Visualizzazione post con etichetta Giovanni Giudici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Giudici. Mostra tutti i post

sabato 25 giugno 2016

Cul-de-sac

«...Adieu, adieu! remember me».
Shakespeare, Hamlet, I, 5
Giovanni Giudici, Il male dei creditori, Mondadori 1977/1986
A proposito di Cul-de-sac. Mi ricordo che il film di Polanski - che vidi una sera tardi su Rai Tre molti anni fa - mi divertì molto. 

martedì 13 ottobre 2015

Frammento di politica

......
......
......
......
......

Il bruco contorsionista

e blatta e rospiciattolo
in quella sua merdosa gimkana di distinguo
per scartare il fetore
di tutti i morti ammazzati dalla sua parte

Che vedi - ti spiegavo

contarli a milioni non serve
perché anche immenso il numero è astrazione
mentre ogni vita presa ad una ad una
è irripetibile opera d'arte

La spia il delatore che tuteggiavo

per equivoco di buon cuore
quando sapevo che il mio dovere morale
con in pugno la Walther calibro nove lungo
era sparare.

Giovanni Giudici, O beatrice, Mondadori, Milano 1972

Il Senato s'è morto. Ammazzato.
Amen.

sabato 5 ottobre 2013

Descrizione della mia nebbia

Giovanni Giudici, O beatrice, Mondadori, Milano 1972
Prima giornata di autunno intenso, di quel nebbione che s'infila persino tra le mutande a inumidire il pelo ivi costretto. Vorrei parlare di sesso, ma parlare di sesso è noioso perché si raccontano sempre balle, mai si valicano i confini del proprio desiderio. Allora di cosa parlo, di politica? Più noioso che parlare di quella cosa che farebbe con essa rima se politica non fosse una parola sdrucciola, ma piana. Sono perso, non ho filosofie da spiegare, a meno che filosofia non sia stato quel leggero tirarsi su la maglietta tanto quanto basta da scoprire la pelle del tuo fianco sinistro. Chi è quel tu? Mistero fitto, più della nebbia, ma cazzo quanto avrei voluto, abbracciandoti, metterti la mano lì. Non potevo, sono cose che non si fanno e ti saresti più stupita di me, che stupido sono, se ci penso. Sicché ho preso l'auto, pioveva anche, ma ho regolato la velocità dei tergicristalli al minimo

così da avere l'impressione che le lacrime restassero all'esterno. Lacrime? No, magari fosse facile piangere a comando, fare uscire la nebbia che si ha dentro. Ciò nonostante ho detto lo stesso basta, «paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo», sono un superficiale, se penso oggi a Lizzani, come pensai ieri a Monicelli e ieri l'altro a Primo Levi (un abbraccio forte a tutti) oddio, no, ho le vertigini, esco restando dentro, muoio la mia vita in modo innaturale, succo di mirtillo e noce di burro buono alla mattina, ché vivere la morte mi fa venire il torcicollo. E se un giorno o l'altro torna il sole me lo prendo.

mercoledì 9 gennaio 2013

Il prezzo del sublime


Mi domandi se potrai.
Mi domando se potrò.
Io sarò – non sarai.
Tu sarai – non sarò.

Per noi sarà quello che non potremo.
Quello che non saremo su noi potrà.

Non-tu non-io noi -remo.

Ma contro la specie che siamo orgoglio estremo
verbi avvento al cliname[n]
che ci rotola a previste tane
umanamente inumane
persone del futuro seconde e prime.

Io -rò.
Tu -rai.

Il niente

è il prezzo del sublime.

Giovanni Giudici, O Beatrice, Mondadori, Milano 1972

Ci sono vicino, anche se il mio niente è pieno di cose da fare. Cose che reputo piene di sostanza, come andare al lavoro, o l'andare in palestra, o in biblioteca, o al supermercato, o al bagno turco, mi nientificano costantemente, in una continua dispersione di cellule. Certo ho uno stipendio, il culo sodo, la mente acculturata, la dispensa moderatamente piena, la pelle detersa, tutte cose che mi accompagnano serenamente verso un sano niente invecchiante.
Poco fa, su twitter, mi sono nuovamente incantato davanti ai tweet e alle foto di Flavio Briatore:

Ecco, Briatore è già a letto a Malindi e io invece son qui, più o meno all'altezza del 43° parallelo Nord, che invece di far crescere palme, brucio querce e castagni, per scaldare il mio niente e sentirmi lo stesso sublime ad un prezzo nettamente inferiore.

venerdì 28 dicembre 2012

Con lei

Con lei era difficile. Ma non rimpiangere
il giugno lontano, la parola cuore,
i denti come perle duri sul bacio inesperto,
la mano timorosa, il contemplato pudore.

A ripensarci, lei era poco più d'una sciocca,
oggi diresti che la mette giù dura,
e molto meno ti chiede colei che ripete:
cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca.

Giovanni Giudici, La vita in versi, Mondadori, Milano 1965.

P.S.
Non badate alla data di pubblicazione e non pensate all'inflazione, né alla “vecchia” lira; i versi finali sono molto corrispondenti alla realtà: il ragioner Spinelli, infatti, ne sa qualcosa.

domenica 20 maggio 2012

Il verbo fu dopo la cosa

Il verbo màinomai greco uguale
a do di fuori non capisco più niente
non rispondo di me reggetemi se no
rompo tutto o non so

cosa farò – tre sillabe
per forza d'ortografia
per un accento tenute insieme – ma
inomai sguscia via

sfascia il dittongo scatta l'estremità
molla di trampolino
la solitaria sillaba innocente
scherzo nell'aria va

il verbo màinomai parente
di un mad inglese (madding) dell'italiano
matto semplicemente
nei casi meno gravi una manìa

madre mattana che strazia d'allegria
sul mà di màinomai aurorale
uno che vuole volare
e sul selciato si spacca il mento

bocca chiusa senza lamento
in fondo al vuoto cercato per una futile rosa
matto è chiamato – e la sorda
dentale ricorda

che il verbo fu dopo la cosa

Giovanni Giudici, “Il verbo màinomai”, in Autobiologia, Mondadori, Milano 1969

sabato 25 febbraio 2012

Pensami nella mia camera ingombra del mio niente

Dice: ti cullo il bambino perché
anch'io sono un bambino - ma è assurdo.
Non può avere la voce uno che non è qui
né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.
Pure il bambino vero tace se resto in ascolto
della sua finta voce nella mia finta pace.
Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:
mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.
Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.


Gli posso far pensare ogni pensiero che voglio:
lei pensa che io penso - mi penserà.
Pensami nella mia camera ingombra del mio niente.
Pensami nel mio niente carico di tutto.
Di me diranno che ho visioni che sono magra.
Di me diranno abbia cura della salute.
Ma tace il bambino vero se resto in ascolto.
Tace se resto in ascolto il tic-tac dell'orologio.
Mi ha detto non avere paura non è quello il tempo vero
non guardare non toccare le vene sulle tue mani.


Giovanni Giudici, Autobiologia, Mondadori, Milano 1969* [tale componimento è il secondo di una sezione interna alla raccolta dal titolo La Bovary c'est moi]


Sarebbe interessante sperimentare un incontro tra due persone, più o meno sconosciute, più o meno coetanee, più o meno uomo e donna, in un bar con sala non troppo frequentata, un caffè e una minerale, magari qualche cioccolatino, avendo premesso che, poniamo nella mezz'ora dell'incontro, le due persone restino zitte una ventina di minuti, solo guardarsi, anche da vicino, le vene delle mani per esempio.
Venti minuti di silenzio. 
Certo, l'uno/a non ha l'obbligo di guardare in continuazione l'altra/o, si può guardare anche fuori, la gente che passa, il barista che prepara caffè e cappuccini. Venti minuti così e poi, senza nessuna ragione apparente, parlare ciascuno 5 minuti di fila, a turno, di quello che è stato pensato nei precedenti venti minuti, qualsiasi cosa, forse allora occorre un taccuino dove prendere nota, non sia mai dimenticare cose importanti.
M'è venuto in mente questo pensando a quando càpita di salire su mezzi pubblici non troppo affollati, in cui ci si siede e ci si trova davanti a persone con le quali si scambiano tranquilli sguardi, magari abbozzando sorrisi che, però, restano lì, sospesi a mezz'aria, senza nessun costrutto. Se andassimo oltre questi convenevoli tra umani ed entrassimo, eccentricamente, subito in contatto, parlando non di politica, ma di desideri, di cosa veramente in quel momento ci piacerebbe fare, ammesso e non concesso di sapere cosa si vorrebbe fare, cose non incresciose, non necessariamente legate alla sfera sessuale, anche se - sono consapevole - molti di noi potrebbero ricadere facilmente su quella, va bene, ma dando per buono che nessuno, parlandone, abbia la pretesa che l'altro sia costretto ad esaudire tali desideri, a dare credito a certe fantasie.
Chissà, forse potrebbe venir fuori un: «Ho voglia di andare a raccogliere un tramonto insieme a lei» e sentirsi rispondere di sì; quindi - dopo aver cercato il punto giusto - disporsi seduti con il guardo rivolto all'orizzonte, silenti, in attesa di catturare l'ultimo raggio, sperando che sia verde.

martedì 6 dicembre 2011

Mi chiedi cosa vuol dire


Al Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, per conoscenza

Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un'altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c'è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

Giovanni Giudici, La vita in versi, Mondadori, Milano 1965

giovedì 15 settembre 2011

Amparo

via
Carezza delle mani che non è movimento
Delle mie mani sul tuo corpo ma  il tuo corpo
Pieno che lungo il confine le esclude
Fra il suo vallivo profilo e l'aria

E passano come l'immaginare
Al vero del quale fa impedimento
Della tua mente il separato pensare
Mentre in se stesso si attorciglia e si attorciglia

Il proponimento - di te
Vista e sapore e umore portarmi via
Tutta strapparmi addosso
A ogni senso la nuda parusìa

O vano seno di madre
Amparo of your thighs/sighs
Canestro del mondo e tomba - perciò
Ritentiamo

Giovanni Giudici, Lume dei tuoi misteri, Mondadori, Milano 1984

martedì 31 maggio 2011

I segni della fine

I segni della fine posso imitarli,
raggrinzire sul dorso della mia mano
la cute in corte sierre - farle durare
gli attimi di pensare che saranno 
millenni per quelle decrepite cellule.

Ancora senza danno posso cogliere a volo
l'idiozia estro che un ghirigoro
in una piega del cervello lampeggia
e mi blocca
una chiusa di capillare irrorante.

Coltivo emiplegia, storta bocca,
disconnetto parole e utensili, chiedo
un coltello (per esempio) da bere.
O in un riflesso di vetrina mi so vedere
e subito

farmi ginocchia che male mi sorreggono,
discreto farneticare: l'ammazzo, mi ammazzo,
e uno che mi segua cauto, chiami guardie - ma no,
per dirgli subito poi, è lei che vaneggia.
E io irreprensibile, rispettabile - o

a une dieci di sera
da un artificio precipitare in realtà,
diventare, cullarmi americano ubriaco
e naturali rutti politica fluire,
mio cinema. E in amore

cedere a ogni previsto senile errore
o giovanile che è
uguale sia pure speculare - piatire,
non saper non tremare, amare una
nel contemplare il luogo dove passò.

E i poveri esercizi del corpo
e l 'acqua dove nuoto che ha luce d'obitorio
e io che ci scherzo là in fondo guardandomi
morto - per mia mania
di pareggiare biografia e biologia.

I segni della fine posso imitarli e allontanarli.
Io so che sono loro che imitano me.
Come la vita non si può modificare,
ma al prezzo di esserne ingannati
tuttavia ingannare.

Giovanni Giudici, Autobiologia, Mondadori, Milano 1969.

Sono imperdonabile. Una settimana fa è morto Giovanni Giudici, uno dei miei poeti preferiti, la cui voce ho subito sentito dentro come un richiamo da quando ho cominciato a muovere i miei primi passi nell'ascolto della poesia contemporanea - è morto Giovanni Giudici, dicevo, e io non me sono neanche accorto. Ah, ecco perché la settimana scorsa Nazione Indiana Il primo amore pubblicò una sua poesia, che lessi. Ma non ci feci caso al nesso. Già, il nesso. Un poeta è morto, uno dei nostri massimi del Novecento, e io non l'ho nemmeno salutato. Anche solo una requie. È trascorsa una settimana, lo faccio ora, ricordando quando comprai il mio suo primo libro, il succitato da cui ho estratto. Era l'89 o il 90, avevo poco più di vent'anni, in ritardo su tutto, anche sulla maturità (quella di carta: quella cosiddetta di carne e spirito ancora è da raggiungere). Così mi presentai da privatista, agli esami, il primo giorno, il giorno del tema di italiano, e io avevo con me, oltre a un dizionario, proprio questo libro. Non sapevo come, ma sentivo che qualsiasi fosse stata la traccia io, nel tema, ci avrei infilato dei versi autobiologici. Culo volle che il prof d'italiano fosse anch'egli estimatore di Giudici, mi prese l'edizione in oggetto per sfogliarla, con mezzo sorriso tra le labbra, e dunque, va da sé, qualsiasi cosa abbia scritto in quel momento, valeva doppio, bastava solo stare attenti ai congiuntivi.
Altro ricordo rapido: numerosi sono stati i versi di Giudici che ho spedito via posta vera, con carta busta e francobollo, ad alcune corrispondenti per captatio benevolentiæ. D'altronde non sapevo né so suonare la chiatarra, quindi mi arraggiangiavo come potevo, cercavo il mio spazio e tutto, tutto tutto dannatamente tutto (o quasi) per un bacio, o una mano che scendesse dentro i chiusi universi femminili (per un po' di pelo insomma).
Ecco, caro Giovanni, io sono qui a ricordarti, a dire al poco mondo che conosco che io ho letto la tua voce, ascoltato i tuoi libri, che ogni tanto li prendo e porto via con me. Sappi che ti voglio bene.
 

sabato 20 novembre 2010

La memoria dei sensi


Memoria dei sensi è presente.
Passato del futuro.
Futuro del passato.
Memoria è senso immediato.

Del lungo dolce sguardo che ha goduto
cerca il buio anteriore.
Sapore sulle labbra
e suono nelle parole.

Del lungo dolce corpo che ha toccato
insegue a ritroso il calore.
Aspetta chi mai gli riporti
la luce di quel minuto.

Esplora con le sue mani
su lunghe mani di morti
una intatta loro estrema gioia.
È storia della sua storia.

Memoria dei sensi è il niente.
Per sete finge di bere.
Ma solo non più vedere
sarà vederti per sempre.

Giovanni Giudici, Autobiologia, Mondadori, Milano 1969

[immagine tratta da A.D.]

venerdì 8 ottobre 2010

Radianze

Come talvolta immaginiamo
Il frattempo di un lontano -
Turbarti alle mie carte del mio odore
Oserai con la mente e con la mano


Cane di punta per cagna in tremore
Snidami in ogni senso amore caro -
E nella virtuosa perversione
Tutto il miele di me sperda l'amaro


Ascolta il respirare in uno sguardo
Tendi fisso l'orecchio al mio sapore -
Tocca il filo del gemito aspettato
Premi ogni mia parola al tuo palato


Lascia a chi arrida il trionfo del duro
L'adulta malizia del pelo -
Alzami al punto alto dov'è il futuro
Il salto al più rischioso vero


Stammi vicino in tutti i sensi amore mio
Mio esistere non veduto -
Chi parla al Vuoto parla a Dio
A un telefono muto.

Giovanni Giudici, Lume dei tuoi misteri, Mondadori, Milano 1984

sabato 25 settembre 2010

Sembiante



Da molti mesi un mesto sogno
Avevo da raccontarti
Nel quale tu mi comparivi
E io temevo di guardarti

Non con il viso tuo di quando
Già sento un grigio di tempesta
Negli occhi sommersi e spenti
Nel tuo distrarre la testa

Verso il paese senza luogo
E al punto che mai sarà
Quel punto uguale al suo contrario                        
Dove è stretta la verità

Eri in un chiuso vano e alto
Avevi un viso di dolore
Tu mi guardavi mi parlavi
Ma non udivo le parole

Benché volevo accarezzarti
Supplicarti - non far così
Mi fai piangere, assomigli
Senza il sorriso ad Arletty

Perdona la mia paura
Mio solo grande peccato -
Per quell'inezia che divide
Ciò che non è da ciò che è stato

Ma le mie mani erano aria
Non ti potevano tenere -
Del sogno restò soltanto
Un sale di lacrime vere

Con te nel chiuso vano e alto
Da me volata via -
Io nel mio letto steso e stanco
Fra l'enigma e la bugia.


Giovanni Giudici, Lume dei tuoi misteriMondadori, Milano 1984

domenica 11 luglio 2010

I vicari

Quel pomeriggio che mi dovevano esaminare

Sulle principali verità della fede

Superata ogni prova preliminare

Ero vicino al giudizio più alto


Ti interrogherà – dissero

Non proprio Gesù Cristo né il suo vicario che è il Papa

Ma il Cardinale vicario del vicario

E se lui anche dovesse mancare


Sempre al suo posto c'è un quarto

Rosso e nero talare –

Vieni, noli timère

Rispondi calmo senza mangiarti le parole


Mi domandò se prima che Mosè

Promulgasse i Dieci Comandamenti

Il mondo era dunque una giungla

Di ruberie bugie e ammazzamenti


Un trabocchetto – subito me ne avvidi

Sicché con occhio furbetto di sguincio

Guardando al Padre prefetto che mi scortava

Benché un po' di baruffa mi sembrava


Gli dissi la risposta che avevo imparato –

Oh no, monsignore

I Dieci Comandamenti erano ancora da venire

Ma già li avevano nel cuore


Però nel coro delle ammirate approvazioni

Inebriato mi posi a considerare

Che se un qualche canonico impedimento

Li avesse tolti di mezzo provvidenziale


Un dopo l'altro – Vescovo e Cardinale

E finalmente il Papa – chi c'era più

A chiudermi la strada per arrivare a parlare

Col nostro signore Gesù.


Giovanni Giudici, Il ristorante dei morti, Mondadori, Milano 1981.

giovedì 6 agosto 2009

I fornicanti

E là i furtivi fornicanti
Ascesi dall'ascensore
L'ultima rampa a piedi sospiranti
Speranzosi chissà se mai l'amore -

Lui discreto ma pimpante
Architetto del grande piano
Lei col cuore già alle gambe
Lui sussurrante ecco ci siamo

Giovanni Giudici, Lume dei tuoi misteri, Mondadori, Milano 1984

domenica 5 luglio 2009

Corpo

Corpo - io non ignoro
la tua pietà.
Io - che senza posa esploro
il tuo pensarti e pensare.
E al fondo dell'immenso mare
paragono il tuo fondo:

quel che in te e di te
viaggia oltre questo apparente
esser fermo in un luogo o su un letto
e si modifica - sostanza del tuo aspetto
oltre questa apparente
tua identità.

Corpo - di odore e calore,
di fuoco, di luce e di vapore.
Corpo - votato alla cenere
e all'inconsistenza solitaria di sé.
Tu che per darti non puoi non bruciarti.
Tu che non puoi aggrapparti all'attimo che ti ama.

Corpo - curiosità
animalmente inerme che si fruga
in un gioco di bambini fra le siepi.
Corpo - che in altro corpo si verifica
e in esso è bramoso di specchiarsi,
di stamparsi con un'impronta di tremore.

Corpo - chiusa monade
se spranghi le porte e finestre dei tuoi sensi.
Corpo - spogliato e illuminato.
Corpo - di luna e di sole.
Corpo - silenzioso e paziente.
Corpo - che nessuno sguardo ha ricordato.

Corpo - quando deborda
oltre gli stretti confini della mente
e naviga verso la sua propria distruzione.
E per un'ombra, una ruga minima sul ventre
o un tratto sgraziato del piede dichiara
la sua melanconia irrimediabile.

Corpo - offeso e adorabile.
O puro spirito.

Giovanni Giudici, O beatrice, Mondadori, Milano 1972.

mercoledì 27 maggio 2009

En honneur de

Selva piccola autunnale
E corona a un rosso sole
Assaporo il tuo sapore
Madremare con più sale

Alle dita il tuo tepore
Liscio sguscia umida sera
Mio respiro è il tuo odore
Lingua tacita e segreta

Di pensieri ti circonda
Ognuno dei cinque sensi
Alla duplice colomba
Del tuo seno li dispensi

Poi ti volti e sei la luna
Bianco pane del tuo dorso
Solco e filo che risalgo
Alla dura intatta cruna

Alla gloria dei capelli
Al bel gelo che mi fende
Dai tuoi occhi alla tua bocca
Che mi pènetra e mi prende

Che non sono più me stesso
E in te sola mi converto
Nel tuo corpo nel tuo pari
Perdo il segno del mio sesso

Nella pace del tuo altare
A cui prego genuflesso
Nella perla del tuo volto
Nel pulsare del tuo petto

Buia tana vegetale
Nella morte del tuo odore
Ti conosco mi conosco
Nell'amaro del tuo sale

Giovanni Giudici, Il ristorante dei morti, Mondadori, Milano 1981

P.S. Una delle più belle poesie d'amore del Novecento. Da leggere sottovoce a chi si ama, prima dei pasti.

martedì 12 maggio 2009

La vita in versi

Metti la vita in versi, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d'accordi. E gli astanti s'affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime - l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l'essere è più del dire.

Giovanni Giudici, La vita in versi, Mondadori, Milano 1970