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mercoledì 8 giugno 2016

La spremitura

Bisogna fare complimenti a Christan Raimo, giornalista e scrittore (e credo pure professore d'italiano in qualche liceo romano) per l'inchiesta-reportage scritta per Internazionale sui supermercati aperti ventiquattro ore al giorno.

A margine di essa, in ispecie dopo certi passaggi:
«Quel giorno entrando in diversi Carrefour si faceva difficoltà a trovare un addetto, sembrava veramente che fosse uno sciopero riuscito. Ai pochi che c’erano ho chiesto: “Quanti hanno scioperato qui?”.
“Tutti”.
“E tu perché non hai scioperato?”.
“Perché ho un contratto per una società esterna”. 
Al banco dei salumi, o a quello del sushi lavorano per esempio persone che non sono assunte da Carrefour ma da agenzie interinali: sono stati chiamati apposta a lavorare per sostituire il personale in sciopero il 28.
Una di loro mi ha detto: “Che dovevo fare? Ho un contratto che mi rinnovano di settimana in settimana da ormai un anno, una figlia piccola…”. Un’altra donna, anche lei madre, l’avevano chiamata la settimana prima quando lo sciopero era stato confermato: “A me fanno dei contratti giornalieri. Gli potevo dire di no, per solidarietà ai colleghi? Non mi avrebbero più chiamato”.
I dirigenti di Carrefour sostengono che sempre più lavoratori sono contenti di lavorare in modo flessibile, di fare esperienza, di poter gestire il proprio tempo. Praticamente però tutto quello che mi raccontano i lavoratori mi dice il contrario: desiderio di stabilità, bisogno di certezze, e stanchezza, moltissima stanchezza – l’esasperazione di questi contratti di lavoro che sono spesso brevissimi o intermittenti.»
mi viene da chiedergli se, in quanto professore, quando parla (se parla anche) di questi argomenti in classe, soprattutto agli studenti più grandi e vicini al diploma, che effetto ottiene con la scolaresca? Straniamento lunare? Disperazione? Pungolo (stimolo allo studio)? Ribellione? Rassegnazione? Indifferenza?

Come si preparano, insomma, i giovani al futuro? Non certo con queste domande retoriche
«Possiamo accettare che qualcosa non serva a niente? Possiamo immaginare che ci sia una parte del nostro tempo che non è dedicata al consumo e all’accumulazione di capitale? Possiamo dare un senso al perdere tempo? Alla gratuità della pura riflessione, di un’esistenza che almeno per un momento non abbia nulla di funzionale?»
Giacché, anche rispondendo affermativamente a tutte, Raimo non mette mai in discussione il fatto che il sistema economico e produttivo capitalistico - responsabile di queste nuove forme di schiavitù - sia l'unico modo che gli umani hanno per organizzare la produzione, l'economia, tout court: la vita.

Finché per vivere la stragrande maggioranza degli umani dovrà vendere la propria capacità lavorativa a una minoranza che la compra per estrarre dal pluslavoro, plusvalore, finché tutto ruoterà intorno a quella cazzo di merce prodotta per essere venduta e quindi consumata scartata in un ciclo produttivo che si crede infinito, non riusciremo a immaginare che ci sia una parte del nostro tempo che non sia dedicata al consumo e all'accumulazione, non potremo dare un senso alla perdita di tempo, alla gratuità della pura riflessione (si calcoli il numero dei disoccupati che frequentano le biblioteche), non vivremo neanche per un momento senza pensare in funzione di come riuscire a pagare il nostro sopravvivere.

martedì 5 ottobre 2010

Il sesquipedale Riotta

Avevo letto anch'io quel piccolo intervento a firma Polaris sulla Domenica del Sole 24 Ore.
Ma non avevo ritenuto la pena di commentare, perché non avevo voglia, non mi sentivo in forma di riportare simili parole, ritrascriverle soprattutto, dacché non erano linkate. Mantellini provvede con garbo, inserendo delle sue note che paiono medicare un po' la bile espulsa contro i bloggers dallo pseudonimo dietro il quale pare si nasconda Gianni Riotta.
Aggiungo solo, che per mia parte, e non certo a mia difesa, per come intendo modo e metodo di comunicazione del blogger, comincio a capire le ragioni della astiosità riottiana. Egli è preoccupato perché teme che i bloggers sottraggano terreno con la gratuità dei loro pensieri ai suoi dei pensieri; egli teme l'abbandono del lettore che non capisce bene più perché debba stare a leggersi il Riotta quando ha a disposizione un mondo di intellettuali (dilettanti o meno) più in gamba. Egli, non avendo più una mazza da dire per far contenta la Confindustria e i Sindacati, oppure Marchionne e il semplice operaio Fiat, o ancora il Vaticano e la laicità dello stato, riproponendo le solite frittate di uno che prima era totalmente esposto verso le ragione dei secondi termini dei binomi proposti - mentre ora invece si trova in toto dalla parte del potere, epperò non ha il coraggio di ammetterlo pienamente per non passare come anima venduta.

Io non so bene quali e quanti siano i miei lettori. Posso vedere le statistiche per capire, più o meno, quanti siano, per vedere persino con meraviglia che qualcuno mi legge anche da Singapore.
Ma però se qualcuno passa di qui non è perché io dico merda merda o cazzo cazzo; non dico stronzo stronzo o culo culo così a caso come fossi uno Sgarbi qualsiasi. (Perché conoscete ancora qualcuno che si prenda la briga di ascoltarlo uno così che sbava rabbia e spavento? Boh, forse un pubblico lo avrà, non ci sono limiti alla perversione). Ma ciò che Riotta teme non sono tanto coloro i quali pensa di rivolgersi offendendo. No, lui teme quelli come me, quelli come tanti amici linkati qui, come tanti bloggers che ho nel reader ai quali Riotta oramai non saprebbe nemmen legar le scarpe. E vedo ancora e constato con fatica che anche le nuove firme, anche autorevoli, che hanno il privilegio di scrivere per l'inserto culturale più prestigioso tra i quotidiani italiani, soffrono la pena di non esser più  presi in considerazione. Penso a un Gianluigi Ricuperati, a un Christian Raimo, a un Sergio Luzzato i quali oramai traggono vantaggio solo dal fatto di ricevere un piccolo compenso dallo scrivere lì ma non certo perché i loro articoli pubblicati significhino l'apertura di un dibbatito: lo spazio pubblico è qui sulla rete, qui si può «cominciare a pensare a come ricostruire un piccola civiltà culturale» (Raimo).
È Riotta quindi il rancoroso, non il blogger, se è Riotta colui che si cela dietro uno pseudonimo per dire simili stronzate. Niente di male per carità nell'uso di uno pseudonimo. Ognuno sceglie il nome che vuole per rappresentare le proprie ubbie intellettuali. Ma Polaris mi sembra davvero un nome inappropriato, perché simili sciocchezze non guidano alcun viandante nella notte né della rete né dei lettori dei quotidiani.