Visualizzazione post con etichetta Ilva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ilva. Mostra tutti i post

lunedì 25 novembre 2019

Il gioco delle parti


Sono alcuni giorni che guardo questa immagine e mi vengono in mente tanti pensieri che si affastellano e quindi è giusto che gli dia fuoco. Avanti, bruciamoli.

Ci sono due parti, il Governo (che rappresenta lo Stato italiano) e un'impresa (una multinazionale) privata (è straniera, ma non ha importanza).
L'impresa privata, che aveva rilevato, in concessione dallo Stato l'Ilva, dopo un periodo di prova, ha verificato che la produzione dell'acciaio (una merce base della produzione industriale) in quel di Taranto non garantisce profitto, è cioè il Denaro investito per produrre la Merce acciaio non si trasforma in una quantità maggiore di Denaro.
Visto l'andazzo, l'impresa privata vuole abbandonare il campo, preferendo rescindere il contratto anziché continuare in una produzione dalla quale non trae guadagno.

Se tutto questo fosse lasciato alla logica di mercato, l'Ilva dovrebbe interrompere la produzione ed operai e impiegati restare senza lavoro; per tali ragioni, per evitare la perdita di posti di lavoro, interviene il governo. E parte la trattativa. 

Che cosa si saranno dette le parti? Anche senza leggere le cronache, è facile intuire: 
Governo: «Restate con noi, Signori, non ci lasciate, restate con noi, Signori, avremo la pace sociale (con un po' tosse e cattive digestioni dovute ai veleni in giro)».
Arcelor Mittal: «Sì, potremmo restare, ma...»
Governo: «Voi privatizzate i profitti, noi socializziamo le perdite».
Arcelor Mittal: «Affare fatto: restiamo».

E avanti con questo simpatico giochino della produzione per la produzione.

Vox populi:

«Eh, ma così sarei bravo anch'io a fare il presidente del consiglio».
«Io, invece, sarei più bravo a fare il figlio del capitano d'industria».

Ma pensare di cambiare gioco, no? Cioè a dire: a pensare di cambiare la logica che informa la produzione, si fa peccato?

Vox seminerios phastidious

«Lei è un comunista!»

Grazie.

martedì 4 giugno 2013

Viene salvaguardata la proprietà

«Spesso mi fanno questa domanda: Come mai le masse si permettono di farsi sfruttare dai pochi? La risposta è: Lasciandosi persuadere a identificarsi con loro».

E. L. Doctorow, Ragtime, ( New York [?] 1974), Mondadori, Milano 1976 (traduzione di Bruno Fonzi).

Le tecniche di persuasione sono diverse tra Stati democratici e Stati autoritari, anche se - alla base - la propaganda di regime si prefigge lo stesso scopo: convincere la massa degli sfruttati che soltanto un tipo di organizzazione sociale è possibile, quella che divide nettamente i proprietari dei mezzi di produzione (i “legittimi detentori“ del capitale) da coloro i quali, invece, non hanno altro da vendere (per campare) che la propria forza lavoro.

Un esempio di compenetrazione totale della persuasione borghese lo offre il ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato (è del Pd, vero?) il quale - circa il commissariamento dell'Ilva - si esprime così:
 «"Non siamo in presenza di un esproprio. I proprietari rimangono gli stessi, finito il periodo di commissariamento, i soci proprietari rimarranno proprietari", ha spiegato il ministro osservando che i Riva detengono una quota del 36-37% della società finanziaria e ne sono i soci di riferimento. Tutti i poteri sono in mano al commissario straordinario, "non è sospeso tuttavia il diritto della proprietà di vendere, viene salvaguardata la proprietà", ha detto ancora il ministro.»
«I soci proprietari rimarranno proprietari» anche qualora la magistratura italiana comprovasse, nei tre gradi di giudizio, le accuse che hanno determinato il commissariamento? E ancora: i proprietari commissariati (alcuni latitanti, altri ai domiciliari) hanno il diritto di vendere il pacchetto azionario che detengono? E a chi? Secondo me dovrebbe farsi avanti lo Stato pagando 0,00001 € ad azione ai Riva per riprendersi, legittimamente, quello che un tempo era suo (e che vendette a prezzo di comodo sotto la spinta ideologica delle “liberalizzazioni”).

lunedì 3 giugno 2013

La fame del magnate

Oggi, in appello, è stato condannato un magnate. Te magna.
Mi ha colpito cosa ha detto il suo avvocato italiano dopo la sentenza:
«Adesso quale imprenditore straniero investirà in Italia? Schmidheiny investì molto sulla sicurezza, spese 75 miliardi dell’epoca e non ne ebbe profitto. Ora è stato condannato 18 anni. È un incentivo?».
Ora, lasciando per un attimo da parte il fatto che è da un po' di anni che gli imprenditori stranieri non investono in Italia (per varie ragioni, sia perché impediti dalla “politica”, vedi i casi Alfa Romeo ed Alitalia; sia perché preferiscono comprare aziende italiane già qualificate in campo internazionale, vedi la Nuova Pignone), quanto è ragionevole ritenere che la suddetta sentenza allontani il capitale straniero dall'Italia? Solo in un caso, ben individuato dal pm Guariniello, il quale ravvisa che, tale sentenza,
«è un punto di riferimento per tutte le cause di disastro ambientale. [Essa] può aprire prospettive anche per l’Ilva di Taranto, per la Francia (dove sono aperte altre cause sugli effetti dell’amianto sulla salute, ndr) e per altri casi simili in Italia e nel Mondo».
In altri termini, i capitalisti (stranieri e non) cominceranno a preoccuparsi (un pochino, certo) solo se un gigante come l'Ilva finirà per essere nazionalizzato, ovvero espropriato per ripagare lavoratori e città di Taranto dei danni provocati dalla più grande acciaieria d'Europa: che il profitto sia reincanalato in un ciclo virtuoso di reale beneficio e progresso della società e non di rimpinzamento di una manica di pezzi di merda ingordi che fuggono all'estero. Ma io sogno.
Riuscirà un potere dello Stato, quale la Magistratura, nel suo esercizio specifico di far rispettare le leggi che lo Stato stesso si è dato, a spaventare davvero il capitale? Abbi dei dubbi, tu.