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lunedì 24 maggio 2021

Per non soccombere alla follia oggettiva

La situazione politica, sociale, economica e culturale è tale che, per non lasciarsi prendere dallo scoramento, è necessario munirsi di microresistenze individuali, di allontanamenti, di distacchi, per riuscire a sopravvivere nella finzione di sentirsi liberi e indipendenti dalle forze dominanti, dalla burocratizzazione dell'assurdo, dalla sanitarizzazione del vivente, dalle facce di culo immutandate dei politici e dei giornalisti che declamano sui media vecchi e nuovi le loro gesta, la loro responsabilità, la loro tabella di marcia verso il marcio. Mi fanno tanto schifo, mi danno talmente uggia e fanno tanta rabbia che, anziché bestemmiare e sfanculare tutto il giorno per l'assurdità continua della situazione e di come essi ne approfittino per cercare legittimità e consenso, che - come sapete - corro.

Come scrive Adorno (Minima moralia, 128, secondo paragrafo) «[...] quando cominciai a riflettere, mi rese sempre felice la canzone che comincia con le parole "tra il mondo e la profonda, profonda valle": la storia delle due lepri che, mentre si sollazzano sull'erba, sono abbattute dal cacciatore, e, quando si rendono conto di essere ancora in vita, scappano via. Ma solo più tardi ho compreso il monito contenuto in quella storia: la ragione può resistere solo nella disperazione e nell'eccesso; occorre l'assurdo per non soccombere alla follia oggettiva. Bisognerebbe fare come le due lepri; quando cala il colpo, cadere follemente come morti, raccogliersi e riprendere coscienza, e, se si è ancora in grado di respirare, scappare a tutta forza. La forza dell'angoscia e della felicità sono la stessa cosa: la stessa apertura illimitata - intensificata fino al sacrificio di sé - all'esperienza, in cui il soccombente si ritrova. Che cosa sarebbe una felicità che non si commisurasse all'incommensurabile tristezza di ciò che è? Il corso del mondo è sconvolto. Chi vi si adatta con prudenza, si rende partecipe della follia, mentre solo l'eccentrico sarebbe in grado di resistere e di imporre un alt all'assurdo. Egli solo potrebbe capacitarsi dell'apparenza del male, dell'irrealtà della disperazione, e rendersi conto, non solo di vivere ancora, ma dell'esserci ancora vita. L'astuzia delle lepri impotenti riscatta - con le lepri - anche il cacciatore, a cui invola la sua colpa».

a duecento metri dall'arrivo della 24


venerdì 16 ottobre 2015

Rebus

« Perché, nonostante la tendenza storica all’oligarchia, i lavoratori sappiano sempre meno di esserlo, è forse possibile arguire da varie osservazioni. Mentre, oggettivamente, il rapporto dei proprietari e dei produttori all’apparato produttivo si consolida e diventa sempre più rigido, la soggettiva appartenenza di classe diventa sempre più fluttuante. Questo processo è favorito dall’evoluzione economica stessa. La composizione organica del capitale esige, come è stato spesso constatato, il controllo di dirigenti tecnici piuttosto che quello dei proprietari. Questi erano, per cosi dire, la controparte del lavoro vivo, mentre quelli corrispondono alla quota delle macchine nel capitale. Ma la quantificazione dei processi tecnici, la loro suddivisione in minuscole operazioni, largamente indipendenti dalla cultura e dall’esperienza, fa della competenza dei nuovi dirigenti - in larga misura - una pura illusione, dietro la quale si nasconde il privilegio dell’ammissione. Il fatto che lo sviluppo tecnico ha raggiunto una fase che consentirebbe letteralmente a tutti di esercitare tutte le funzioni, questo elemento potenzialmente socialista del progresso è sottoposto, nel tardo industrialismo, a un travestimento ideologico. L’accesso all’èlite sembra aperto ad ognuno. Si attende solo la cooptazione. La qualifica consiste nell’affinità, dall’adesione libidinosa al mestiere, attraverso un sano spirito tecnocratico, fino ad un’allegra Realpolitik. Esperti, si, ma esperti solo del controllo. Il fatto che tutti potrebbero diventarlo, non ha condotto alla loro fine, ma alla possibilità - per ognuno - di essere chiamato. Viene preferito chi si adatta meglio. Certo, gli eletti restano un’infima minoranza, ma la possibilità strutturale basta a mantenere con successo l’apparenza di una chance uguale nel sistema che ha eliminato la libera concorrenza, che viveva proprio di quell’apparenza. Il fatto che le forze tecniche consentirebbero lo stato senza privilegi, è considerato tendenzialmente da tutti, anche da quelli che sono in ombra, come un argomento a favore dei rapporti sociali che ne impediscono l’avvento. In generale, la soggettiva appartenenza di classe dimostra oggi una mobilità che fa dimenticare la rigidezza dell’ordine economico: ciò che è rigido è sempre, nello stesso tempo, ciò che si può spostare. Anche l’impotenza del singolo a prevedere il proprio destino economico contribuisce a questa consolante mobilità. Della caduta non decide l’inabilità, ma una struttura gerarchica impenetrabile, in cui nessuno, forse neppure le somme sommità, può sentirsi sicuro: uguaglianza sotto la minaccia. Quando, nel film di successo dell’anno, l’eroico capitano-pilota torna per farsi tormentare come drugstore jerk da caricature di piccoli borghesi, non soddisfa soltanto l’inconsapevole malignità degli spettatori, ma li conferma nella coscienza che tutti gli uomini sono veramente fratelli. L’estrema ingiustizia diventa la falsa immagine della giustizia: la degradazione degli uomini il simbolo della loro uguaglianza. Ma i sociologi si trovano di fronte alla questione ferocemente comica: dov’è il proletariato? »

T.W. Adorno, Minima moralia, (124.), Einaudi editore, Torino 1954

Il brano sopra riportato è posto in diretta continuazio [continuazione]

Update, sabato 17 ottobre
Ieri sera ho lasciato a metà la frase suddetta: chiedo venia. Sono crollato dal sonno. L'artigianato bloggheristico non prevede caporali che ti alzino a forza le palpebre. Insomma: il brano di Adorno - come ha ben commentato sotto Lo Zittito - «parla di noi». I lavoratori - per esteso: i proletari - sanno sempre meno di esserlo. Quello che, secondo il curatore o il traduttore einaudiano dell'opera adorniana annotava alla parola “proletariato” - «È chiaro che l'Autore pensa soprattutto alla società americana» - vale per società globale tout court.
In seguito, se avrò voglia, in un post successivo cercherò di commentare il brano frase per frase.

giovedì 11 dicembre 2014

Sancta simplicitas

«Quando vide la vecchierella trasportare a fatica fino al rogo il suo fascio di legna, [Jan] Hus esclamò: “Sancta simplicitas”. Ma che cosa bisogna dire della ragione del suo sacrificio, la comunione sotto entrambe le specie? Ogni riflessione appare ingenua di fronte alla riflessione più alta, e nulla è semplice, perché tutto diventa semplice nella prospettiva sconsolata dell'oblio.»
T.H. Adorno, Minima moralia, (122.), Einaudi, Torino 1954

Sere fredde, brucio legna, le stufe hanno fame. Sovente m'incanto a guardare l'accartocciarsi veloce dei ramoscelli di abete, il crepitio del pioppo e dell'ontano, il luccichio del carpino, lo scoppiettare del castagno, il resistere incandescente del cerro. Chissà come sarebbero carne e ossa del mio corpo là dentro, a consumarsi, diventare cenere.
Ma non ho freddo sino a questo punto.

No, niente meditazioni sulla cremazione, la crema dei popoli.

Ancora giorni davanti per specchiarsi e ricordarsi. In vita. E poi toccarsi, essere toccati, riscaldati «perché tutto diventa semplice nella prospettiva sconsolata dell'oblio».

mercoledì 1 ottobre 2014

Cacio vinto non si rigioca


«Nella Scuola di cristianesimo e in Per una prova di se stesso, raccomandata ai contemporanei [di Kierkegaard], si parla ancora del sussistente, con un rispetto che di buon grado vorrebbe dare a Cesare ciò che è di Cesare, perché in verità un Cesare esiste per essa altrettanto poco quanto il possesso. Negli ultimi saggi invece, il concetto del sussistente acquista la sua vera forza, comprendendo in sé il vero e proprio stato di cose nella società: “D'altra parte, non è forse vero che ogni ragazzo, in questa nostra età così piena d'intelligenza, capisce facilmente che, nel volgere di poche generazioni, la fede che la luna sia una forma di cacio potrebbe divenire (almeno secondo la statistica) la religione dominante in Danimarca, se allo stato venisse l'idea di diffonderla come tale e a questo scopo decretasse di pagare mille stipendi per impiegati con famiglia e di assicurar loro rapida carriera, e se esso perseverasse in questo suo divisamento?”
Il rapporto tra Chiesa e Stato sta per lui in primo piano. Ma il suo attacco lo porta abbastanza lontano da fargli intravedere questo rapporto nel suo fondamento sociale: “Naturalmente ciò costa denaro, perché senza denaro non si ottiene nulla in questo mondo, neppure una garanzia per la vita eterna in un altro mondo; no, senza denaro non si ottiene nulla in questo mondo».
Theodor W. Adorno, Kierkegaard, Longanesi, Milano 1962

La fede che il Tfr sia una forma di cacio potrebbe divenire (almeno secondo la statistica) la religione dominante in Italia.

sabato 9 novembre 2013

Non si dà vera vita nella falsa

«Fa parte della mia fortuna - scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza - non possedere una casa”». E oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria. Questo dice qualcosa del difficile rapporto in cui il singolo si trova con la propria proprietà, finché possiede ancora qualcosa. L'arte dovrebbe esprimere e mettere in evidenza proprio questo: che la proprietà privata non ci appartiene più, nel senso che la quantità di beni di consumo è potenzialmente diventata così grande che nessun individuo ha più il diritto di attaccarsi al principio della sua limitazione; ma che si deve possedere qualcosa se non si vuol cadere in quello stato di dipendenza e di bisogno che torna a vantaggio della cieca persistenza del rapporto di possesso. Ma la tesi di questo paradosso conduce alla distruzione, ad una fredda insensibilità per le cose, che non può non rivolgersi anche contro gli uomini, e l'antitesi è - nell'istante stesso in cui è formulata - un'ideologia per coloro che, con cattiva coscienza, vogliono conservare il proprio. Non si dà vera vita nella falsa.». Theodor W. Adorno, “Asilo per senzatetto”, in Minima moralia, Einaudi, Torino 1954

Nessun individuo ha il diritto di attaccarsi al principio della decrescita se prima non dimostra, coi fatti, di decrescere lui stesso, disfacendosi delle cose che lo hanno fatto crescere o in cui è cresciuto, la casa per esempio, ma non solo: egli deve privarsi di tutta la sua proprietà privata, restare praticamente “nudo” per contrastare, nel suo piccolo, la sovrapproduzione. Dalla riduzione dei consumi e degli sprechi all'ascesi il passo è breve: in ogni decrescitore si nasconde un discepolo di Schopenhauer, una persona che vuole ridurre in toto le dipendenze dal superfluo e quindi concentrarsi soltanto sulla propria vita per nolere, il contrario di volere. E una volta liberi dal bisogno e dal desiderio di crescere, a Nirvana pressoché raggiunto, mettersi buoni buoni a far la fila all'Apple Store.

martedì 25 dicembre 2012

Scrittura come abitazione


«Lo scrittore si dispone nel proprio testo come a casa propria. Come crea disordine e confusione con i fogli, i libri, le matite e le cartelle che si porta dietro da una stanza all'altra, così fa anche, in un certo modo, coi suoi pensieri. Essi diventano, per lui, come mobili o suppellettili domestiche, su cui prende posto, si sente a proprio agio o, viceversa, va su tutte le furie. Li carezza delicatamente, li consuma, li mette a soqquadro, li sposta, li rovina. Per chi non ha più patria, anche e proprio lo scrivere può diventare una sorta di abitazione. E così facendo anche lui, come a suo tempo la famiglia, non può fare a meno di produrre rifiuti e scarti. Ma non ha più un ripostiglio dove metterli, e, in generale, è difficile separarsi dagli avanzi e dalle scorie. Così spinge i rimasugli davanti a sé e finisce per correre il rischio di riempire di essi le sue pagine. L'esigenza di indurirsi e di non indulgere alla pietà di se stessi comprende in sé anche quella più tecnica di prevenire, con estrema cura, le cadute della tensione intellettuale e di eliminare tutto ciò che si viene a formare come un'incrostazione nel lavoro in corso, che continua a girare a vuoto, e che forse, in uno stato antecedente, contribuiva a creare, come ciarla o pettegolezzo, la calda atmosfera in cui l'opera può crescere e svilupparsi, ma che ora non è più che un residuo muffito e un deposito stantio. Alla fine allo scrittore non è concesso di abitare nemmeno nello scrivere.»

Theodor W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1954, traduzione di Renato Solmi, pag. 93-94

Facciamo attenzione alla sequenza del brano di Adorno: egli esordisce con «lo scrittore si dispone nel proprio testo come a casa propria» e conclude con «alla fine allo scrittore non è concesso di abitare nemmeno nello scrivere», descrivendo, tra i due poli, tutte le fasi che portano allo sfratto dello scrittore dalla casa che si era permesso di abitare.
Innanzitutto: chi rientra nella categoria di scrittore sopra descritta? Tutti coloro che, per mestiere o divertimento o necessità, scrivono per rappresentare quello che pensano, quello che – oso dire – sono. Rientro tra questi? Presumo, anche se il blogger, rispetto allo scrittore tradizionale, molte volte, anzi spesso, vive dei propri scarti e avanzi e sa dove metterli (basta un click).
Per quanto mi riguarda, una delle cose che più mi “accarezzano” dell'idea di scrivere/abitare un blog, è che i miei pensieri, le mie letture, i miei versi, trovano un luogo dove essere depositati e disposti, secondo un ordine pressoché automatico (salvo la minima briga di una facile etichettatura).
Vanità? No, espressività.
Arriverà il giorno dello sfratto? Senz'altro, nessuna casa è eterna e io etterno non duro, nonostante varie cose attestino il contrario. Sono entrato in una casa sfitta, ho chiesto il permesso ai proprietari, me l'hanno concesso. Diciamo, quindi, che sono usufruttuario dello spazio, e, per scrupolo, pago dieci dollari annui per il mio punto com.
La scrittura bloggeristica, rispetto al diaristica privata, al taccuino, alla risma, al rilegato, al romanzo in attesa di un editore per essere pubblicato, teme meno il pericolo della muffa, giacché, per sua definizione, prende subito aria, si espone, apre le finestre tutti i giorni dell'anticamera del proprio cervello, e la circolazione si sente - si respira aria buona da queste parti, no?, a parte quando mi trovo necessitato a scrivere sul puzzone.
Insomma, il presente è solo uno scolio autoindulgente, perdonate. Rileggete Adorno e mettete me in un ripostiglio.

sabato 11 agosto 2012

Il profumo del pane integrale

«Ciò che sarà, come potremo esprimerlo,
quale parola potrà mai difendere
la felicità dell'uomo - che profuma
di pane integrale - se le regole
destinate ai nipoti futuri
restano ignote alla lingua dei poeti?
Non ce l'hanno insegnato. Non sappiamo come
Libertà e Necessità far coincidere.»

Czesław Miłosz, Trattato poetico, (1957) Adelphi, Milano 2011 (traduzione di Valeria Rossella).

Normalmente compro pane bianco, ma stamani ho visto sul bancone della forneria della coop un mezzo pane scuro, ho domandato, mi hanno detto «fatto con la farina integrale macinata a pietra», ma sai che, lo prendo, me lo incarti, grazie, ecco casa, prendo il burro (lo uso con il pane il burro non avendo una Maria Schneider alla portata) ed ecco qua, che buono questo pane, che sapore, che profumo, sono felice? No, sono contento, ecco, e pensavo alla sécheresse quest'anno quanto grano in meno e quante bocche in più pianeta avrai da sfamare, cosa importa, qua in Occidente i mercati ci lasceranno sopravvivere mica come in India o in Bangladesh, dove le regole destinate ai nipoti futuri sono: prendetevi a brani, o sennò andate dai buzzurri come quel trippone di Tata, a schiere, sbranatelo vivo come le tigri del Bengala, non abbiate paura, scapperà in elicottero ma la Jaguar sarà vostra. 
- Accidenti che poeta rivoluzionario! mandare gli altri a lottare per conto proprio mentre tu comodo te ne vai mangiando pane e burro.
- È che non me l'hanno insegnata i miei padri la rivoluzione. Mi hanno fatto crescere nella bambagia, mi hanno offerto studi e la speranza di vivere a debito. I miei padri mi hanno detto sempre di stare calmo che tutto si sistema, che una guerra bastarda come quella ultima europea mai più, mai più accadrà, come scrivere poesia dopo Auschwitz, come mangiare pane e burro dopo Auschwitz, come pretendere di essere felici dopo Auschwitz, come far coincidere Libertà e Necessità dopo Auschwitz. Adorno! Adorno! Quanto vorrei dirti “lèvati di torno!” Non posso:

«L’impressione che, dopo Auschwitz, si ribella ad ogni affermazione di positività dell’esistenza come una consolazione a poco prezzo, ingiustizia nei confronti delle vittime, la resistenza contro la possibilità di spremere dal loro destino un qualche senso per quanto esiguo, ha un suo momento oggettivo dopo eventi che ridicolizzano la costruzione di un senso dell’immanenza, irraggiato dalla trascendenza posta affermativamente. Una tale costruzione affermò la negatività assoluta e collaborò ideologicamente alla sua persistenza, che comunque è realmente implicita nel principio della società esistente fino alla sua autodistruzione. Il terremoto di Lisbona, fu sufficiente per guarire Voltaire dalla teodicea leibniziana, e la catastrofe ancora comprensibile della prima natura fu minima confrontata con la seconda, sociale, che si sottrae all’immaginazione umana, preparando l’inferno reale sulla base della malvagità umana. La capacità alla metafisica è paralizzata perché ciò che è successo ha mandato a pezzi la base dell’unificabilità del pensiero speculativo metafisico con l’esperienza. Ancora una volta trionfa, indicibilmente, il motivo dialettico del rovesciarsi della quantità in qualità. La morte, con l’assassinio burocratico di milioni di persone, è diventata qualcosa che non era mai stata tanto da temere. Non c’è piú alcuna possibilità che essa entri nella vita vissuta dei singoli come un qualcosa che concordi con il suo corso. L’individuo viene spossessato dell’ultima e piú misera cosa che gli era rimasta. Poiché nei campi di concentramento non moriva piú l’individuo, ma l’esemplare, il morire deve attaccarsi anche a quelli sfuggiti a tale misura. Il genocidio è l’integrazione assoluta che si prepara ovunque, dove uomini vengono omogeneizzati, “scafati” – come si dice in gergo militare – finché li si estirpa letteralmente, deviazioni dal concetto della loro completa nullità.» Th. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 326-327

Tutto d'un fiato, Adorno, rileggendoti quattrocento metri a piedi, in compagnia di frasche amiche.
«Ancora una volta trionfa, indicibilmente, il motivo dialettico del rovesciarsi della quantità sulla qualità».
Cos'è la quantità? Il denaro.
Cos'è la qualità? La vita.
Bestie che siamo noi occidentali: dopo (forse, terribilmente forse) essersi liberati dal giogo del trascendente (papaccio ladro permettendo) ci siamo incatenati a una nostra immanentissima invenzione: money (it's a gas).
Come stanno i mercati, il petrolio, l'inflazione, la disoccupazione, l'inquinamento, la criminalità (micro e macro), cosa passa insomma sotto l'atmosfera, in questa aureola di vita che s'assottiglia sulle nostre testedicazzo?
Basta, jazz mentale finito. Il pane che profuma è ancora alla mia portata. Per oggi va bene così.

giovedì 11 agosto 2011

Le mosche del capitale

«Il lamento per la reificazione passa al di sopra di ciò che fa soffrire gli uomini, piuttosto che denunciarlo. Il male sta nei rapporti che condannano gli uomini all'impotenza e all'apatia, e che questi dovrebbero tuttavia cambiare: i rapporti - non gli uomini e il modo in cui essi appaiono loro - sono la prima radice del male». T.W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 2004
In cosa consistono di preciso i rapporti che gli uomini dovrebbero cambiare?
Nei rapporti di potere, ovvero: nei rapporti tra chi ha il potere e lo esercita e chi non ce l'ha e lo "subisce", lo "patisce" in varie forme (democratiche o dispotiche, ecc.).
Come viene giocato questo potere nelle relazioni umane? Secondo me, siamo sempre davanti a una dialettica del tipo padrone-schiavo. Evidente che vi siano sfumature diverse tra il passato e l'oggi.
Stringiamo il discorso alle nostre società democratiche occidentali, alla situazione odierna di crisi di sistema.
Si può parlare sulle cose di cui di solito non si può parlare? Si può non tacere?
Quanta legittimità abbiamo noi schiavi di chiedere ai padroni di cedere parte del loro potere?

Ieri Stella & Rizzo sul Corriere scrivevano:
Tutto ciò pone a chi oggi deve chiedere sacrifici agli italiani un obbligo morale: per chiedere quei sacrifici deve farne. Dimostrando di volere dare davvero un taglio a un andazzo che appare sempre più insopportabile. Vale per il Palazzo, per lo Stato centrale, per gli enti locali
Tutto vero, arcivero, verissimo: sono anni che la Casta, eccetera.
Ma perché non cambia nulla? Perché chi è seduto a tavola non può rinunciare alle portate che i camerieri continuamente servono, alzarsi e dire: «No, non mangio, non ho fame, sono a dieta».
Come si può chiedere di riformare il sistema a coloro che beneficiano dell'attuale sistema, quale che sia?
E si badi bene: questo andazzo sarebbe lo stesso anche se ci fossero altri attori al potere, anche io e te, amico lettore, diciamoci la verità: se noi schiavi avessimo certi privilegi saremmo così "eroici" da farne a meno?
Ribadisco: Stella & Rizzo hanno ragione, non lo nego. La politica, in Italia soprattutto, costa lacrime e sangue ai cittadini. Ma siamo proprio sicuri che se, per incanto, la politica diventasse virtuosa e non ci fossero più sprechi e ruberie, e tutti prendessero il giusto, lo Stato sarebbe immune da questa crisi di sistema in cui è coinvolto?
Io ho come l'impressione che, indipendentemente dalla volontà degli autori, l'operazione di Stella & Rizzo (e di tutti coloro che ne seguono le orme) sia un modo per deviare l'attenzione, per indirizzare il risentimento della moltitudine dei cittadini verso dei capri espiatori facilmente individuabili e riconoscibili, gli unici - al momento -  in grado di attirare su di sé gli odi e i rancori della gente frustrata e prostrata dalla crisi.
I politici belli paffuti sono pronti per finire in pentola, con la viva soddisfazione da parte dei loro deus ex machina.
Non voglio certo difendere l'indifendibile. Vorrei soltanto che, accanto alla politica, fosse chiamato sul banco degli imputati anche un altro tipo di potere, secondo me molto più responsabile della crisi sociale ed economica nella quale siamo immersi: il Capitale e chi ne fa le veci.
Limitandoci al minuscolo caso italiano la cosa sarebbe veloce da liquidare, anche perché abbiamo, unici tra i "grandi" paesi d'occidente, un capo del governo che veste da sempre entrambi i panni del politico e dell'oligarca capitalista.
A me non piace fare nomi e mettere le dita negli occhi a qualcuno in particolare, anche perché i nostri capitalisti sono bambinelli che giocano con le squadre di calcio o con le autostrade, con gli scooterini o l'editoria, con la metallurgia o l'alimentare, con l'assicurazioni o l'energia elettrica, col petrolio o la criminalità organizzata o con insomma qualcosa che li pone su un piano di vita e condizione che al confronto le signorie di una volta impallidiscono.
E chiudo su questo: come possono costoro che fuoriescono dalla moltitudine per eccesso di ricchezza (legittima o non legittima, frutto dell'ingegno o del casato) non inverare quanto sopra detto da Adorno, vale a dire che «i rapporti sono la prima radice del male» intendendo qui per me - magari impropriamente - i rapporti tra l'infinitamente ricco e l'infinitamente morto di fame?

Facendo due passi oggi per poco non pesto una grossa merda di vacca. L'ho schivata grazie allo sciame di mosche che, spaventate dall'ombra della mia scarpa, si sono alzate di scatto dalla loro "proprietà", volando a un dipresso. Le mosche del capitale, come diceva Volponi. Fintanto che l'odore sarà quello, loro - le mosche intendo - saranno padrone.

giovedì 15 aprile 2010

Della felicità

«È per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l'essere circondati, l'esser dentro, come un tempo nel grembo della madre. Ecco perché nessuno che sia felice può sapere di esserlo. Per vedere la felicità, dovrebbe uscirne: e sarebbe come chi è già nato. Chi dice di essere felice mente, in quanto evoca la felicità e pecca contro di essa. Fedele alla felicità è solo chi dice di essere stato felice. Il solo rapporto della coscienza alla felicità è la gratitudine: ed è ciò che costituisce la sua dignità incomparabile».

T.W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino

P.S.
Son quasi sicuro di aver riportato questo brano un paio d'anni fa ma non riesco a ritrovarlo, forse perché non gli avevo messo l'etichetta giusta. Lo riporto, anche perché ripetere fa bene, soprattutto quando ci sono passaggi così sublimi di pensiero.

giovedì 8 ottobre 2009

La dedizione ideologica della massa

«Molto si discorre, e non senza ragione, della tecnica del dominio delle masse. Ma bisogna guardarsi dall'idea che i demagoghi che ne usano sorgano ai margini della società, e poi quasi per caso o mercè l'impiego abusivo di strumenti tecnici ottengano un potere sugli altri uomini, per il resto pacifici e giusti - e siano insomma dei briganti, che assaltano sulla strada maestra la diligenza del progresso. In realtà questi demagoghi non corrispondono mai alla figura del “tamburino isolato” che vorrebbero assumere, e neppure sono semplici folli o psicopatici riusciti a penetrare nel recinto della società normale - ma esponenti di forze e interessi sociali più potenti, che riescono a prevalere contro le masse con l'aiuto delle masse. Il successo o insuccesso del demagogo non dipende dalla sola tecnica del dominio della massa, ma dalle possibilità e capacità che esso ha di integrare le masse agli scopi dei più forti. Sempre, poi, i demagoghi seminano su un terreno già arato, ed è per questo che non esistono metodi assolutamente sicuri per la seduzione di massa: il metodo varia con la disponibilità alla seduzione. Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa [...] offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale, e il loro conformismo non fa che riprodurre e amplificare le preesistente disponibilità alla dedizione ideologica, che trova poi il suo oggetto nell'ideologia presentata dai mezzi di comunicazione di massa alle vittime, consapevoli o inconsce [...]
La massa è un prodotto sociale - non un'invariante naturale; un amalgama ottenuto sfruttando razionalmente fattori psicologici irrazionali - non una comunità posta in originaria prossimità dell'individuo. Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione: ma proprio questa illusione presuppone l'atomizzazione, alienazione e impotenza dei singoli».

Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, Lezioni di sociologia, a cura di Max Horkheimar e Theodor W. Adorno, Einaudi, Torino 1966 (pag. 95-96).