sabato 28 settembre 2019

Vita assistita


Nei momenti in cui uno non sa cosa scrivere, è bene che scriva (tenti di scrivere) romanzi. Inventare storie, intrecci di persone prendendo naturalmente spunto dalla realtà circostante, modificandone chiaramente alcuni tratti, sennò non sarebbe realtà romanzata (inventata), ma ben più dignitosa cronaca – e dato che io non sono un reporter, non riporto, narro e invento una quasi realtà, giusto per esorcizzarla, tenerla a bada, dirle, alla realtà: stai alla larga, non mi devi dimostrare niente, che ho già visto tutto. 
Ed ecco quello che ho visto (invento di aver visto – e udito).

Due signori, sui settanta, uno già elettricista, l’altro già tecnico geometra di un’impresa di costruzione di capannoni industriali, attualmente pensionati, conversare nei corridoi d’una corsia d’ospedale, spalle al muro davanti alla porta della camera, chiusa, mentre attendono che si riapra dopo la visita giornaliera dei medici di turno, dentro ci sono le loro mogli, paralizzate, una per un ictus occorsole anni fa, l’altra per una grave forma di diabete, ricoverate da alcuni giorni per controlli.
I due signori che, dopo alcuni giorni, pur non conoscendosi, hanno preso una naturale confidenza, conversano tra loro, su vari temi: innanzitutto su come sia brava e gentile la dottoressa che stamani visita, accenna uno, «E anche carina», rinforza il concetto di bravura e gentilezza, l’altro. Poi il discorso passa sulla fatica di accudire le proprie mogli, e come questo impedisca loro di avere tempo libero sufficiente per dedicarsi ad attività appunto di tempo libero, dato che devono fare tutto in casa, la spesa, il mangiare, il lavare, tutto, tanto che alla fine sono stanchi e il poco tempo che rimane conviene riposare. Infine – e qui il discorso li accalora – di come l’Italia, oh povera!, sia messa male, di come cialtroni e ladri siano quelli della politica, di come due mesi in Parlamento bastino per avere la pensione e tanti privilegi ingiustificati, loro che invece si sono fatti un mazzo tanto, una vita di lavoro e adesso vedi come sono ripagati, con la legge sul suicidio assistito.
La porta si apre, dottoressa e infermiera escono e salutano. È il momento del pranzo e così, di seguito, due inservienti portano il mangiare alle mogli dei due signori che si apprestano a imboccarle con cura e amorevolezza. Accanto, un altro signore un po’ più giovane, dopo aver apparecchiato controvoglia il tavolino dell’anziana zia ricoverata nella stessa camera, zia fortunatamente in grado di portarsi il cibo in bocca da sola, dopo aver distrattamente orecchiato la conversazione dei due signori mentre aspettava con loro fuori della porta, dubbioso, chiede: «Scusatemi, ma che cosa ci sarebbe di sbagliato nella legge sul suicidio assistito?».
E i signori, all’unisono: «Ce ne vorrebbe un’altra che consentisse anche l’omicidio: assistito pure».

3 commenti:

Anonimo ha detto...

So già dove vuole andare a parare. La legge deve essere fatta da persone capaci di legiferare, intelligenti, sensibili, competenti esperti e della materia giuridica e della materia umana, mentale e fisica. Come stanno le cose oggi, ci fa capire che chi è lontano da questi drammi non solo non ci capisce nulla ma pretende anche di decidere sbagliando a danno altrui, imponendo una volontà partorita, da menti ignare di tutto. Imporre torture a persone che hanno finito le energie per tollerare ulteriori patimenti, pur sapendo che non potrà liberarsi che dopo la morte.
Deve essere chi soffre a decidere di dire basta. E solo su loro esplicito desiderio, manifestato, si potrà agire. Ma ignorare persone che nel quotidiano conoscono e hanno a che fare solo con una sofferenza continua senza speranza alcuna, non trovo che sia ne umano ne giusto.
Siamo o no proprietari del nostro corpo? O sono altri che decidono per noi?
Chi scrive ha visto la persona che amava di più spegnersi dopo una lunga e traumatizzante agonia. Con gli occhi chiedeva di morire con dei segnali studiati e codificati, che tutti i medici del reparto avevano capito, ma nessuno si è mai azzardato ad attuare ciò che chiedeva.
Siamo arrivati alla fine di aver ringraziato il Signore con gioia dopo averlo pregato a lungo affinché realizzasse LUI il desiderio di dare la morte.
E non si può fare di tutta un’erba un fascio. Questi sono casi particolari dove solo chi c’è dentro sa di cosa sta parlando, perché qui fanno tutti i saputelli. Sparlando di diritto alla vita, come se quelli ridotti così possono dire di vivere ancora? E’ inutile, ciò che non si prova col proprio vivere non si capisce.

Luca Massaro ha detto...

Grazie molte della sua testimonianza.
Dove vorrei "andare a parare" è presto detto:
1) plaudo alla decisione della Consulta e alla tenacia politica con la quale Marco Cappato ha portato avanti la battaglia sull'eutanasia;
2) il racconto tenta appunto solo di rappresentare lo stato d'animo delle persone che assistono, le quali - nello sforzo quotidiano, indefesso, di assistenza - a volte non possono non lasciarsi andare al pensiero che il proprio caro muoia, dolcemente, magari grazie appunto all'«omicidio assistito» di Colui che di solito si ringrazia in questi casi: il Signore. Proprio per questo "cattivo pensiero"...
3) sono compiaciuto di aver lasciato un finale che possa far equivocare la mia posizione al riguardo espressa sopra ai punti 1 e 2.

Le auguro una buona domenica

Anonimo ha detto...

mi associo all’anonimo su tutto ma in primis su
“solo chi c’è dentro sa di cosa sta parlando”

e

“è inutile, ciò che non si prova col proprio vivere non si capisce.”
e dico GRAZIE CAPPATO.
che ha rischiato la propria libertà per aiutare chi non è ascoltato da nessuno
un mondo dalle orecchie sorde e menti indifferenti di fronte a tanti crocifissi dal destino come mia madre 13 anni in coma e noi con lei fino alla fine

aveva manifestato la propria decisione di anticipare la fine ma non le hanno dato ragione
non aveva il diritto sul proprio corpo

non sono casi isolati sono più di quel che sembra e di quel che sappiamo