giovedì 31 dicembre 2009

Emotivismo etico

Al Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, eletto «Uomo dell'anno» dalle prestigiose firme del Sole 24 Ore.

Un uomo scrive una lettera all'ufficio imposte dicendo:
«Non riesco a dormire perché vi ho mentito. Ho dichiarato un imponibile troppo basso. Pertanto, allego alla presente un assegno di centocinquanta euro. Se continuo a non riuscire a dormire vi farò avere il resto».

T. Cathcart, D. Klein, Platone e l'ornitorinco, Rizzoli, Milano 2007

Collezionismo invidiabile

Nonunacosaseria propone dei gustosi titoli dell'amore. Fossi la Panini ne farei delle figurine adesive da collezionare in appositi album.

mercoledì 30 dicembre 2009

Il poeta servo

Ho preso
la mia fatica
come un peso
e la porto.

Voi che da mille anni
portate il male del mondo
e ne ridete
e ne morite

perdonate se vado così solo,
se vado lento
se non ho canto:
sono un servo
di molti padroni.

Lontani non pensano a me.
Non sanno
che li tradisco.

Non sanno
che moriranno
prima di me.

E se sparisco
l'odio il riso l'inganno
che mi han cresciuto in cuore

saranno queste parole d'amore
verità senza dolore
aria libertà.


1953

Franco Fortini, Una volta per sempre (Poesie 1938-1973), Einaudi, Torino 1978

martedì 29 dicembre 2009

Vento futuro

In chiusura di un suo delizioso post, Phastidio scrive:

«Di fronte a questi peti seriali che perseveriamo a chiamare articoli e giornali, c’è solo da sperare che la palingenesi arrivi in fretta, per porre fine a questo chiacchiericcio decadente, a questi opposti idiotismi. Ascoltate la rassegna stampa di GrParlamento, la mattina, magari quando vi recate al lavoro: capirete perché per questo paese la prognosi appare infausta».

Dipoi, a margine della sopraffine analisi metabloggologica di Galatea, mi pare doveroso segnalare che gli eventuali «peti seriali» dei blogger, in confronto a quelli degli «articoli [di] giornale» sono almeno gratuiti e non finanziati pubblicamente. E poi, per dirla tutta, sono peti molto più ‘profumati’.

lunedì 28 dicembre 2009

Avventurandosi da soli nell'incognito



Aggiunta sulla credenza


«Una credenza non è una religione, soprattutto non nel senso che siamo abituati a dare a questa parola nell'orbita del cristianesimo. Si è, tuttavia, portati a chiedersi se la formazione di una credenza comune, e il suo ascendente sulle coscienze, non siano fenomeni analoghi a quello per cui una comunità si forma i suoi dèi. Il sibogno sembra essere il medesimo: ai limiti del pensabile (e dell'immaginabile) urtarsi a qualcosa che resista al pensiero, che non si possa non pensare e non sentire, in comune, del mondo. Segno del sacro non è forse il limite che l'individuo di fatto rispetta nel suo comportamento, oppure che viola sapendo di violarlo, avventurandosi così da solo nell'incognito? Rimane che il dissolversi delle credenze ragionevoli e umane - la “morte di Dio” - mentre è causa di scoramento e di aggravata solitudine per l'individuo, suscita nella società i falsi dèi, e che i falsi dèi costringono a interrogarsi su quali siano i veri e come si riconoscano».

Nicola Chiaromonte, Credere e non credere, Il Mulino, Bologna 1993 (pag. 124)

Ballata dello psicolabile

Giornalettismo pubblica questo mio vaneggiamento.
Buona lettura, se vi va (e se sì, speriamo vi piaccia).

P.S.
Un bacio a Madda per la citazione iniziale deandreiana.

Segnalazione filosofica

Sono onorato di aver “ispirato” tale superba meditazione filosofica.

P.S.
Se potete, provate a rispondere alla domanda finale di Alex, ch'io non ci sono riuscito, ohimè...

domenica 27 dicembre 2009

La morte dello Shah


«Ogni puledra del regno

Che lo Shah d'Iran desiderasse
Se la faceva portare con l'elicottero dall'esercito,
Dritto a palazzo.
Stavolta era la figlia di uno dei suoi ministri, che gambe,
una dea.
Lo aspettava in una camera.
Era di pomeriggio.
Ricordo montagne di caviale prima di cena
In una tenda sontuosa al lume di torce,
La splendida casa di una donna anziana, una principessa,
Tre servi per ospite,
E un uomo che si finse così ubriaco che non stava dritto.
E si mise ad accusare lo Shah.
E tutti sapevano che era una spia dello Shah.
Dei dottori newyorkesi (fra cui il mio)
Furono spediti in Messico per un consulto.
Non gli fu permesso di visitare lo Shah.
Solo chiedergli come stava.
Il futuro della psicanalisi
È una psicologia di superficie.
Stai sull'esterno, restaci.
Il mio povero analista
Un ictus lo ridusse a bambino bisognoso.
Quanto alla vita interiore: ci pensi la domestica».

Frederick Seidel, Complete Poems 1959-2009, Farrar Straus & Giroux, New York 2009, pagg. 408, $ 40,00

(estratto della poesia tradotto da F. Pacifico e pubblicato sulla Domenica del Sole 24 Ore del 6 dicembre 2009)

sabato 26 dicembre 2009

Ci vorrebbe Salomone

Eschaton mi conduce a un'ulteriore lettura girardiana dell'attualità politica italiana¹.
Il suo post Primo sangue, infatti, chiama in causa René Girard con una persipicace riflessione di questi su come il Sistema Giudiziario sia l'unica tecnica moderna disponibile per porre freno alla terribile catena della violenza e della vendetta.
Sappiamo, infatti, che ogni reciprocità violenta non può, nella nostra epoca, trovare uno sfogo espiatorio definitivo che riconcilii le parti contendenti, dato che la Violenza è uscita dal recinto del sacro. La Croce è stato l’ultimo serio tentativo politico di riconciliazione e Caifa, il più fine esempio politico (vedi come si riconciliarono bene sia Erode che Pilato! Lc, 23,12). Di più: oggi la lotta si fa, giocoforza, a colpi di vittimismo: io sono più vittima di te, sei tu che mi aggredisci eccetera. Tutti vogliono incarnare “la vittima” o, perlomeno, possederne lo scettro. Tanto che Satana oggi, se si seguono bene gli sviluppi dell’ultimo Girard, ha un solo unico modo di poter “gestire” il potere nella moderna società liberal-democratica: ossia quello, appunto, di “fare la vittima”. Il sistema giudiziario è parte di questo gioco; nessun Salomone [1.Re, 3,16-28] si vede all'orizzonte che mostri chiaramente, alle parti in lotta, chi ha torto e chi ha ragione, anche compiendo il gesto estremo di tagliare a metà l’infante conteso. Solo allora, forse, una “buona prostituta” si affaccerà alla ribalta disposta a rinunciare al figlio purché il bambino viva. E solo a questo punto si riconoscerà a chi apparteneva veramente il figlio, ovvero chi veramente ha ragione e chi torto.
Ma chi è oggi, in Italia, autenticamente disposto a questo estremo sacrificio?

¹Vedasi l'articolo che scrissi per Giornalettismo

Una lezione di storia politica

Un accrescimento di coscienza civile passa, per me, attraverso la lettura di certi particolari post, come questo di Malvino.

P.S.
Consiglio di leggere anche i commenti di risposta.

venerdì 25 dicembre 2009

Machine à évasion



La finanza creativa di Giulio Tremonti tenta persino gli integerrimi francesi. Beh, il nostro Ministro dell'Economia ha sbancato il casinò, ma una sana pruderie farebbe dire che tali soldi hanno un odore abbastanza insopportabile e che, a medio lungo termine, tali vincite non potranno, necessariamente, ripetersi.

Un dono inaspettato

Stamani mi sono alzato è ho trovato sotto l'albero questo splendido regalo.
Grazie Aubreymcfato

giovedì 24 dicembre 2009

La solitudine senza Dio

«Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v'è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l'ossidiana. L'allegria ch'essa può dare è indicibile. È l'adito - troncata netta ogni speranza - a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo - definitivamente - che Dio non c'è e non esiste».

Giorgio Caproni, INSERTO (1973?), Il franco cacciatore, Garzanti, Milano

lunedì 21 dicembre 2009

Per citare un versetto

Ecco l'articolo¹ finalmente. Fu scritto mercoledì. Spero non siano considerazioni scadute. Soprattutto spero di esser stato più plausibile di Langone.
Buona lettura, se vi va.

¹Sempre su Giornalettismo.

sabato 19 dicembre 2009

Passare attraverso l'eternità

«Possiamo ridurci a uno stato di panico abietto cercando di immaginare l'infinito numero di anni, le infinite pieghe di scuro velluto [...], in una parola l'infinito passato, che si estende sul lato negativo del giorno della nostra nascita? Non possiamo. Perché? Per la semplice ragione che siamo già passati attraverso l'eternità, che già una volta non siamo esistiti e abbiamo scoperto che questo néant non contiene assolutamente alcun terrore. Quello che stiamo ora cercando (senza successo) di fare, è colmare l'abisso che abbiamo attraversato senza incidenti con terrori presi a prestito dall'abisso dinanzi a noi, il quale abisso è preso a prestito esso stesso dall'infinito passato. Viviamo così in una calza che sta per essere rovesciata, senza che noi sappiamo con certezza a quale fase del processo corrisponde il nostro momento di consapevolezza».

Vladimir Nabokov, Bend Sinister, [tr. it., di Bruno Oddera, I bastardi], Rizzoli, Milano 1967.

venerdì 18 dicembre 2009

Corroborante...

... zabajone.

Auschwitz, rubata la scritta “Arbeit macht frei”. Al suo posto verrà messo “Il nostro dolore non sarà invano”.

Comunicazione

Avevo annunciato l'uscita di un mio articolo su Giornalettismo. Per varie ragioni redazionali sarà pubblicato solo lunedì. Mi rincresce ché per una volta sfioravo un tema poco “inattuale”! Ma tant'è.

giovedì 17 dicembre 2009

Limpida mezzanotte



Freddo che taglia le mani e le guance, stanchezza per varie cose, inquietudine, rapido sguardo al decennio passato, un Blob capolavoro stasera (A sangue freddo¹), la voglia di recuperare in letture, in commenti, ma basta: a volte è necessario ripigliare fiato.

Anima, è l'ora tua, per il libero volo nell'ineffabile,
Via dai libri, dall'arte, il giorno cancellato, la lezione finita,
Tutta ne emergi, e in silenzio scruti, considerando i temi che più ami,
La notte, il sonno, la morte e le stelle.

Walt Whitman, Foglie d'erba

¹Credo che il video di tale puntata sarà disponibile domani sul sito.

mercoledì 16 dicembre 2009

Cattivi lettori

Essere cattivi lettori di René Girard è facile. Facile lo sia anch'io (domani ci provo con una mia "lettura girardiana" su Giornalettismo). Tuttavia, mi permetto un leggero moto tracotante: ciò che scrive Langone è una grande puttanata giustificabile solo se non si rendesse conto di averla scritta (come è "facile" immaginare).
Bisognerebbe qualcuno facesse notare quanto queste letture neoclericali rendano cattivo servizio a una grande teoria.

«Essere vittima di un'illusione significa prenderla per vera, ed essere di conseguenza incapaci di segnalarla in quanto illusione».

René Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, Milano 2001

lunedì 14 dicembre 2009

Essere vittima conviene

«La preoccupazione moderna per le vittime è diventata la paradossale posta in gioco di rivalità mimetiche contrapposte, di sempre nuovi rilanci in concorrenza fra loro. Le vittime più degne di attenzione per noi non sono, infatti, quelle intese nel senso più generale, bensì quelle che ci permettono di condannare i nostri vicini. E costoro ci rendono la pariglia pensando soprattutto alle vittime di cui ci considerano responsabili».

René Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, Milano 2001


Spero di riuscire a buttar giù presto un articolo per Giornalettismo partendo da questa frase girardiana.

domenica 13 dicembre 2009

Probabili parentele


[S.T]

Io sono ancora aurora è già il tramonto
dice su me che il giorno è per finire
non sono ancora nato e già morire
io devo al tempo che à invertito il conto.

Tu Dio non farmi male. E se soffrire
io dovrò ne lo strappo e poi nel tonfo
fammi subito intero risalire
a baciarti nel volto de l’incontro.

Là non sarò più morto. Ma fiorire.

VIOLENZA DI VIOLA

Tu violenza di viola che volando
volgi avvento di vento a velo e viso
stipula nei tuoi petali lo scampo
che su l’ultimo gelo instauri eliso.

Sale Sirio inseguito dal tuo vanto
e l’estuario del fiume à l’elmo alliso.
Non sconvolgere l’erta: vienmi accanto
non distruggere delta: dàmmi riso.

Ferdinando Tartaglia, Esercizi di verbo, Adelphi, Milano, 2004.

Ringrazio Rebstein dal quale ho colto questi versi (per far prima). Secondo me Massimo deve avere una qualche parentela con Ferdinando.

Ogni uomo è sposa di se stesso

«Maeterlinck dice: Se Socrate esce di casa oggi troverà il sapiente seduto sulla sua soglia. Se Giuda esce stasera i suoi passi lo porteranno verso Giuda¹. Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l'altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini. Ma sempre incontrando noi stessi. Il drammaturgo che ha scritto l'in-folio di questo mondo e l'ha scritto male (ci dette prima la luce e il sole due giorni dopo), il signore delle cose quali esse sono che i più romani tra i cattolici chiamano dio boia*, è senza dubbio tutto intero in noi tutti, palafreniere e beccaio, e sarebbe anche ruffiano e becco se non fosse che nell'economia del cielo, predetta da Amleto, non ci sono più matrimoni, poiché l'uomo glorificato, angiolo androgino, è sposa di se stesso».

*In italiano nel testo

James Joyce, Ulisse, Meridiani Mondadori, Milano 1997 [traduzione di Giulio De Angelis, 1960 (p. 292)]

¹M. Maeterlinck (1862-1949), La Sagesse et la destinée, Paris 1908. Citazione libera di J.J. Il testo dice esattamente: «Si Judas sort ce soir, il ira vers Judas et aura l'occasion de trahir, mais si Socrate ouvre sa porte, il trouvera Socrate endormi sur le seuil et aura l'occasion d'être sage».

sabato 12 dicembre 2009

Una breve ris-post-a

Cerco di rispondere alle domande di Paolo a commento di tal precedente post.

Riguardo alla religione che si vuole fondata sui Vangeli: a mio avviso, proprio nel dissolvimento si realizzerebbe il suo compimento. Ogni “resistenza” religiosa all'apocalisse (rivelazione) è anti-cristiana, dunque – per un cristiano sui generis come me – anti-umana. Essendo Gesù Cristo solo un esempio di compiuta umanità (il Figlio dell'Uomo).

Riguardo alla fede: ogni fede detta è contraddetta. Ogni fede dichiarata è sbugiardata. Il fedele è un tipo nascosto, deve credere senza dirlo, senza – se fosse possibile – nemmeno pensarlo. Credere con tutto il cuore infonde troppa sicurezza; ma la fede vera è non fede, è incertezza, paura, tentennamento, sbandamento, attesa vana d'un rayon vert all'orizzonte.

Io non mi permetto di schernire nessun credente soi-disant. Mi permetterei di diffidare di me stesso se così fossi. Io non credo, dis-credo. Chi aiuta a credere? Egomen. Chi a discredere? L'Altro¹.

Il Papa è vertice, struttura, Principe di questo mondo. Poco pontefice è il pontefice. Più che ponti costruisce confini. Solo forse negli occhi degli ultimi giorni wojtyliani un barlume di pontificato, di luce vera d'uomo s'è intravista, nel mostrare al mondo la sconfitta del corpo e nel richiedere di essere se stesso, di adempiere le proprie volontà fino in fondo.

Riguardo ai “credenti addottorati”: vorrei dirti, facilmente, la verità vi renderà liberi, ma sulla parola verità ci sono troppi fraintendimenti, è meglio, molto meglio lasciarla in disparte anch'essa, come una fede. Aletheia disvelamento mi piace di più, anche perché molte le cose ancora da scoprire e conoscere nell'universo, così tante da rimanere senza fiato. Sono tuttavia molto attaccato a questi versetti evangelici (Luca, 8, 16-18) «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c'è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere».

E tutto questo perché, in un certo senso, per me – come canta Paolo Conte in Madeleine – «tutto il meglio è già qui, non ci sono parole per spiegare ed intuire e capire Madeleine, e casomai per ricordare; tanto, io capisco soltanto il tatto delle tue mani e la canzone perduta e ritrovata come un'altra, un'altra vita».


¹Rifò il verso a Stephan Dedalus (nell'episodio della Biblioteca) nell'Ulisse di J.Joyce

venerdì 11 dicembre 2009

Gioca coi fanti



Qualcuno suggerisca all'onorevole Cicchitto di lasciar stare i “santi” (della patria); toccare, da profano, testi sacri può provocare effetti nefasti, come bene spiega nonèunacosaseria.

giovedì 10 dicembre 2009

Versi anarchici

Alla patria

Laida e meschina Italietta.
Aspetta quello che ti aspetta.
Laida e furbastra Italietta.

Ahimè

Fra le disgrazie tante
che mi son capitate,
ahi quella d'esser nato
nella «terra di Dante».

Giorgio Caproni, “Anarchiche o fuori tema”, Res Amissa, Garzanti 1991.

mercoledì 9 dicembre 2009

La società ci sfugge

«Il problema teorico al quale un liberale come Hayek deve far fronte è quello dell'articolazione fra due forme di autonomia. L'autonomia dell'individuo moderno, prima di tutto, liberata da tutti i legami di subordinazione tradizionale, al sacro, allo Stato, alla totalità sociale. In seguito, l'autonomia del sociale che non significa che gli uomini hanno il dominio sulla società, ma tutto il contrario: la società sfugge loro, essa sembra dotata di una propria vita, estranea a coloro che tuttavia la compongono. In rapporto agli individui, quindi, questa autonomia è quella tradizionale e in filosofia politica viene chiamata eteronomia. Il contrasto in rapporto all'artificialismo proprio delle altre tradizioni, liberali o meno, non è troppo apparente.
Gli uomini costruiscono (o piuttosto “agiscono”) la loro società - è la prima autonomia; ma non sanno ciò che fanno, né come lo fanno - ed è la seconda autonomia. Da una parte, l'affermazione liberale della sovranità dell'individuo in rapporto all'invasione della società; dall'altra il riconoscimento, proprio del conservatorismo e del tradizionalismo, del fatto che la società è “al di sopra” degli individui e che essa è una condizione indispensabile del loro sviluppo e della loro stessa esistenza. Il paradosso è proprio là. Queste due “autonomie”, nel senso ordinario del termine (indipendenza) si riconciliano nel senso tecnico che la parola assume nella teoria dei sistemi di auto-organizzazione, o semplicemente, nella teoria degli automi. Poiché si capisce bene che questo paradosso è lo stesso di quello che consiste nel concepire un automa, cioè un essere che ha il principio del suo movimento in se stesso; un essere che sia causa di sé, incondizionato.
Hayek ha saputo della soluzione che il grande matematico John von Neumann, l'inventore della teoria matematica degli automi, ha trovato per questo paradosso. Nel 1948, in un simposio [...] che appare retrospettivamente come uno dei momenti fondatori delle scienze cognitive, von Neumann espose tale soluzione, sotto forma di congettura. Rispondendo a Warren McCulloch, uno dei padri della cibernetica, egli criticava il percorso costruttivista di questa introducendo sulla scena scientifica la nozione di complessità. Data una macchina elementare, è più semplice descrivere ciò di cui è capace, che descrivere la macchina stessa. Al di là della soglia critica di complessità, sarebbe vero il contrario; sarebbe più facile, infinitamente più facile concepire la macchina che descrivere completamente il suo comportamento. Von Neumann fondava la sua congettura sul caso della macchina ricursiva capace [...] di produrre un insieme non ricursivo, quindi infinitamente più complesso di se stessa. Quello di cui è capace un oggetto complesso è (infinitamente) più complesso dell'oggetto stesso. La matrice è (infinitamente) superata dalla sua discendenza [...] Essere complesso significa essere in grado di rendere le cose complesse. Così von Neumann risolveva il paradosso quasi teologico dell'uomo che concepisce un automa. Essendo l'automa complesso, per definizione, la creatura sfugge al creatore».

Jean-Pierre Dupuy, Il sacrificio e l'invidia. Liberalismo e giustizia sociale, ECIG, Genova 1997

Stasera, dopo la lettura di vari post sparsi nel mio segnalibri a fianco, ho aperto questa pagina (un po' lungotta come citazione, scusate) e ho dovuto riportarla.
Ispiratori sono stati: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8. Ma soprattutto, ispiratore è stato questo strano senso d'impotenza, una sorta di pessimismo cosmico che parte dalla mia piccola miseria, che si estende a quella più grande italiana, e che s'incaglia in quella terrestre: gli occhi si alzano al cielo (sereno stanotte, stellato, freddo che taglia le guance) e vedo quello che il cielo stellato mi offre al replay di una velocità talmente lenta che il mio pensiero (il nostro) al confronto è una Ferrari. Cazzate stellari, mi fermo ch'è meglio.

martedì 8 dicembre 2009

All'origine di un nome

«Ma è possibile che a nessuno interessi – intendo dire: né al procuratore generale, Antonino Gatto, né al presidente della Corte d’Appello, Claudio Dell’Acqua – cosa cazzo pubblicizzassero quei cartelloni per i quali si muove in prima persona un capomandamento? Zero, la questione cade, e si passa ad altro»

Un grande Malvino.

Remainder

«La massima parte dell'uomo non è inventariata. Dell'uomo possiamo enumerare molte parti: è sociale, professionale, politico, settario, letterario, appartiene a questo o quel gruppo o corporazione. Ma una volta effettuato il censimento più esauriente, ne avanza ben più di quanto una lingua possa dire. E questo resto [remainder] è quel che interessa. A esso parlano il predicatore e il poeta e il musicista. Su di esso influisce il grande genio: la regione del destino, dell'aspirazione, dell'ignoto. Ah, per meschini che siano giudicati dal mondo, essi hanno la segreta convinzione di essere immensamente ricchi di aspettative e di potere. Nessuno ancora ha mai scalzato questo sé adesivo per poter intravvedere un barlume o formulare qualche congettura sulla terribile Vita che si cela sotto di esso».

Ralph Waldo Emerson, Diari¹

¹ Citazione trovata in Harold Bloom, Agone, Spirali, Milano 1985

lunedì 7 dicembre 2009

Altero galoppante



O Ministro Altero, con questa potrò andare a centocinquanta?

Il gene trombante

Purtroppo non è ancora reperibile online in italiano l'articolo di Desmond Morris («Io perdono il traditore Tiger Woods») pubblicato da Repubblica di oggi. A me sembra molto debole come argomentazione, ma vorrei il parere di un esperto come Fabristol (può trovare qui l'articolo) o di altri fini studiosi evoluzionisti (Leucophaea, Paopasc), e di filosofi attenti a tali temi (Ivo, Alex), e molti altri che, mi perdonino, se non li cito qui.
In breve, a me pare che Morris non dica nulla di nuovo; che, anzi, così dicendo releghi la responsabilità umana ad ancilla geni. Ma non siamo noi umani, come anche Dawkins dichiarava nel suo Gene egoista, ad essere l'unica specie “animale” in grado di ribellarsi alla dittatura genica?
Sì, siamo impastati di geni e ambiente, ma giustificare una trombata extramatrimoniale con tali argomentazioni mi sembra davvero penoso.

[Non si accorge Repubblica che, pubblicando tale autorevole articolo, assolve “scientificamente” anche le incontinenze del suo acerrimo rivale?]

domenica 6 dicembre 2009

giovedì 3 dicembre 2009

Concatenazioni

«In chi pensa agli oggetti nasce l'attaccamento verso di essi; dall'attaccamento nasce il desiderio; dal desiderio sorge la rabbia.
Dalla rabbia viene la confusione mentale, dalla confusione la perdita della presenza a se stessi; dalla perdita della presenza a se stessi la rovina dell'intelligenza e per la rovina dell'intelligenza egli si avvia verso la distruzione».

Vidyaranya, La liberazione in vita, Adelphi, Milano 1995 (pag. 127)

mercoledì 2 dicembre 2009

Estoy cansado

Estar cansado tiene plumas,
tiene plumas graciosas como un loro;
plumas que, desde luego, nunca vuelan
mas balbucean igual de loro.
Estoy cansado de las casas
prontamente en ruinas si un gesto;
estoy cansado de las cosas,
con un latir de seda vueltas luego de espaldas.
Estoy cansado de estar vivo,
aunque màs cansado serìa de estar muerto;
estoy cansado de estar sagazmente;
plumas del loro aquel tan familiar o triste,
el loro aquel del siempre estar cansado.

Luis Cernuda Bidòn (Siviglia 1904-Messico 1963)
da Poesia spagnola del Novecento, a cura di Oreste Macrì, Garzanti, Milano 1985

SONO STANCO

L'esser stanco ha piume,
ha piume graziose come un pappagallo;
piume, di certo, che non volano mai,
ma balbettano come pappagallo.
Sono stanco delle case
che crollano subito senza un cenno d'avviso;
sono stanco delle cose,
con un frusciare di seta subito volte di spalle.
Sono stanco d'esser vivo,
sebbene più stanchezza sarebbe l'esser morti;
sono stanco d'essere stanco,
tra piume leggere sagacemente;
piume del pappagallo sì familiare o triste;
il pappagallo della perpetua stanchezza.