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giovedì 17 gennaio 2019

Come potrebbe darsi un errore?

« Lei si comporta peggio di un bambino. Che cosa vuole mai? Vuol forse portare più rapidamente a conclusione il suo grande dannato processo mettendosi a discutere con noi custodi i documenti e il mandato di cattura? Noi siamo impiegati in sottordine, ci intendiamo poco di documenti personali e nella sua faccenda non abbiamo altro da fare che sorvegliare lei dieci ore al giorno, e perciò siamo pagati. Ecco che cosa siamo, ma non per questo siamo incapaci di intendere che le alte autorità dalle quali dipendiamo, prima di ordinare un siffatto arresto si informano molto esattamente intorno alle ragioni dell'arresto e alla persona dell'arrestato. Errori non ne avvengono. Le nostre autorità, per quanto le conosco, e ne conosco soltanto i gradi più bassi, non cercano già la colpa nella popolazione ma, come dice la legge, sono attirate dalla colpa e devono mandare noi a fare i custodi. Questa è la legge. Come potrebbe darsi un errore? ».

Franz Kafka, Il processo, (traduzione di Ervino Pocar).

lunedì 30 luglio 2018

Illegittima offesa

I recenti e frequenti episodi di razzismo violento e omicida, di caccia al migrante di colore, dalle fucilate di Macerata, fino a quello odierno ad Aprilia, saranno combattuti dalla magistratura (e dai poteri dello Stato in generale) con la stessa determinazione e forza con le quali è stato sconfitto il terrorismo brigatista e contrastato - ma non sconfitto - il fenomeno mafioso?
Oppure, dato il clima generale, i responsabili di tali crimini godranno di una sorta di giustificazionismo socio-politico-giudiziario che concederà loro delle attenuanti?

Se questo fosse il caso, allora il legislatore, oltre a una maggiore concessione dei limiti della legittima difesa, sarebbe logico provvedesse a disporre una legge sulla legittima offesa.

Se invece, e non solo a parole, lo Stato (la politica e le istituzioni) vuole debellare il fenomeno, allora credo sia necessario che sia applicato il carcere duro, il disumano 41bis, anche per costoro che si macchiano di crimini di stampo razzista (o di violenza sulle donne e sui minori).

giovedì 7 dicembre 2017

Svuotare le carceri, riempire i teatri

Liberate il concorrente in associazione mafiosa, ex onorevole, Marcello Dell'Utri, mandatelo a casa, dategli i domiciliari, mettetegli il braccialetto elettronico e tutte le attrezzature necessarie per controllarlo similmente che in carcere. E fate così con tutti gli altri detenuti incarcerati per reati equipollenti o di minor grado, trattenendo in carcere soltanto chi si è macchiato di crimini di sangue in modo premeditato e violento. Sfollate gli istituti di pena, riformate tutto il sistema carcerario italiano, abolite il 41 bis, che è, di fatto, un regime di prigionia ai limiti della tortura. 

Non ho idee precise, m'è venuto in mente tutto questo pensando all'ennesima prima della Scala. Pensavo, cioè, che è tempo di escogitare qualche soluzione diversa per far scontare le varie condanne, che non sia la classica privazione della libertà individuale. Un abbonamento al loggione, per esempio.

martedì 20 ottobre 2015

Il vero è un momento del falso

Guy Debor, La società dello spettacolo, Parigi 1967, (traduzione italiana 1974, volume di editore senza nome - davvero! - trovato in un vecchio fondo di biblioteca comunale).

Uscirne. Da questa società spettacolare.
Da quale porta, in vita rimanendo? Monasteri, monadi? 
Sono un mona.
Lo sapevo.
Da un punto di vista del peso politico, dello spettacolo (non solo letterario), a Erri De Luca conveniva essere condannato.
Forse ne avrebbero giovato anche i no-Tav.
Pensa il clamore internazionale sulla eventuale sentenza di condanna.
Di sicuro, candidatura ufficiale a nobel.
Immagina: Bernard-Henri Lévy che imbocca trafelato il Tunnel del Monte Bianco a bordo di una Lexus ibrida, arriva a Torino e si toglie la camicia davanti al tribunale.
Vive la libérté!
In una società dalle cosiddette radici cristiane i martiri o sono condannati o non sono.
I giudici queste cose le sanno. Sanno, cioè, che è preferibile vittimizzare anonimi invisibili e non spendibili (come causa, essendo cause perse), anziché nomi visibilissimi, nomi spettacolari.
Sarò stringente: sono contento che Erri De Luca non sia stato condannato anche perché, in virtù dello stare decisis, qualora in quanto blogger dicessi pubblicamente che è legittimo e necessario sabotare opere pubbliche tipo la Tav, gli inquirenti non mi rompano i coglioni e vadano affanculo camminando saranno pregati di andare a inquisire da un'altra parte e non disturbarmi.

venerdì 14 agosto 2015

[...]

«Meglio essere bianchi, ricchi e famosi che negri, poveri e figli di puttana», mi dice Ernst, il barista di colore dell’albergo da cui sfrutto la connessione. Viene dalla Martinica, è gentile e, cosciente dell’acquazzone nero insostenibile, non mi fa mai pagare il caffè, nonostante le mie insistenze. Si lamenta altresì del caldo, afoso, e anche se personalmente lo patisco meno, non mi resta che convenire, per solidarietà di specie. Una solidarietà che sento meno nei confronti del sudafricano. Se fossi Dioniso gli farei fare la fine di Penteo. Poi penso che no, ché le donne avrebbero qualcosa in meno da mettere sotto i denti (sono stronzo, vero?).

domenica 21 giugno 2015

Fantasie penali

«Altiero Spinelli diceva che l’unica possibile riforma del carcere è abolirlo, e inventarsi qualcos’altro. Lo stesso pensano gli autori¹ di Abolire il carcere, che elencano le alternative alla detenzione praticate nel mondo e presentano anche un decalogo abolizionista. Aggiungo una undicesima proposta: convertire le prigioni in monasteri.» Guido Vitiello
Dodici: ci devo pensare. Devo pensare ai crimini compiuti, ossia: per ogni condannato andrebbe pensata una pena diversa, per tutti escludendo la pena di morte². Ad esempio, che pena prevedere per un assassino terrorista come Dylann Roof? Secondo me, dovrebbe essere sottoposto alla Cura Ludovico con la differenza di fargli vedere in continuazione video interracial, nella versione cuckold (anche alla luce delle dichiarazioni di un suo cugino). 

___________
Note
¹ Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Editore Chiarelettere.
² Sono contrario alla pena di morte perché l'esecuzione capitale non può rendere alcuna giustizia alla parte offesa. Anche coloro che hanno compiuto crimini contro l'umanità: ucciderli non riporta in vita l'umanità uccisa. Questo non vuol dire che, fossi Thor, non darei una martellata in testa ai testadicazzo vigliacchi assassini. Ma io non sono un dio. Neanche lo Stato lo è. Lo Stato potrebbe aiutare a uccidersi: na tazzulella 'e cafè alla Sindona, magari facendola scegliere al condannato col gioco delle tre carte. Certo, tipi come il suddetto Roof, o come Anders Breivik, o i fratelli Kouachi (confesso: feci un salto di gioia quando furono uccisi) io vorrei che soffrissero, ma questo mio desiderio, una giustizia comme il faut, deve disinnescarlo per impedirmi di diventare come loro, gli assassini, i “vendicatori mandati da dio” o  da altre perverse intenzioni.

venerdì 27 dicembre 2013

lunedì 3 giugno 2013

La fame del magnate

Oggi, in appello, è stato condannato un magnate. Te magna.
Mi ha colpito cosa ha detto il suo avvocato italiano dopo la sentenza:
«Adesso quale imprenditore straniero investirà in Italia? Schmidheiny investì molto sulla sicurezza, spese 75 miliardi dell’epoca e non ne ebbe profitto. Ora è stato condannato 18 anni. È un incentivo?».
Ora, lasciando per un attimo da parte il fatto che è da un po' di anni che gli imprenditori stranieri non investono in Italia (per varie ragioni, sia perché impediti dalla “politica”, vedi i casi Alfa Romeo ed Alitalia; sia perché preferiscono comprare aziende italiane già qualificate in campo internazionale, vedi la Nuova Pignone), quanto è ragionevole ritenere che la suddetta sentenza allontani il capitale straniero dall'Italia? Solo in un caso, ben individuato dal pm Guariniello, il quale ravvisa che, tale sentenza,
«è un punto di riferimento per tutte le cause di disastro ambientale. [Essa] può aprire prospettive anche per l’Ilva di Taranto, per la Francia (dove sono aperte altre cause sugli effetti dell’amianto sulla salute, ndr) e per altri casi simili in Italia e nel Mondo».
In altri termini, i capitalisti (stranieri e non) cominceranno a preoccuparsi (un pochino, certo) solo se un gigante come l'Ilva finirà per essere nazionalizzato, ovvero espropriato per ripagare lavoratori e città di Taranto dei danni provocati dalla più grande acciaieria d'Europa: che il profitto sia reincanalato in un ciclo virtuoso di reale beneficio e progresso della società e non di rimpinzamento di una manica di pezzi di merda ingordi che fuggono all'estero. Ma io sogno.
Riuscirà un potere dello Stato, quale la Magistratura, nel suo esercizio specifico di far rispettare le leggi che lo Stato stesso si è dato, a spaventare davvero il capitale? Abbi dei dubbi, tu.

mercoledì 30 novembre 2011

Un giudice in albergo

«Anche un altro giudice, in servizio presso il tribunale di Palmi, è stato perquisito: si tratta di Giancarlo Giusti, indagato per corruzione in atti giudiziari: secondo l'accusa avrebbe usufruito di nove soggiorni gratuiti presso l'hotel Brun di Milano nel 2008 e nel 2009, per un controvalore di circa 27 mila euro, e anche di prestazioni sessuali con prostitute».*
Ah che bello arrivare a Milano e sapere dove andare. Il portiere d'albergo che ti accoglie con un buonasera dottore, la camera è pronta e ivi recarsi, bagaglio leggero, giusto un cambio di maglietta della salute (il sudore non lascia scampo), un paio di mutande e i calzini, il pc, un'agenda, un libro contro la noia del viaggio, spazzolino da denti e dentifricio, l’alito ci vuole fresco.
Ah che bello restare a lungo sotto la doccia, consumare ettolitri d'acqua sapendo che tanto rientra nel prezzo, prezzo che non pago, non pago niente, qualcuno paga per me. Che morbido accappatoio profumato mi hanno fatto trovare e questo balsamo dopo barba come spegne dolcemente il bruciore delle guance e del collo appena rasati, e come scivola bene dalle parti del perineo (chissà come profumo anche laggiù). Mi è venuta fame, ma non ho voglia di scendere, chiamo e mi faccio portare qualcosa da mangiare in camera. Che servizio, al limite della perfezione, ah come mi sento meglio, dài, tra poco arrivano, me lo hanno promesso, sono due, tutte per me. Eccole, che belle, che alte, che tacchi vertiginosi, che minigonna cortissima una, che jeans incollati al culo l’altra. Come vi chiamate, sì, che bello, sapete l’italiano, volete qualcosa da bere, perfetto, accomodatevi, il bagno è da quella parte. Sì, è ora, comincia lo spettacolo, oddìo, la bruna si sta lentamente togliendo i vestiti, mentre la bionda mi passa una mano sul petto, gesù, mi sento male, fatemi respirare, non è possibile la bruna è un trans, non era possibile accorgersene, meglio, non ho mai provato, che bello, venite qua, io nel mezzo, sono pronto, metterlo e prenderlo, do ut des, la giustizia dev’essere equanime.

venerdì 10 dicembre 2010

Pene alternative

Nel suo blog Altrimondi, Giorgio Dell'Arti seleziona quello che, a suo avviso, è “il fatto del giorno” sempre con una domanda. Oggi è questa: «Crac Parmalat: sono troppi 18 anni per Tanzi?». 
Puntualmente, in tale rubrica, si legge un breve riassunto della vicenda riportata e una chiara, piana, sapiente esposizione dei fatti Ma secondo me, oggi, la domanda è mal posta. Infatti, la domanda dovrebbe essere questa: «A cosa servono 18 anni di reclusione per Tanzi?»
Non intendo aprire alcun dibattito sul sistema delle pene derivanti dalle condanne definitive (anche se qualcuno, più competente di me, dovrebbe farlo data la drammatica situazione delle carceri in Italia). Voglio solo limitarmi al “caso Tanzi”. E mi chiedo ancora: anche se fosse condannato a 18 anni in terzo grado di giudizio, che tipo di pena in vista della rieducazione del reo sarebbe questa? Tale pena ripagherebbe davvero la sete (depotenziata) di vendetta e dello Stato e del cittadino truffato? Insomma, che senso avrebbe che Tanzi andasse in carcere? Nessuno. Avrebbe più senso commisurare, su tale tipo di reato, una pena molto più rieducativa e civile, fors'anche più temibile per il condannato. Per Tanzi io prevederei (scusate la punta acida del mio superego populista) di dargli una pensione statale di mille euro e poi di obbligarlo a vivere in un bilocale a cinquecento euro di affitto mensile, più le bollette (canone Rai compreso), e le varie altre spese correnti; e questo per una decina di anni. O meglio, lo metterei a scelta: o così (pensione e bilocale) o il carcere. Secondo voi, cosa sceglierebbe?

martedì 23 febbraio 2010

Alé Viola


Garrisca al vento il labaro viola,
sui campi della sfida e del valore
una speranza viva ci consola
abbiamo undici P.M. ed un solo cuore.

mercoledì 10 febbraio 2010

Ah sì?

Volevo scrivere qualcosa su Bertolaso, ma a me Bertolaso non fa venire in mente niente. Che forse dietro tutto questo ci sia l'incazzatura della Clinton? Certo che dopo le villane dichiarazioni haitiane l'avrei mossa anch'io la Zia per fargli qualche dispettuccio.
Comunque sia gli dedico questa storiella Zen. Dedica estensibile a tutto il governo di centrodestra, soprattutto al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro.
«Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: «Ah sì?».

101 storie Zen, Adelphi, Milano 1973

giovedì 4 febbraio 2010

Di chi la colpa?

Giovanni Fontana, riprende una notizia che volevo anch'io commentare stamani (poi ho glissato). Provo a rifletterci stasera, a margine delle sue opportune considerazioni, complimentandomi con la sua ultima considerazione di cosa sarebbe successo se tali giovini fossero stati figli di coppie gay.
Due cose: il primo pensiero è che sono favorevole alla sentenza perché mette in risalto il danno provocato alla vittima e stabilisce un cospicuo risarcimento; il secondo invece è: fino a quanto i genitori sono responsabili delle stronzate dei figli? come stabilirlo, o meglio: a stabilirlo è solo il fatto che sono minori di 18 anni? Se avessero avuto 19 anni e fossero stati disoccupati "chi" ripagava la vittima? Quando si entra in un meccanismo di branco, di orda, è terribilmente difficile uscirne, lasciare la presa, mettersi a scrivere sulla sabbia a testa bassa. Se, per esempio, un ragazzino di quindici, sedici anni viene preso con della droga, che fanno dopo tale sentenza? Arrestano i genitori per spaccio?