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domenica 5 giugno 2022

Suggerimento pratico

 «Permettetemi di darvi un suggerimento pratico. La letteratura, la vera letteratura, non deve essere tracannata come una pozione che può far bene al cuore o al cervello - il cervello, lo stomaco dell'anima. Bisogna prenderla e farla a pezzetti, smontarla, spiaccicarla - e allora il suo amabile profumo si farà sentire nel cavo del palmo e la sgranocchierete e ve la farete passare sulla lingua con godimento; allora, e solo allora, la sua squisita fragranza potrà essere apprezzata nel suo vero valore e le parti frantumate e schiacciate torneranno a unirsi nella vostra mente e riveleranno la bellezza di un'unità alla quale avrete contribuito con qualcosa del vostro sangue»
Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti

lunedì 14 agosto 2017

Dmitri

Qui davanti a questo mezzogiorno
che tanti occhi hanno sospirato
perché il corpo ne assorbisse per intero
i colori, i contorni e una sconsolante quiete

si ritorna per far finta che anche il tempo
in certi angoli di mondo riparato
dagli schiaffi del vento e della storia
segua il corso dei nostri desideri

fosse pure qualche istante per ripetere
la cattura della medesima falena cinerina
che si posa sulla lampada da tavolo
mentre le parole del padre prendono

nuova luce. La terra non è altro che
uno scambio irrisolvibile di generazioni
che si danno il cambio nella finzione
come se vi fosse uno scopo in tutto questo.

Il cedro dell'Atlante che ci ombreggia
nella sua secolare finta immobilità
lui, sì, ha uno scopo, non noi
che riposiamo tra cemento e terra

sotto la stessa lapide.



martedì 4 luglio 2017

I promise

Ho qualche racconto in sospeso: faccio ammenda. Sono pigro. Parto sempre coi peggiori propositi. Debuttare mi viene facile, poi percepisco che i neuroni si annoiano, peggio: faticano quando vanno a ricercare il filo e a dispiegarlo in una trama consistente. Allora li lascio liberi, sai che: mica li pago, mica mi pagano, mica ho in mente di romanzare davvero, mica ho il genio nabokoviano di avere tutto in mente, di getto, la storia e il libro, dalla A alla Z e poi spaziare dentro l'alfabeto, non importa dove e come, avanti e indietro e viceversa, riempire cartelle, ricomporle, dettarle alla propria moglie o segretaria, catturare farfalle e mettere i piedi sotto il tavolo di un albergo fuori stelle lungolago Lemano... Io ho da fare la spesa. Da cucinare. Da rompermi i coglioni e meno male, evviva le distrazioni, le digressioni, il pensiero di questo e quello, il freno, il rimandare a domani quasi sempre quello che posso fare oggi, e l'oggi riservarlo alla beneamata noia.

È entrata una falena: non si preoccupi, io non spillo. 

Con questo, I promise, cercherò di ricuperare qualche bandolo e annodarlo, i giorni in cui sentirò meno il peso della testa attaccata al collo.

martedì 23 settembre 2014

Par la pensée, je ne le comprends pas

«Roseau pensant. — Ce n’est point de l’espace que je dois chercher ma dignité, mais c’est du règlement de ma pensée. Je n’aurai pas davantage en possédant des terres : par l’espace, l’univers me comprend et m’engloutit comme un point ; par la pensée, je le comprends.» Blaise Pascal 113 - [348 édition L. Brunschvicg]

L'ho così sregolato, il pensiero, che stasera, fredda sera, ho cercato la mia dignità per cinque minuti nelle stelle, e più di esse è stato il vuoto spazio a commuovermi, a farsi garante della comprensione, del significato ultimo dell'esistenza: riempire il vuoto tra il punto N e il punto M.

Un'amica è andata via, un'amica di cui alcuni potevano credere fossi il padrone. Padrone di che. Sapessi che fine ha fatto, dove e come. Niente: sparita. Il calore in una fredda sera di settembre. Dovevo legarla, ma non amavo legarla. 
Le volevo bene.
Si chiamava Lola, la mia lolita:
«the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth»

sabato 29 settembre 2012

Un preterista

«Scritti di fronte al margine della minuta figurano due versi dei quali soltanto il primo è decifrabile. Dice:
La sera è il momento di lodare il giorno
Sono quasi sicuro che il mio amico tentava di includere qui qualcosa che lui e la signora Shade mi avevano sentito citare nei miei momenti più gai, vale a dire un'incantevole quartina tratta dall'equivalente zemblano dell'Edda antica, in un'anonima traduzione inglese (di Kirby?):
Il savio loda il giorno al crepuscolo,
La moglie quando è defunta,
Il ghiaccio quando l'ha superato, la sposa
Quando l'ha cavalcata, e il cavallo quando è domato.»
Vladimir Nabokov, Fuoco pallido, (Pale Fire, 1962), traduzione di Bruno Oddera, Guanda, Parma 1988


domenica 3 giugno 2012

La finestra della domenica

«Le finestre, come è ben noto, sono state il conforto della letteratura in prima persona di tutti i tempi».Vladimir Nabokov, Fuoco pallido, 1962 (traduzione di Bruno Oddera, Guanda, 1988)
Domenica, mi affaccio, vedo le facce verdi delle foglie di castagni, noccioli e girasoli ancora senza sole, il bianco di gigli scompigliati da un vento affaticato, margherite che si aprono al sole dopo il grigio dell'alba per dare luce al prato di trifogli. Uno strano insetto che, dall'apertura alare, sembra uno stukas, si appoggia al vetro chiedendomi di uscire. Prendo una manica di camicia sporca, lo catturo, apro la finestra, vola - e con le antenne mi dice che soddisferà un mio desiderio, basta che mi decida a esprimerlo entro due secondi. Fatto. Ero già pronto, ne avevo uno in tasca, bello puro, non mimetico, su questo ci scommetto l'anima, ammesso e non concesso che io ne abbia una. Il Papa mi direbbe di sì, visto che sono passato a cresima un giorno di una lontana primavera, avevo i capelli a caschetto e ricordo il dito unto di un vescovo che forse ora è morto e chissà se aveva l'anima unta come quel dito sulla mia fronte. Di quel giorno ricordo solo un regalo: un masterd mind formato tascabile che mi portò un mio cugino da Londra. Ero bravino a scoprire la soluzione. Anche ora ne ho una: camminare. Vado.

mercoledì 11 gennaio 2012

I migliori diritti



Io do poca importanza a quei celebrati diritti
che hanno per alcuni il fascino delle altezze vertiginose;
io non mi cruccio perché gli dèi rifiutano
di lasciarmi lottare per le rendite,
o di sventare le guerre dei re; e a me
non interessa se la stampa è libera
di gabbare poveri sciocchi o se i censori intralciano
le attuali fantasie di certe birbe scribacchianti.
Queste sono parole, parole, parole. Il mio spirito lotta
per una libertà più profonda, per diritti migliori.
Chi dobbiamo servire - il popolo o lo Stato?
Non importa al poeta - lasciamoli aspettare!
Non dover render conto, essere di se stesso
il vassallo e il signore, piacere solo a sé,
non piegare la schiena, né gli schemi interiori,
o la coscienza per ottener qualcosa che può sembrar
potere ma è casacca di buffone; passeggiare
sulla scia di se stessi, ammirando le divine
beltà della natura e sentire la propria anima
fondersi nell'ardore dell'ispirato disegno dell'uomo
- questa è la vera gioia, questi sono i diritti!

Una breve poesia di Puškin tradotta in inglese da Nabokov tradotta in italiano da Ettore Capriolo.
In Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti, Milano 1987

venerdì 28 gennaio 2011

Un fragore di cordiale ilarità

Mi sono alzato con un nervoso addosso, una rabbia intensa, vera, forte¹. Oh se solo potessi colpirlo con qualche oggetto contundente, se solo potessi essere sicuro di centrarlo con un'incudine sulla crapa incatramata. Bum, colpito e affondato mezzo metro nel selciato. Ma il mio timore è che lui la scampi ancora come quell'antipaticissimo struzzo e io faccia la fine del nostro caro Willy
Ma perché somatizzare questa stronzaggine infinita? Cosa posso fare per non pensarci? A cosa posso pensare per non pensare a lui? Come posso estirpare dalla mia mente il mostro
C'è una soluzione:
Uccidere il tiranno [è] impresa tanto facile che [potrei] compierla senza muovermi da[lla mia] stanza. Per l'attentato potrei usare o una vecchia rivoltella ben conservata, oppure un gancio, sopra la finestra, che un tempo doveva servire per l'asta delle tende. Meglio questo che quella, poiché avevo i miei dubbi sull'efficienza d'una cartuccia vecchia di venticinque anni. Uccidendo me stesso avrei ucciso anche lui, poiché egli era totalmente dentro di me, ingrassato dall'intensità del mio odio. Assieme a lui avrei ucciso il mondo da lui creato, tutta la stupidità, la codardia e la crudeltà di quel mondo che, con lui, era cresciuto a dismisura dentro di me [...] Poi, d'un tratto, l'incredibile intensificarsi di tutti i sensi che m'aveva sopraffatto subì una metamorfosi strana, quasi chimica.² 
«Non è un paese libero quello in cui quando si alza [Egli alza la cornetta] il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle nostre conversazioni. Non è un paese libero quello in cui un cittadino può trovarsi sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun contenuto penalmente rilevante. Non è un paese libero [Egli riaggancia la cornetta con difficoltà] quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno dei cittadini senza mai doverne rendere conto». (Ultimo videomessaggio di S.B.).
Il riso, in effetti, mi [ha salvato]. Dopo aver sperimentato tutti i gradi dell'odio e della disperazione, io [salgo] a quell'altezza donde lo sguardo spazia sul ridicolo. Un fragore di cordiale ilarità mi [ha guarito], così come succede in quella fiaba a un certo signore, «nella cui gola un ascesso scoppiò alla vista di un buffo cagnetto ammaestrato».³
¹Discutendo con una mia collega poco informata sui fatti, la quale ribatteva al mio livore riassuntivo con il solito qualunquista “ma sono tutti uguali”, ho replicato: «Sono tutti uguali un cazzoCi vorrebbe un golpe militare, le ho detto. «Sì, proprio così. È che un De Lorenzo oggi dove lo si trova». 
²Vladimir Nabokov, La distruzione dei tiranni, (Istreblenie Tiranov, 1938), Guanda, Parma 1990 (traduzione di Pier Francesco Paolini).
³Ibidem. 

sabato 19 dicembre 2009

Passare attraverso l'eternità

«Possiamo ridurci a uno stato di panico abietto cercando di immaginare l'infinito numero di anni, le infinite pieghe di scuro velluto [...], in una parola l'infinito passato, che si estende sul lato negativo del giorno della nostra nascita? Non possiamo. Perché? Per la semplice ragione che siamo già passati attraverso l'eternità, che già una volta non siamo esistiti e abbiamo scoperto che questo néant non contiene assolutamente alcun terrore. Quello che stiamo ora cercando (senza successo) di fare, è colmare l'abisso che abbiamo attraversato senza incidenti con terrori presi a prestito dall'abisso dinanzi a noi, il quale abisso è preso a prestito esso stesso dall'infinito passato. Viviamo così in una calza che sta per essere rovesciata, senza che noi sappiamo con certezza a quale fase del processo corrisponde il nostro momento di consapevolezza».

Vladimir Nabokov, Bend Sinister, [tr. it., di Bruno Oddera, I bastardi], Rizzoli, Milano 1967.

domenica 15 novembre 2009

Tutto è vanità

«Questa frase è un sofisma: infatti, se è vera, è essa pura “vanità”, e se invece non lo è, allora quel “tutto” è sbagliato. Lei [l'intervistatore] dice che potrebbe essere il mio motto. Mi chiedo se davvero nella mia narrativa vi sia tanta catastrofe e “frustrazione”. Humbert è frustrato, questo è ovvio; anche altri dei miei “cattivi” sono frustrati; gli Stati di polizia sono orribilmente frustrati nei miei romanzi e nei miei racconti; ma le mie creature predilette, i miei personaggi più fulgidi - nel Dono, in Invito a una decapitazione, in Ada, in Gloria, eccetera - alla lunga escono vittoriosi. In realtà credo che un giorno qualcuno rovescerà il giudizio e proclamerà che, lungi dall'essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in ridicolo ciò che è volgare e crudele - e attribuiva poteri sovrani alla tenerezza, al talento e alla fierezza».

Vladimir Nabokov, Intransigenze, Adelphi, Milano 1994 (pag. 236-7)

Laura c'è



Oggi sulla Domenica di Repubblica pagine inedite dell'incompiuta opera nabokoviana Original of Laura.
Lo comprerò? Sì, credo di si.
Ma comprandolo e, ancor più, leggendolo non trasgredirò alle volontà dell'Autore che avrebbe voluto fosse bruciato il manoscritto? Mi macchierò anch'io di un piccolo parricidio? No, sono d'accordo col figlio Dmitri.
Della mente nabokoviana non va persa nemmeno una briciola. Ogni sua parola, ogni frase, ogni suo pensiero è un dono che questo pianeta ha avuto la fortuna di raccogliere.
Grazie quindi signor Dmitri. Spero un giorno di aver la fortuna d'incontrarla passeggiando d'estate au bord du lac. Ero anche tentato di telefonarle, ma per dirle che? Che voglio bene a lei e a suo padre (e a sua madre, naturalmente)?

sabato 3 ottobre 2009

Despair

«Parlavi dell'Italia, vecchio mio. Vuota il sacco. L'argomento mi piace»¹.

«Il Fondo Monetario Internazionale non ha una specifica opinione al riguardo. Quello che penso io come ex politico ed ex regolatore è che più gli interventi sono frequenti e meno sono efficaci. Se uno ricorre a tali misure lo deve fare solo in circostanze eccezionali. Le amnistie fiscali vanno adottate solo per disperazione»².

«Oh, piantala [Marek]... hai capito benissimo dove vado a parare. Prestami [25 milioni di euro] e pregherò per la tua anima in tutte le chiese di Firenze»¹.



¹ Vladimir Nabokov, Disperazione, Adelphi, Milano 2006 (pag. 144-5)
² Marek Belka, capo del dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale.

lunedì 24 agosto 2009

Visita a un'écrivain



Giovedì scorso son stato a trovarli. Lo faccio da anni ormai, dal giorno in cui colei che poi sarebbe stata mia moglie (che è nata a Montreux) mi regalò La vera vita di Sebastian Knight. Il cimitero di Clarens è un giardino vero e proprio, panchine incluse poste all'ombra di alberi secolari. Il mio preferito è un possente cedrus atlantica, gigante buono. Mi ha stupito trovare (non so se si vedono bene) alcune monete di euro, di franchi, di rubli posati in fondo alla tomba; la cartolina poggiata è un'immagine di San Pietroburgo con una dedica in cirillico. Quest'anno il troppo caldo mi ha impedito di star lì a lungo, seduto, a leggere alcune pagine dell'écrivain. Lo faccio ora e le prendo da quel capolavoro che è Il dono

«La formula triadica dell'esistenza umana: irreversibilità, irrealizzabilità, inevitabilità» (p. 131)

«La costante sensazione che i nostri giorni terreni siano solo argent de poche, monetine che tintinnano nel buio delle tasche, e che da qualche parte esista il vero capitale da cui finché siamo vivi dobbiamo saper riscuotere i dividendi in forma di sogni, lacrime di felicità, montagne lontane» (p. 209)

«Vide venire in direzione opposta alla sua una ragazza con una bottiglia di latte; somigliava un po' a Zina, o meglio: aveva una particella di quel fascino al tempo stesso peculiare e vago che Fedor Konstantinovic trovava in molte donne, ma con una pienezza particolare in Zina, di modo che tutte loro avevano con Zina una misteriosa affinità che lui solo conosceva, anche se non riusciva assolutamente a formulare i segni di quell'affinità [...] - e ora, voltandosi a guardare la ragazza e cogliendo una linea da tempo familiare, dorata, volatile, che si dileguò subito e per sempre, provò l'urto fugace di un desiderio disperato, il cui incanto e la cui ricchezza stavano proprio nell'impossibilità di soddisfarlo. Banale demone degli ardori da boulevard, non tentarmi con l'orribile cliché “è il mio tipo”. Non è questo, non è questo è qualcosa che sta dietro questo. La definizione è per sua natura finita, è il limite e confine, mentre io voglio il lontano, e al di là degli ostacoli (delle parole, dei sentimenti, del mondo) cerco l'infinità in cui tutto, tutto si riunisce» (p. 408).

«Provi a sentire il futuro fremito retrospettivo di un cuore altrui... Le si rizzeranno i più piccoli peli dell'anima! E in genere bisognerebbe farla finita con la nostra barbara percezione del tempo; sa, io mi diverto quando la gente comincia a dire che tra un trilione di anni la terra si congelerà, che tutto scomparirà se le nostre tipografie non verranno trasferite per tempo su un pianeta vicino. Oppure prenda la vecchia tiritera sull'eternità... Dio mio, all'universo è stato ormai concesso tanto di quel tempo che la data della sua fine sarebbe già dovuta arrivare: non ci si può ragionevolmente immaginare in nessun singolo segmento di tempo un uovo intero su una strada per cui passano all'infinito eserciti. Che sciocchezze! Il nostro fallace sentimento del tempo come di qualcosa in continua crescita è una conseguenza della nostra finitezza: trovandosi sempre al livello del presente, ne dà per scontato il costante innalzamento tra l'abisso d'acqua del passato e l'abisso d'aria del futuro. È per questo che l'esistenza ci appare come un'eterna trasformazione del futuro in passato (processo in realtà illusorio), come un mero riflesso delle metamorfosi materiali che hanno luogo in noi. In queste circostanze il tentativo di capire il mondo si riduce al tentativo di capire ciò che noi stessi abbiamo deliberatamente reso incomprensibile. L'assurdo a cui perviene il pensiero avido di sapere non è che un segno naturale della sua appartenenza alla specie umana, e sforzarsi di ottenere a tutti i costi delle risposte è come pretendere che un brodo di gallina dica coccodè. La teoria a mio giudizio più seducente - che il tempo non esiste, e tutto è una sorta di eterno presente, una luce radiosa che sfugge ai nostri occhi ciechi, - è un'ipotesi altrettanto estrema e disperata delle altre». (pp. 424-5)

Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi, Milano 1991

mercoledì 20 maggio 2009

Filistei e filisteismo

«Un filisteo è una persona adulta i cui interessi sono di tipo materiale e scontato, e la cui mentalità è formata dalle idee correnti e dagli ideali convenzionali del proprio gruppo o della propria epoca. Ho detto "persona adulta" perché il bambino o l'adolescente che può sembrare un piccolo filisteo è solo un pappagallino che imita i comportamenti dei volgari incalliti, ed è più facile essere un pappagallo che un airone bianco [...]
Il filisteismo è internazionale. Lo troviamo in tutte le nazioni e in tutte le classi [...] Il filisteismo comporta non solo un insieme di idee correnti, ma anche l'uso di frasi fatte, luoghi comuni, banalità, espressi in parole sbiadite. Un vero filisteo non ha altro che queste idee triviali e da esse è totalmente composto [...]
Il filisteo nel suo appassionato desiderio di conformarsi, di inserirsi, di aderire è combattuto tra due aspirazioni: comportarsi come si comportano tutti, ammirare e usare questa o quella cosa perché è così che fanno milioni di persone [...]
Un filisteo non sa niente di arte, letteratura compresa, e non gliene importa niente - la sua natura è fondamentalmente antiartistica - ma cerca informazioni [soprattutto televisive]. Se è un filisteo maschio s'identificherà con l'affascinante dirigente o con qualunque altro pezzo grosso [...] se è un filisteo femmina - una filistea - s'identificherà con la segretaria biondo fragola, una snella ragazzina ma in fondo in fondo una madre, che sposerà quel buon ragazzo del principale [...]
Nel suo amore per l'utile, per i beni materiali, egli diventa facile vittima della pubblicità. Gli annunci pubblicitari possono essere bellissimi - alcuni sono molto artistici - non è questo il punto. Il punto è che tendono a rivolgersi alla fierezza del filisteo quando possiede cose [...] Il sontuoso filisteismo che emana dalla pubblicità non è dovuto al fatto che essa esageri (o inventi) la meraviglia di questo o quel prodotto di consumo, ma al suo suggerire che l'acme della felicità umana è acquistabile e che il suo acquisto nobilita in qualche modo l'acquirente».

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti, Milano 1994.

Il guaio non è tanto che tutti, più o meno, talvolta ci comportiamo da filistei. No, il dramma, soprattutto italico, è il filisteismo totale, onnicomprensivo e onnipervasivo, che consente al sommo Imbonitore di far credere che Cristo l'è morto da i' sonno.

mercoledì 15 aprile 2009

Tempo e spazio

La lettura di questo post notevole di Iliade XXIII su Filosofi e terremoti, mi ha riportato alla mente questo passaggio tratto da un libro che, ogni volta che lo leggo, sento crescere l'ammirazione, la soddisfazione e la gratitudine verso qualcuno che abbia potuto scrivere un simile capolavoro.

«Per Sebastian il tempo non era mai il 1914 o il 1920 o il 1936 - era sempre l'anno 1. Per lui i titoli dei giornali, le teorie politiche, le idee di moda non significavano più di quanto significasse la garrula nota stampata (in tre lingue, e con errori almeno in due) sull'involucro di una saponetta o di un dentifricio. La schiuma poteva anche essere densa e la scritta convincente - ma tutto finiva lì. Capiva perfettamente quei pensatori sensibili e intelligenti che non riuscivano a dormire a causa di un terremoto in Cina; ma, essendo l’uomo che era, non sapeva spiegarsi perché quelle medesime persone non provassero esattamente lo stesso spasimo di dolore e di ribellione al pensiero di calamità simili accadute tanti anni prima quanti erano i chilometri che le separavano dalla Cina. Tempo e spazio, per lui, erano misure della stessa eternità».

Vladimir Nabokov, La vera vita di Sebastian Knight, Adelphi, Milano 1992 (pag. 76)