopo un tot di anni, l'azienda consentiva di far domanda e lavorare sulla terra ferma, alla distribuzione di quello che finora avevo contribuito a trasportare via mare.

Un figlio. Io non ci avevo mai pensato a un figlio. Anche quando alcuni colleghi prendevano congedo per la nascita della prole e poi, dopo alcune settimane, rientravano in servizio entusiasti e coi cellulari zeppi di foto del neonato, ebbene, ciò non mi faceva alcun effetto, non sentivo scoccare alcun desiderio analogo – e non solo perché nessuno, tra i miei colleghi,  era un punto di riferimento o modello. No. A meno di non essere folli, la nostra epoca non consente di idealizzare alcun individuo, casomai una situazione, uno status, un immaginario collettivo che imprime nelle nostre tavole di cera certe forme del desiderio piuttosto di altre. A parte questo, penso però che il vero motivo per cui non ero mai stato assalito dal pensiero della paternità è che quando ricordavo la mia infanzia pensavo al periodo più infelice della mia vita e l'ultima cosa che volevo era rivivere una medesima tristezza negli occhi di un altro bambino, soprattutto se fossero stati gli occhi di mio figlio.

Ma di questo racconterò un'altra volta, se ci sarà tempo (se ci sarà voglia).

Dopo cena, nella confortevole camera d'albergo, Annalisa era euforica e della sua decisione e per aver bevuto qualche qualche bicchiere di Lugana in più. Temevo il peggio. E infatti. 

In quindici anni di fidanzamento era la seconda volta che prendeva l'iniziativa. La prima fu quando, dopo due anni, le dissi che non ero convinto di noi due, ch'era meglio prendersi una pausa. La secondo fu quella sera, quando sentii le sue mani scivolarmi addosso come acqua di lago: le dissi che avevo bisogno di una doccia.

venerdì 16 giugno 2017

Incomprensioni

Ho deciso di lasciare da parte tutte le incomprensioni, casomai fruttassero come i buoni postali, con tassa agevolata al 12,50% e garantiti dallo Stato. Ho in vista diventare chiaro, limpido, trasparente come un paio di lenti appena uscite dall'officina Galileo, precise, potenti, che permettono di contare tutti i buchi della luna, e riempirli, con le incomprensioni rimaste nel portafoglio. Anche dietro, dark side of the moon, là dove tignola e ruggine non hanno speranza di attecchire.

Io le avevo spiegato come stavano le cose e l'intenzione che avevo di procedere, piano, quindici anni di fidanzamento sembrano troppi, ma non c'è mai fine al conoscersi, si cambia in continuazione, in capo a pochi anni ogni cellula del nostro corpo è rinnovata e, sebbene abbiano conservato le stesse istruzioni scritte nel genoma per riproporsi com'erano prima, le cellule sono via via più attente a non lasciarsi trascinare in patimenti inutili, giocano di conserva,  se ne fottono - e se lei non ha capito, capirà e sennò pazienza, io ce l'ho messa tutta per essere chiaro, limpido, trasparente come uno specchio della Rinascente sul quale milioni di donne in capo a un anno lasciano la loro immagine riflessa e catturata da apposite società di marketing che, sulla base di algoritmi specifici, determinano usanze e costumi della stagione successiva.

Il lavoro, ecco: tutta colpa del lavoro. Viaggiare sulle petroliere porta via tempo, di porto in porto, molto al largo, passando talvolta dagli stretti. Quanta pace a bordo, però. Quanto tempo per pensare, scrivere, far di conto. Quindici anni, tre lustri, vedersi ogni tot mesi, felici di stare insieme dopo tanto, fare questo e fare quello, di nuovo separarsi, rattristarsi, eppure, dopo, dopo un tot di mesi, ritrovarsi e via daccapo.
[...]


mercoledì 31 maggio 2017

Il sogno di Giovanni (intermezzo)

A volte sogno di separare me stesso e dispormi su tre piani, scombinandoli, come il corpo di una valletta che un prestigiatore ha appena fatto a pezzi con lame misteriose: e prendo una scatola, quella coi piedi, e la incammino verso Santiago per scoprire se c'è davvero un rapporto tra i chilometri e la fede, e pure se Dio cammina con le scarpe da ginnastica e di quale marca (anima sana in corpore sano?)

Successivamente, prenderei la scatola del centro, quella della vita impropria, nel senso della vita dei pantaloni, o dei bassi desideri dell'impero del peccato: una scatola bandita come primo premio al tavolo del mercante in fiera. Sotto di me il lattante in attesa della balia.

Infine la scatola del giudizio, quella del cervello in una vasca idromassaggio a pensare se vale la pena pensare e darne le risultanze, ad esempio: in questa forma; oppure rinunciarvi, andare in automatico, compiere gesti perché è naturale compierli, come se ci fossero ordinati da una autorità superiore...

mercoledì 23 novembre 2016

Brodo di giuggiole (4)

4

Fu un parto faticoso. Faticoso più che doloroso, il dolore – anche se tremendo – limitato (!) soprattutto alla fase espulsiva; non riusciva bene a spingere, affatto, tanto che l'ostetrica a un certo punto assunse un tono perentorio, sgridandola, che si desse da fare se non voleva che il nascituro patisse.
Ma lei era sola con degli sconosciuti in quella sala parto di un piccolo ospedale di provincia. Lui non c'era, l'aveva detto, ok, ma fino all'ultimo aveva sperato nella sua presenza. Niente. E che lui ci fosse, per lei, era più importante dell'evento stesso della nascita della sua prima figlia. Non pensava alla bambina, infatti, non provava affatto a immaginarsela, a vederne i lineamenti, a presagire l'effetto di averla in braccio. Anche di come chiamarla non aveva idea, non ci aveva mai pensato.
E adesso che quella creatura era lì addosso a lei, lei non aveva più neanche la forza di un sorriso. Avrebbe voluto soltanto dormire, dormire, morire forse.


L'indomani, quando lui si presentò, non manifestò alcuna sorta di pentimento o rammarico per la situazione. Freddamente, si accertò che lei e la bimba stessero bene, si fece dare i fogli per andare a registrare la neonata e, soltanto dopo dieci passi fatti verso l'uscita, ritornò da lei e chiese: «Come la chiamiamo?»