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martedì 21 marzo 2023

Ecco Come

 






Ed eccolo qua, il Come pubblicato. 
Ho avuto la fortuna che il Come sia stato letto in anteprima da Fabio Pusterla, gran poeta, letterato, ex direttore editoriale della collana “poesia” della Marcos  y Marcos  (e per questo gli inviai una copia). Egli mi disse, appunto, che non svolgeva più tale compito, mi spiegò inoltre le complicazioni del pubblicare poesia oggi (ci sono libri di poesie programmati per i prossimi due anni) e - a parte questo - egli mi scrisse quanto sopra. Beninteso, a lui ho chiesto l'autorizzazione (concessa) di inserire, come presentazione, la sue parole. Ogni poeta ha sempre bisogno del sostegno di un Virgilio...


Insomma, ecco qua Come a primavera.

Libretto rosso Mio, non di Mao.
È bello come volevo che fosse. È una bella cosa averlo tra le mani. È bello anche leggerlo, se vi piace leggere poesia. È un punto di approdo e di partenza. È cosa fatta, capo ha.

L'editore ha messo un prezzo (10 euro) per mandarlo in circolazione tramite distributore, con tanto di codice isbn eccetera (mi è stato detto che tra domani e dopodomani sarà ordinabile nelle librerie).
A chi passa di qua, se preferisce averlo da me, lo dica, glielo invio¹.  A quanto? Giudicate voi il valore, con un libero apprezzamento (da considerarsi non un ammortamento, bensì un ravvivamento).

Non voglio farla lunga. I ringraziamenti sono nel libro. Ad essi, aggiungo quelli al governo Conte, al governo Draghi, a Mattarella, al PD, alla triade sindacale, alla fede nella Scïenza, a tutte le forze dell'ostacolo contro l'individuo che indietro o dentro il gregge no, cazzo no, non vuol tornar.

Baci.

_______________
[¹] A coloro che avevano, bontà loro, inviato un contributo sulla fiducia, l'ho già spedito.


domenica 25 dicembre 2022

Sotto l'albero

Ho raccolto un certo numero di poesie che avevano qualcosa in comune; e questo qualcosa in comune è il titolo del libro, Come. Per il momento è solo in formato pdf e potrebbe restare anche così. 
L'idea è nata la scorsa estate e le motivazioni le trovate scritte là, nell'ultima di copertina.
L'ho inviato tal quale ad alcuni editori, più o meno una decina. Hanno risposto in quattro, due dicendo che mi diranno, l'altro che non sono interessati, un altro ancora con 

Stimato Autore,

dopo attento vaglio e sulla scorta del parere finale del Direttore editoriale, il Suo lavoro appare di assoluto interesse e quindi degno di essere inserito nel nostro Catalogo, il più premiato d’Italia e punto di riferimento. I punti salienti della proposta, che possiamo formalizzare con un regolare Contratto di Edizione, sono...

A ciò segue le modalità di contratto nelle quali, in sintesi, mi si chiede di pagare un migliaio di euro per avere cento copie con l'introduzione scritta dal loro direttore editoriale e con una distribuzione capillare in tutt'Italia.

Se non avessero scritto “stimato” e se al posto di Autore mi avessero chiamato per nome, forse avrei abboccato accettato.
Nondimeno, mi hanno dato un'idea dei costi e così sono andato da un editore locale, il quale mi ha detto che lo stesso tipo di distribuzione potrebbe farla lui, con un budget analogo, con una cura tipografica di qualità (a partire dalla rilegatura) e con un numero di copie assai maggiore (e il prezzo lo deciderei io).

L'idea della carta, confesso, mi attrae e forse cederò alla tentazione. Vedremo. 

Intanto ecco qua, linkata nuovamente, la mia tardiva opera prima.

Qualora vi piacesse avere il formato libro vero e proprio e vi garbasse contribuire alle spese di stampa, accetto volentieri libera donazione. Sarete tra i primi a riceverlo per posta e senza spese di spedizione appena stampato esso sarà.

Buon Natale.

venerdì 16 agosto 2019

Sedici agosto


Carlo Bordini, I costruttori di vulcani, poesie 1975-2010, Luca Sossella editore, Roma 2010

domenica 3 febbraio 2019

Come fare poesia?

Si chiede Fabio Galli (editorialista del Gruppo Alfabeta 2). Lui dà la sua risposta (che non linko, è su facebook), e anch'io provo a dire la mia, in dieci punti:

1. andando a capo ogni tanto;
2. guardandosi allo specchio e non vedersi.
3. con l’impressione di comunicare (farsi mangiare: sacramento!);
4. respirando (la polvere dell’auto che ti porta via);
5. con brevità e sospensione;
6. andare in vacanza nel luogo comune, per es. Pisa, e fare una foto facendo finta di sostenere la Torre e vergognarsene;
7. da innamorati o da incazzati a mente fredda;
8. con urgenza e l’intestino libero;
9. con la presunzione che saremo in due a leggerla
10. applaudendo con una mano sola.

lunedì 31 dicembre 2018

Miss Italia 2018

Di seguito, volentieri ricopio la più bella poesia che ho letto quest'anno.

La luce sulle tempie

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l'abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d'amore: “adesso”.

Milo De Angelis, Somiglianze (1976), in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2017

domenica 8 aprile 2018

La vita ininterrotta

Mark Strand, L'inizio di una sedia, Donzelli, Roma 1999 (traduzione di Damiano Abeni)

Ci sono poesie che trascinano in un vortice di appartenenza, di autentico coinvolgimento esistenziale, dacché decifrano il mistero buffo della vita che scorre senz'altra prospettiva che lo scorrere, tutta presa com'è, la vita, nel quotidiano asservimento dei bisogni primari e dei desideri a contorno degli stessi, dove tutto sembra fissato in un eterno presente, mai presente a se stesso.
«Stare a galla sulla marea del dovere» è un dovere, altrimenti non saremmo capaci di fingere niente, non sarebbe possibile raccontarci storie, o rassicurarci nello «sporadico spavento di scivolar»[e] via dalla vita «senza aver finito nulla, nulla che provi sia[mo] esistiti».
Poesie che testimoniano quanto sia importante continuare a cercare qualcosa che abbiamo perso e che avrebbe potuto essere nostro, non tanto per farci credere che questo sia vero, quanto per non spegnere in noi la sete della ricerca.
Poesie che ci suggeriscono gesti, movenze da compiere per ricondurci alla terra come esseri coscienti e non come corpi da seppellire e basta, perché se c'è una ragione per dire che è stato una «fortuna massima essere nati», essa va trovata nel mondo, l'unico posto in cui i nostri «minuscoli fremiti d'amore» potranno essere riconosciuti, fare massa, toccare terra.

sabato 16 settembre 2017

Sensazioni

Quando la sera zittisce i colori e fuori restano a parlare soltanto le stelle e i lampioni, penso a Rimbaud e mi gratto l'areola del capezzolo sinistro, un non so quale insetto deve avermi punto, spero una zanzara a chilometro zero. Ho freddo ai piedi: fammi mettere un bel paio di calzini di spugna, bianchi, da tennis, di quelli che le donne in coro aborriscono, senza una ragione specifica ma per mimetismo di genere. E vabbè, vado a farmi uno shampoo: adoro la sensazione dell'acqua calda giusta che mi percorre la nuca. Nel mentre, non parlerò, non penserò a nulla in attesa che un amore finito mi salti addosso, altroché nell'anima. E starò in casa, al calduccio, come pantofolaio davanti alla tv.

giovedì 31 agosto 2017

Memorie prima della tomba

Death

Going to sleep, I cross my hands on my chest.
They will place my hands like this.                
It will look as though I am flyng into myself.  

[Prima di addormentarmi, io incrocio le mani sul petto.
 È così che disporranno le mie mani.
Sembrerà come se io volassi dentro me stesso.]

Saint Geraud, 1968, in AA.VV. Giovani poeti americani, Einaudi, Torino 1973, a cura di G. Menarini.

§§§

Generalmente, io, prima di addormentarmi, incrocio le mani sul [omissis].
Vorrei che le disponessero così, al momento.
Sembrerà come se io volassi, pubblicamente, fuori me stesso.

Da qualche parte l'anima dovrà pur uscire.

venerdì 26 febbraio 2016

Poesia mia cara

Ho fatto morire la poesia, ho impedito che continuasse a rappresentarmi; sicché si è lasciata spegnere, consumare fino a perdere ogni voglia di andare a capo. Sono state le frasi i mandanti, non ci stavano più dentro la costrizione del verso, settenario o endecasillabo che fosse, ma anche verso libero, libero non ho mai capito da che cosa. Tuttavia, essendo eterea per definizione, e nonostante la conclamata corporeità del verso, ho lasciato la poesia disseppellita, a cielo aperto, tanto non puzza, non si decompone né marcisce, persino nelle discariche gabbiani e cornacchie la scansano, non sanno che farsene, non ha niente attaccato all'osso, punta ciccia, brandelli di senso forse, tutti volti a chiamare un po' d'amore, a tettarlo come se non ci fosse stato svezzamento ad aver messo fine alla beatitudine.

Poesia, mia cara estinta, come sei bellina così composta, rassegnata, le mani in grembo quasi a ricordare i tempi belli in cui a ogni rima ben fatta corrispondeva un muovere altrettanto ben fatto della mano (sempre dalle parti del grembo). Poi, a poco a poco, mi abbandonasti, decidesti che non ero più affidabile, che la voce s'era fatta troppo prosaica, quasi greve, a tratti maledicente. Chi in sé conserva un alone di purezza, prima o poi si stufa del chiacchiericcio quotidiano, della pretesa di almanaccare il presente con note dedicate all'insignificanza.

Dunque, ciao (non addio: gli anni, si sa, potrebbero riservare delle sorprese), ti lascio sospesa sulla superficie in cui ti ho seminato, contento e molto di non dovermi occupare della tua imbalsamazione.

lunedì 20 ottobre 2014

Vana chiarità d'idea


Andrea Zanzotto, Vocativo
Quando vedo la foto di Andrea Zanzotto ridente, sul Meridiano, vedo mio padre, mio nonno, mio zio e mio nipote; vedo una faccia alla quale arbitrariamente mi apparento, che eredito e cullo per accompagnare di tanto in tanto i giorni frenati di parole.
Tutte le cose intorno mi precorrono nell'esistere, nel mutevole assestarsi delle stagioni. E il linguaggio —  balbo parlare montaliano — non riesce a star dietro a questa avanzata. Figuriamoci il corpo e il desiderio come arrancano per arrivare nel luogo in cui «tutto è ricco e perduto / morto e insorgente». Non resta che trovar riparo e luce nella propria «vana chiarità d'idea». 
Sempre che abbia un'idea, perdipiù chiara.


domenica 8 giugno 2014

Digitando poesia seminudo

Bukowski

Ho praticamente smesso di scrivere poesia perché m'affatica uscire da me stesso in versi, come se dovessi portarmi sulla china dell'essere – e una volta in cima rotolare giù, macigno di Sisifo.

Non posso più ripetere l'esercizio, cercare la virtù nel vizio. Quindi resto a terra e accetto la caduta nel tempo (disse un Cioran in guerra con le disposizioni del Creatore).

La poesia sfiora le cose in apparenza, ma invero i suoi raggi penetrano l'essenza delle cose (intanto sul prato uno scarafaggio mi percorre con estrema competenza).

Sempre sul prato: seduto tra campanule, fiordalisi e rari papaveri mi diletto a sfiorare petali in arpeggio: ne esce fuori la tua voce, al telefono.


Se questo incanto non lo traduco in versi è perché non voglio andare troppe volte a capo. Di più: vorrei trasformarlo in una semiretta, una volta capito da quale punto farla partire.

(Penso di averlo capito, anche se, in realtà, il punto sono due punti che si trasforma in uno).

mercoledì 14 maggio 2014

Lumeggiare



Vi ho visto passare il riflesso di una luce che legge più di quanto abbia scritto - scriverò.
Le dita a fatica compongono senza fiato un dire dimezzato.
Dita che non sanno scrivere il silenzio, un silenzio più lungo di una tesi (comprese le note a margine).
Perfino il respiro si compone male a parole; i gesti, poi, figuriamoci.
Allora basta accostarsi, piano, porgere orecchio, farsi concavo più che si può, ricevere: difficile arte.
Benevolenza: ecco ho trovato la parola giusta che mi toglie d'impaccio, ma non ero in impaccio.
Era un abbraccio. Lo è anche ora, qui.

domenica 19 gennaio 2014

Sprache: italienisch


Ho scoperto, tramite Giuseppe Martella, che Patrizia Cavalli ha un blog.
In esso, v'è una strofa di poesia, che è riportata per intero e che lei legge, qui - ed è una meraviglia.

La giornata atlantica

Quando col mio giudizio mi dispongo
alla tiepida pace di ogni giorno,
ai pomeriggi docili, al sonno largo
e naturale, non più nemica al clima
che anzi fermo e uguale mi carezza
- si schiude il grumo delle voci e mi fa entrare
e mi corteggiano gli odori delle strade
e mi concedo agli angoli alle piazze
ai visi di vecchi e di ragazze, e innamorata
casta trovo ogni scusa per poter restare -
improvvisa ritorna la giornata atlantica.
La luce alta, i suoni alti della luce
e si apre la distanza. Basta quel luccichio
di latte alle persiane, quelle fessure d'ombra
dense e profonde, l'abbaglio di frescura,
lo sventolio dei rami dai balconi,
ecco l'estate e il cielo si fa mare.
La città si solleva e veleggiando oscilla
mossa dalle brezze. Chiamati dalle altezze
senza ancoraggio o pesi i miei sensi
non più raccolti ma vagabondi sciolti
soli e assoluti si perdono nell'aria
e a casa mandano notizie di terrore.
Notizie: mentre in casa ogni oggetto
ritrova il suo cassetto il suo scaffale
io divento a me stessa marginale.
La mia materia evapora.
L'isola scura e densa mi riappare.
Quella sostanza spessa, promessa di rimedio,
fammi entrare. Riportami al mio limite
circondami, con le carezze segna i miei contorni,
col peso del tuo corpo dammi corpo.
Ma è il rimedio che produce il male.

mercoledì 13 novembre 2013

La morte in una sillaba

«Se morto di novembre sarò»

Sillaba

L'esperienza di morte
ci rimpicciolisce: di molto?
o come stoffa nuova
lavata per la prima volta?

È dunque meglio dirla
con tuo parlar materno
la mort, pallida sillaba
(francese di Montaigne).


Grammatica, si può vivere senza?
«Et tous deux s'avouèrent qu'ils étaient las des philosophes. Tant de systèmes vous embrouillent. 
La métaphysique ne sert à rien. On peut vivre sans elle.» (Bouvard et Pécuchet, cap. VIII)

Un poco di grammatica fa bene
due gocce al dì in un bicchiere d'acqua:
osservare le feci quando evacui
perché la lingua ha in sé un suo veleno;

di grammatica un poco fa più belli:
è deposito fossile di stile
cioè dell'espressione: né pallida et umìle
serva né passe-partout per stenterelli;

di grammatica un poco fa più belli
lo dice il prete il politico l'oste
il lapicida i pittator di croste
lo dice un santo: san Giovanni Orelli.

***

Due giorni fa, è morto Giovanni Orelli, nato a Bedretto (Canton Ticino) nel 1928 (scrivo la data di nascita per pedanteria in quanto il link ove ho appreso notizia riporta data errata). 
Un po' di anni fa, in un periodo di irrequietezza mia generale, pensai di costruire sulla sua produzione poetica una proposta di dottorato da presentare a un'università elvetica; poi non ne feci niente perché le competenze mie d'italianistica sono poco professionali, altresì non ho titoli di studio d'uopo e quindi niente.
Le due poesie trascritte, compresa l'epigrafe (da Se), sono tratte da Un eterno imperfetto, Garzanti, Milano 2006.
Questa che segue, invece, è tratta da Né timo né maggiorana, Marcos y Marcos, Milano 1995

***

Dimenticatemi, figli, come io ho dimenticato mio padre.
Trascuratemi come io ho trascurato mia madre.
Colui che visto fu picchiare il padre
rispose che era nella tradizione della casa.

Il padre aveva così picchiato il nonno e il nonno
il bisnonno; poi, mostrando il figlio,
costui, disse, picchierà me quando sarà negli anni
che ora ho. O al modo degli indiani, senza batter ciglio,

(metaforicamente) mangiatemi! seppellitemi tra le vostre piume.
Gli indiani hanno in orrore di bruciare il padre
o darlo in cena, sotto terra, a squadre

di vermi. Farmi mummificare? aggiungere al numero
dei rattrappiti nella cripta di Palermo
mentre l'anima sverna a Buchenwald-Inferno?

***
La poesia italiana del Novecento è, oramai, quasi tutta dentro un reliquiario. 

martedì 2 aprile 2013

Il mondo non merita più poesia

*
«Un poète mort n’écrit plus. D’où l’importance de rester vivant», prévenait Michel Houellebecq dans son premier livre, simplement titré Rester vivant, publié en 1991. Plus de vingt ans et cinq romans plus tard, tous traduits dans le monde entier, où il est d’assez loin l’écrivain français - vivant donc - le plus connu, Michel Houellebecq sort du silence et de l’exil volontaire quelques jours avant la parution de son nouveau recueil de poésie,...
Pensavo. Sono morti negli ultimi anni (rammento in ordine sparso) Zanzotto, Raboni, Giudici, Pagliarani, Sanguineti, Roversi - e tutti insieme costoro non sono valsi, nel momento della loro morte, un 5% dello spazio dedicato a (per es.) Franco Califano.

Houellebecq ha, dunque, perfettamente ragione.  «Un poeta morto non scrive più. Donde l'importanza di restare vivi». Di più: i poeti, oramai da decenni, non richiamano l'attenzione neanche quando muoiono, se quella non dei familiari, amici e conoscenti - uno sparuto milieu insomma.
Se non sbaglio, l'ultimo poeta italiano ad avere un qualche spessore politico-sociale, per il fatto esclusivo di essere un poeta, è stato Eugenio Montale (che fu persino senatore).
Oggi, a parte Licio Gelli, conoscete qualche poeta che potrebbe aspirare a tale carica?
Visto che usufruisce della legge Bacchelli, perché non fare senatore a vita Guido Ceronetti? Così, per fargli un dispetto (anche perché la sua poesia è ostica, per non dire bruttina).

Peccato che ancora non si possa leggere (gratis) l'intervista a Houellebecq, del quale tra poco apparirà, per i tipi di Flammarion, la sua ultima raccolta poetica, Configuration du dernier rivage.
Comunque, la dichiarazione dello scrittore francese («Il mondo non è più degno della poesia»), mi trova molto d'accordo. Per parte mia, credo che la principale ragione dell'indegnità mondana sia dovuta al fatto che la poesia, per sua stessa natura, abbia una modalità espressiva che poco si confà al mercantilismo; da un lato perché i memi di tale arte non sono addomesticabili dai moderni media (anche da un punto di vista pubblicitario, è rarissimo che la poesia venga usata al posto di un jingle); dall'altro, perché i memi poetici mal sopportano la ripetizione estenuante e invasiva, la diffusione in ogni luogo e in ogni lago* che bombarda la mente umana a tappeto.

La poesia non è mai stata così marginale nella storia dell'uomo come nella nostra epoca.

*Ecco come funzionano le canzonette: mi è venuto prima in mente un passaggio di una canzone di un giovane che ha fatto Amici (non mi ricordo il nome, già qualcosa), che un verso di uno dei poeti sopracitati. 

giovedì 21 marzo 2013

Giornata mondiale della poesia

Irina Shayk
Oggi è stata una giornata particolarmente densa di avvenimenti di politica interna e internazionale, ma io conservo intatta la mia morigeratezza, il mio senso del limite.

P.S.
Ah, volevo giusto dirvi che Ocalan ha scritto dal carcere al proprio popolo (i curdi), affinché facciano tacere le armi e far parlare la politica e che Obama, in visita a Ramallah, ha detto che i palestinesi meritano un proprio Stato.
Conoscete per caso qualche politico italiano il cui cognome inizia per O, a parte Occhetto? 

domenica 2 settembre 2012

L'obbligo del poeta

«Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene. Essendo in minoranza, non ha altra scelta. Venendo meno a questo dovere, scivola nell'oblio. La società, d'altra, parte, non ha alcun obbligo verso il poeta. La società, maggioranza per definizione, presume di avere altre opzioni che non leggere versi, per quanto ben scritti. Ma se trascura di leggere versi rischia di scivolare a quel livello di eloquio al quale una società diventa facile preda di un demagogo o di un tiranno. Questo è, per la società, l'equivalente dell'oblio: un tiranno, naturalmente, può tentare di salvare i propri sudditi da questo pericolo con qualche spettacolare bagno di sangue.»

Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, Adelphi, Milano 1987 (traduzione di Gilberto Forti).

Occidente: spettacolari bagni di sangue, tipo Siria almeno, non sembrano in vista. Tiranni ve ne sono? No, o forse sì, ma di diversa specie, dato che sono eletti democraticamente o, peggio, incaricati per salvare nazioni dal baratro economico finanziario (facendo riforme in favore del popolo, nevvero... no, non è vero). E dunque, nella nostra ora presente, cosa vuol dire per il poeta scrivere bene, pena la caduta nell'oblio? Per me, per il poeta scrivere bene significa scrivere male della società in cui vive, raccontarne le contraddizioni, le mancanze, le storture, le pene - e, insieme, quei piccoli margini di gioia strappata alla perdurante stupidità del mondo ch'egli ha la fortuna di catturare con la sua rete di parole.
Il paradosso è che più il poeta vive in una condizione di disagio e di dolore (per capirsi: non è culo a mollo nell'acqua tiepida  nella piscina idromassaggio di un potente di turno), più riesce a scrivere bene, scrivendo male di quello che lo circonda. Per tornare alla Siria: è più facile che un verso scritto a Damasco o ad Aleppo in questi giorni sia scritto bene, che milioni di versi scritti in tutta Europa e nell'America del Nord (non voglio, con questo, santificare la poesia di guerra o della miseria: mi chiedo solo se oggi un poeta tedesco di Stoccarda, con il suo impiego presso un ente pubblico o una grande industria, possa scrivere un verso, anche uno solo, significativo come uno di Brecht o di Celan. Può? No, non può).
Al poeta d'occidente, dunque, per scrivere bene, non resta che sputare nel piatto dove mangia, per far vedere al pubblico dei suoi lettori che la pietanza è avvelenata. Un verso, per essere ricordato, deve andare attraverso: non può essere deglutito facilmente come fosse acqua fresca.
Se la poesia infastidisce la società («maggioranza per definizione») ha assolto il suo obbligo: ha scritto bene, abbastanza perlomeno per non tesserne le lodi.

venerdì 27 luglio 2012

Non voglio essere un'anima in pena

Altra poesia. Scovata stamani in rete, qui. È della famosa antropologa Margaret Mead. M'è sembrata bella, ma non avevo testa di tradurla. L'ha fatto Francesca de iCalamari, secondo me mirabilmente.


Non voglio essere un’anima in pena
Che insegue le tue orme appena
Superano il punto dove mi hai lasciata
in piedi in mezzo all’erba alta,

Fai la tua strada, sentiti libera
Non ho bisogno di sapere dove vai
Non mi consuma la febbre d’essere certa
Che tu sia andata dove avrei voluto io,

Quelli che racchiudono il futuro tra
Due muri di pietre ben disposte
Tracciano sentieri spettrali per sé
Tristi percorsi per ossa polverose.

Quindi puoi andare senza alcun rimpianto
Via da questa terra conosciuta
Lasciando il tuo bacio sui miei capelli
E tutto il futuro nelle tue mani.


That I not be a restless ghost
Who haunts your footsteps as they pass
Beyond the point where you have left
Me standing in the new sprung grass,

You must be free to take a path
Whose end I feel no need to know,
No irking fever to be sure
You went where I would have you go,

Those who would fence the future in
Between two walls of well-laid stones
But lay a ghost walk for themselves,
A dreary walk for dusty bones.

So you can go without regret
Away from this familiar land,
Leaving your kiss upon my hair
And all the future in your hands.


lunedì 23 luglio 2012

Meglio Marzullo

«Sia il verso sardonico di Zeichen sia quello respirante di Anedda hanno uno statuto retorico debole: non sono insomma l'architrave del loro pensiero poetico. Da parte sua, Giampiero Neri [...] passa francamente alla prosa, seppure di rara icasticità e di chiara disposizione strofica».
Paolo Fabbroni, «Che si vede dietro lo “Specchio”», Domenica de Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2012.

Questo estratto, che si trova nella pagina Poesia del suddetto inserto culturale, mostra bene perché i libri di poesia di autori contemporanei hanno vendite così esigue. Infatti, ce lo vedete voi qualcuno che ama leggere poesia entrare in una libreria e dirigersi verso lo scaffale apposito tenendo conto delle indicazioni del recensore? 

- Mi scusi, cercavo il verso sardonico di Zeichen.
- No, guardi, ha sbagliato. Le guide turistiche della Sardegna si trovano vicino all'ingresso.

- Mi aiuta a cercare per favore il verso respirante di Anedda?
- Non credo sia qui: la meditazione yoga è al piano superiore.

- Bisogno di aiuto?
- Sì, cercavo la rara icasticità e la chiara disposizione strofica di Neri.
- Uhm, credo che dovremo ordinarlo: di solito non teniamo libri di medicina specialistica in scaffale.

Si badi che il linguaggio del Fabbroni (che non so chi sia, forse è pure un prof. ordinario di filologia romanza o di letteratura contemporanea) è di prassi in quasi tutte le recensioni, soprattutto in quelle che parlano di due, tre, quattro (o più) libri di poesia insieme.
Tali recensioni - se non è stato capito, è bene ripeterlo - fanno bene, economicamente, solo a chi le scrive. A proposito: qualcuno sa dirmi quanto paga Il Sole per questi articoli? Quanti €? Un migliaio? Non venitemi a dire che rosico, perché io tanto non scrivo per la Domenica del Sole e loro sì, chissene, non ho certe ambizioni di scrittura obbligata. Il punto è che peggio di una recensione letteraria di questo tipo c'è solo la recensione musicale di Christian Rocca (che ha una rubrica marginale - oramai è sotto contratto dai tempi del Riotta, che vo' fa' - chiamata Gommalacca); a proposito, conoscete mica qualcuno che è entrato in un negozio di dischi è ha comprato l'ultimo cd di... (non lo so chi, mica lo leggo Rocca).