Càpita
spesso che un direttore di giornale, nella sua rubrica di Lettere
al direttore, estragga una missiva che gli consenta di rispondere
brevemente, con una sola frase “liquidatoria”, vuoi per accogliere
o acconsentire, oppure per replicare o rifiutare il commento del
lettore o della lettrice.
Eppure,
nel leggere la lettera della signora, madre quarantaquattrenne di Alzano Lombardo,
mi sono accorto che, ad aver avuto voglia, qualcosina in più ci
sarebbe stato da rispondere, fosse stato solo per dare maggiore
soddisfazione alla fedele lettrice.
È
una lettera toccante. Nel senso che io mi sono toccato, per
scaramanzia, per scongiurare di non cadere folgorato sulla via
dell'aborto come la signora. Certo non sono una donna e quindi chiedo
venia se, forse, parlo a sproposito. Ma il punto non è l'aborto,
ma la mentalità che c'è dietro tale conversione, ostinata e
pervicace proprio come quella di Saul detto Paolo.
Succede
a (quasi) tutti nella vita di cambiare opinione, idea, magari anche
fede. Non vedo in questo, necessariamente, una debolezza, ma una forza del
genere umano. Chi è che diceva che «la coerenza è la virtù degli
imbecilli»? Eugenio Scalfari, mi pare. Ma a parte questo, quello che
dà noia, fastidio, irritazione in questi “legittimi” cambiamenti
di paradigma, è il fatto che il convertito, dopo, solitamente, va a
rompere i coglioni a quelli che non la pensano come lui; di più:
diventa un paladino della nuova fede anche più di coloro che tale
fede già ce l'avevano, facendo addirittura a gara con essi a chi crede
meglio, a chi è più puro e vicino ai principi del credo a cui si è votato.
È
quello che succede manifestamente alla signora, la quale non si accontenta
di riportare la sua testimonianza di penitente e convertita (sulla
via della consultorio); macché, oltre a far il suo mea culpa, mea culpa,
mea maxima culpa, lancia i suoi strali verso quelle donne che non
sono state visitate dal Signore e che abortiscono – a suo dire –
a cuor leggero, come se fosse una prassi simile a un clistere.
«Il mio pensiero va a tante persone "normali" come me, che nella loro normalità sono capaci di compiere un gesto così; quante ragazze, donne, capaci di farsi del male. La mia storia, forse, racconta che il dramma dell’aborto volontario non riguarda soltanto situazioni estreme o di emarginazione. C’è chi rifiuta la vita perché non riesce ad accogliere e condividere la propria. A fidarsi della vita.»
Ripeto:
non contesto e non impedisco alla signora di pensare che abortire sia un male e un peccato;
trovo però inopportuno che, per sentirsi sollevata dal senso di
colpa dovuto al suo nuovo modo di pensare, ella tenda a mettere il
dito negli occhi di coloro che la pensano diversamente. A far pesare alle altre donne il loro egoismo, a dir loro, presuntuosamente, che rifiutano la vita in quanto incapaci di accettare la propria. Ma scusi signora, pensi per sé, alla sua di felicità, e lasci in pace gli altri e le altre infelici come sono.
Ecco, il mio - più che altro - era uno sfogo contro la risposta struggente del direttore di Avvenire:
«Le dico grazie per ogni giovane donna e, da padre, per ogni giovane uomo che incontrerà le sue parole.»
Bene, pur non essendo giovane giovane, ma da padre che “ha incontrato” le parole della signora, le posso dire, signor direttore, vaffanculo?
P.S.
C'è un punto in cui la signora scrive:
«Oggi a distanza di anni, tanta sofferenza ha trovato un po’ di pace, anche se le prove della vita ci sono sempre, come per tutti. Dio Padre misericordioso nella sua grande bontà ha saputo guardare il mio cuore, senza abbandonarmi, e ha voluto donarmi la grazia di una famiglia e due meravigliosi figli.»
E mi viene un fondato sospetto sul perché non abbia nominato il marito.