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domenica 15 luglio 2018
mercoledì 7 marzo 2018
giovedì 27 luglio 2017
Conosci tu il paese
Conosci
tu il paese dei floridi aranceti
che ha su cento abitanti settanta analfabeti?
che ha su cento abitanti settanta analfabeti?
Il
paese poetico, dall'aure profumate
che riceve le rondini a suon di fucilate?
che riceve le rondini a suon di fucilate?
Il
paese del sole, il paese dei sogni,
dove il popol beato fa in piazza i suoi bisogni?
dove il popol beato fa in piazza i suoi bisogni?
Dove assessor di pubblica igiene e
uffizïali
di pubblica nettezza sono i polli e i maiali?
di pubblica nettezza sono i polli e i maiali?
Dove
sotto lo sguardo di mille indifferenti
sono esposte le bestie a' più crudi tormenti?
sono esposte le bestie a' più crudi tormenti?
Mario
Rapisardi, Epigrammi,
1888
(?)
domenica 4 gennaio 2015
Ai donatori di sangue
- Come va il lavoro?
- Andava bene, finché c'era.
- Mi spiace. Da quanto tempo è che...
- Oramai quasi due anni, manca poco alla fine della cassa integrazione.
- Oh, cazzo. E poi? Prospettive?
- Nessuna, o meglio una: con i pochi risparmi che ho, penso di rilevare un'attività commerciale sperando di mantenermi fino alla pensione. Non mi manca tantissimo, ho trentacinque anni di contributi, ma con questo cazzo di riforma Fornero...
- Eh, sì, purtroppo è così. È un casino per tutti.
- No, non per tutti.
- È vero: per i capitalisti, i redditieri, e tutto il resto della cosiddetta classe dirigente non è così.
- Non solo per loro: per esempio, porca puttana, io vorrei sapere quante ore di cassa integrazione hanno fatto i dipendenti pubblici.
- Mah, non so, credo nessuna.
- Ecco, appunto. Io vorrei sapere perché, nonostante la crisi e il progressivo diminuire delle risorse, i lavoratori pubblici non rischiano cassa integrazione e, a seguire, il licenziamento.
- Perché... perché... non so dirti il perché. Perché lo Stato e gli altri organi pubblici non sono aziende private e offrono maggiori tutele ai loro dipendenti.
- Ma perché, porcadellamadonna, hanno maggiori tutele degli altri? Che principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini è questo?
- Non so risponderti: è così. Bada che la questione non è togliere diritti a chi li ha, ma piuttosto estenderli a chi non li ha.
- D'accordo: ma in questo periodo di “vacche magre”, mi spieghi perché e per come lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni e tutto il resto della banda del settore pubblico, si comportano ancora come ci fossero a disposizione “vitelli d'oro”?
- Non so dirti, mi sembra che un po' di tagli alla spesa pubblica siano stati fatti.
- Ma che cazzo dici? Prendi il nostro Comune, per esempio. Seimila abitanti, con oltre quaranta dipendenti comunali è, di fatto, l'azienda del territorio con più dipendenti. Ma a che cazzo servono ancora questi dipendenti? Non si occupano della spazzatura (è delegata a società intercomunale). Non si occupano dell'acquedotto. Ci sono due impiegate all'anagrafe: che cazzo fanno tutto il giorno all'anagrafe due persone in un comune così piccolo? Servono realmente 36x2 ore di anagrafe settimanali in un comune così piccolo? E che dire dei quattro geometri dell'ufficio tecnico in un periodo in cui, a parte qualche ristrutturazione, nessuno costruisce più? E i due giardinieri? Servono realmente due giardinieri e quanto costano? Scommetto che con meno della metà se affidi a un privato la cura del verde del comune ottiene lo stesso risultato (forse anche migliore). E del becchino che è stato assunto con un concorso da becchini e che adesso non vuole più fare il becchino e quando muore qualcuno o qualcuno è in fin di vita prende i giorni di malattia?
- Non so che dirti, hai ragione, non è colpa mia.
- E di tutti i baby pensionati che conosci, che dici?
- Non dico niente, forse che lo avresti fatto anche tu, lo farei anch'io...
- Forse, certo, lo avremmo fatto, lo faremmo. Ma perché loro che l'hanno potuto fare non devono mai temere alcunché, mentre io, porcadellamadonna un'altra volta, a quasi sessent'anni e con più di trentacinqu'anni di lavoro sul groppone tocca rimettermi in gioco, lavorando dodici ore al giorno per almeno sei giorni a settimana? Perché?
- Non lo so perché. In Italia funziona così.
- Ma almeno funzionasse la macchina pubblica, porcoddio.
- Non t'incazzare, ti prego.
- E invece niente, se hai bisogno e vai nei loro uffici ti guardano dall'alto in basso e ti fanno pesare tutto, i permessi, i documenti, le tasse, le rotture di coglioni.
- Lo so, ma non devi fare un caso personale. Pensa al generale.
- Penso al generale una sega, penso semmai anche a tutti quei papponi dell'esercito che non fanno un cazzo anche loro da mattina a sera.
- Vedi, in Italia soprattutto, le cose sono arrivate a un punto tale che non è possibile cambiarne una se non le cambi tutte. Ma per cambiarle tutte bisogna, forse, che tutti stiano male come te, sentano l'ingiustizia nel profondo come te, ma che non la canalizzino nel particolare, capito?, bensì nel generale. Non è l'impiegata comunale della tua stessa età, entrata in servizio perché aveva la tessera di partito, che non ha mai perso uno stipendio o un giorno di ferie e che adesso prende più di duemila euro al mese, il soggetto da prendere di mira. Tu pensi veramente che se in Italia la spesa pubblica e il pubblico impiego fossero simili a quelli della Danimarca tutti i problemi sarebbero risolti?
- No, però sarebbe più facile così sentirsi fratelli a parità di condizioni.
- Ma la parità di condizioni non sarà mai concessa da chi comanda perché il potere, come sai, si basa sul divide et impera.
- Eppure, è più forte di me, mi fa più incazzare vedere questa disparità tra miserabili, che l'abisso che mi separa dai padroni, tipo Marchionne. Perché in fondo quella gente là non la vedo, non so quello che realmente fanno, cosa combinano, come vivono, capisci? Io vedo quel tizio che non ha mai fatto un cazzo tutta la vita e con meno di vent'anni di lavoro si gode da più di vent'anni la pensione. Capisci questo o no?
- Sì, ma che vuoi fare? Il serial killer dei baby pensionati o degli addetti al catasto?
- Allora non mi resta che bestemmiare.
- Amen.
giovedì 27 febbraio 2014
Il Paese delle palle piene
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| Le Monde |
A qualità non saprei dire, ma a quantità gli italiani non sono secondi a nessuno, in virtù del fatto che vi sono comprese anche le donne. In altri termini, quella italiana è una popolazione che può, a giusto titolo, vantarsi di aver le palle piene per lo squallore politico, economico e sociale del Penpaese.
- Penpaese? Sarebbe?
- Il Paese del Cazzo (e delle palle piene del popolo sovrano).
lunedì 9 aprile 2012
Al freddo muti se ne stanno i muri
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| [*] |
Noi italiani siamo delle persone mature. Come pere.
Noi italiani maturi, muti come muri al freddo, banderuole che stridono.
Di gialle pere
il suolo
e colmo di
rose selvagge
pende nel
lago, voi cigni del cuore,
e il capo di
baci ubriaco
nell'acqua
tuffate
ch'è santa e
non turba.
Ahimè, dove
li prendo,
ora ch'è
inverno, i fiori, e dove
del sole la
luce, della terra
l'ombra? Al
freddo muti
se ne stanno i
muri, nel vento
stridono le
banderuole
Noi italiani maturi, muti come muri al freddo, banderuole che stridono.
La maturità degli italiani che hanno fatto la maturità, o che l'hanno comprata, o che non ce l'hanno e stanno bene lo stesso e non hanno tutta questa urgenza di avercela.
Noi italiani maturi, sereni. Possiamo essere dei diversamente maturi?
Sia chiaro: non difendo né giustifico i crimini della lotta armata brigatista. Il problema è un altro: il problema è che i crimini di Stato sono moralmente peggiori dei crimini brigatisti, giacché tolgono la fiducia nello stesso stato di diritto. Non perché non si sospettasse che lo Stato fosse ricorso alla tortura. Il dolore è averne la conferma, la testimonianza diretta. La dolorosa constatazione che la tortura è stata davvero una prassi dello Stato. E se la tortura di Stato è accaduta, è stata possibile una volta, questo fa temere che sia stata sempre possibile e che possa essere possibile ancora.
Ma noi italiani siamo dei cittadini maturi. Ci piace il bondage. E l'Uomo Lebole lo sa bene.
lunedì 15 giugno 2009
La salvezza è in noi

«Nella state del 1943 gli italiani erano giunti in fondo alla via che essi avevano scelto ventun'anni prima. Su quella via, breve e diritta, erano balenati dinnanzi ai loro occhi imperi, fortune e grandigie; ma poiché quella via significava la rinuncia degli italiani alla dura lotta, al diuturno sforzo, al rischio continuo in favore della chimera della sicurezza, della pace, della tranquillità, della prosperità assicurata e promessa da altri, quella via doveva necessariamnte fatalmente condurre sull'orlo dell'abisso. Chiunque fosse stato il salvatore, il messia, qualunque fosse stato il verbo, il vangelo, quella era la meta alla quale si doveva arrivare. A quella stessa meta si giungerebbe di nuovo, fra dieci, fra vent'anni, [fra cinquant'anni], se nuovamente gli italiani, ansiosi di trarsi indietro dall'abisso al quale oggi sono affacciati, si affidassero ad un uomo, ad un partito, ad un mito, ad una forza venuta dal di fuori: russa, inglese, americana. Dobbiamo, sì, recitare il mea culpa; ma dobbiamo anche orgogliosamente affermare: La salvezza è in noi e soltanto in noi!»
Luigi Einaudi, Il buongoverno, Laterza, Bari 1955.
Questo passo di uno dei più degni padri della nostra storia repubblicana, un vero liberale, rivela tra le righe una delle ragioni sociologiche più profonde per le quali l'Italia non sarà mai un paese autenticamente liberale. Perché essere liberali nel profondo significa assumere interamente la propria responsabilità personale di fronte alla collettività, significa diventare, ciascuno, re di se stesso - compito questo che l'idea stessa di repubblica sottindente. Essere parte di una repubblica comporta impegno, partecipazione, esercizio responsabile della libertà. Ma la via più breve, più facile è sempre quella maggiormente gradita da noi italiani. Sì, perché essere sudditi è molto più facile che essere cittadini.
sabato 30 maggio 2009
Una verità e mezzo
«Il Vaticano è la nostra Cina, l'Italia il suo Tibet»
Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009
Nota: il titolo si rifà al celebre detto di Karl Kraus: «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo».
Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009
Nota: il titolo si rifà al celebre detto di Karl Kraus: «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo».
giovedì 12 marzo 2009
Farsi un pianto

Stasera ho voglia di piangere. Non per un fatto personale, ma per una ragione sociale. Politica. Storica. Filosofica, forse. Piangere come gesto rivoluzionario, come risposta alle vicissitudini politiche, sociali, storiche e filosofiche dell'Italia. Bisognerebbe imporsi il pianto, come costume. Assumere delle prefiche e sguinzagliarle ogni volta che parla Berlusconi, ogni volta che parla il Papa, ogni volta che si gioca una partita di calcio o danno un programma pseudo-comico alla tv. Piangere, farsi un pianto. E coi nostri lacrimoni-lenzuola stendere un velo pietoso sopra lo sfacelo italiano. Addormentare la patria. Addormentarsi tutti e continuare a piangere se al risveglio ci si accorge che questo incubo (sociale, politico, storico, filosofico) lo stiamo vivendo.
martedì 10 febbraio 2009
La storia siamo noi
Come molti [prima pareva la maggioranza degli italiani, poi la metà, poi una cospicua minoranza... adesso non so, boh, anche in due o tre va bene lo stesso] in questi giorni neri della Repubblica sono stato male. Quanto è accaduto mi si è infilato nelle viscere e nella mente ed è divenuto pensiero dominante. Sentimento di rabbia, di ribellione, sentimento di prendere le armi contro il mare di guai e, combattendo, finirli... E tuttavia, nonostante questa impotenza di fatto, nonostante questo grido di rabbia e dolore di fronte a tanta truculenza, tanta protervia, tanta sciacallaggine del governo, del Vaticano e di tanti fanatici, ecco che mi pare di aver vissuto una delle pagine di vera storia della nostra Repubblica. Una pagina storica, nel senso che segna una svolta tra prima e dopo. Ci sarà tempo per dire e riflettere, studiare, meditare. Intanto ringrazio Beppino Englaro, sua moglie ed Eluana per tutte queste ragioni qui ben espresse da Giuseppe Regalzi; ringrazio tutti gli amici linkati, e altri giornalisti e scrittori, parenti e amici e colleghi, per aver partecipato e condiviso questo momento. Nonostante sia, nella sua presunta maggioranza e nella sua guida esecutiva un pessimo paese clericale e nichilista, l'Italia ancora riserva qualche piccola riserva di speranza. Voglio credere, voglio sperare che piano piano questa povera patria diventi un paese normale. E vivo questa illusione perché non voglio vivere col dente avvelenato contro tutta questa gente che non sa fare altro che vomitarsi addosso. Voglio cercare di camminare nel vento sereno, con la stessa baldanzosità e ingenuità del poeta walseriano, la faccia sorridente, sempre pronto a dire grazie a chi riesce a ignudare il re.
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