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sabato 25 aprile 2020

Memo 25 aprile

E ricordatevi che è ancora in vigore il decreto di confino e di clausura, perché sennò noi italiani andavamo in gita fuori porta a fare il pic-nic. Per questo, perché il governo e le autorità costituite ci vogliono bene, a noi italiani (che di norma siamo degli irresponsabili che fanno per natura quel che a loro torna comodo), per questo e non per altro che ancora sono in vigore queste restrizioni e sono concesse solo delle timide aperture, tipo pasta e cappuccino da asporto. Per questo, sicuramente, dal 4 maggio in poi, saremo ancora contenuti con norme che terranno a freno la nostra voglia matta di fare quel che cazzo ci pare, per esempio sputare in terra, starnutire in faccia alle persone, scaccolarci e poi lasciare il contenuto appiccicato alle pensiline del tram. Bene. Al momento, in fondo, ci è sufficiente spargere ai bordi delle strade guanti in lattice, mascherine e fialette di disinfettante, senza che nessuno ci dica niente, tanto non ci vede mica nessuno quando lanciamo gli oggetti dal finestrino.
Abbiamo così tanta voglia di fiatarci addosso, di radunarci, assembrarci, unirci e quindi contagiarci che è giusto che ci tengano a freno, che ci diano regole perché noi siamo sregolati di natura. In fondo dobbiamo aspettare che la scienza ci dia certezze, come ha detto quel ministro che se aggiungi una sillaba (-to) al suo cognome sarebbe doveroso rimandare in prima elementare. 

Insomma, buona Festa della Liberazione, sì, ma.

domenica 9 settembre 2018

Distruggersi un po'


Stamani, in una splendida domenica di sole settembrina, lungo un largo marciapiede d'asfalto che costeggia una strada circondata da villette a schiera, ho visto una doppia coppia di Testimoni di Geova giungere ognuna da direzioni opposte e incontrarsi, mestamente sorridersi e allargare le braccia, sconsolate, forse perché nessuna delle due era riuscita nell'intento di entrare in casa di qualche famiglia per dare corso alla loro opera di predicazione.
La vedevo, la doppia coppia, a un dipresso, mentre provvedevo a buttare nei cassonetti specifici i rifiuti per la raccolta differenziata. La vedevo, credendomi non visto, quando invece, una coppia si era accorta che li guardavo. Così, un attimo prima di rimontare in auto, sento dirmi: 

- Mi scusi, Signore, lei è della zona?
- Sì, anche se non abito proprio qui.
- Non solo lei, sa. Anzi: sembra che non ci abiti nessuno, giacché nessuno ci risponde.
- È domenica, dunque...
- Appunto, è domenica: qualche famiglia dovrà pur essere in casa!
- Non vi crucciate: ancora qualche settimana e li troverete tutti: ci penserà Di Maio¹ a far restare in casa le famiglie. Al momento, per quanto possono e riescono, provvedono a distruggersi un po' come cazzo gli va.


______________________
¹  «In materia di commercio, sicuramente entro l'anno, approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l'orario che non sarà più liberalizzato, come fatto dal governo Monti. Quella liberalizzazione sta infatti distruggendo le famiglie italiane».

giovedì 1 marzo 2018

Io non diffido

MATTIA FELTRI
«Le ricorrenti cronache dalle scuole, di alunni maneschi coi professori o di maestre antifasciste per passatempo che augurano la morte ai carabinieri nell’Italia gioconda d’oggi, in cui per fascismo la morte non la rischia nessuno, se non qualche immigrato, mi suscitano diffidenza.» [grassetto mio]

Da padre stronzo, figlio testadicazzo o viceversa?

Dato che egli diffida di certe questioni, io diffido di chi diffida. Oh, non temete, non cadrò nella trappola vota sennò vince la destra, vince Berlusconi, vince Grillo e Casa Eliot. 
Io contribuii a far vincere il PD nel 2013 e ancor devo spurgarmi, per cui, lassate perde me, e tuffiamoci in una delle questioni verso le quali Feltri Mattia nutre diffidenza.

L'insegnante che ha gridato «dovete morire» alle forze dell'ordine, che tanto scandalo ha provocato e tanta carne da braciere elettorale ha dato alle penose destre nostrali (liberali una sega) e pure a quelli tutto ordine e distintivo della sinistra di governo e di governo di scopo (elettore vota me che dopo ti scopo), che volete fare: por'ella, ha sbagliato, non doveva gridare tali nefandezze contro quei poveri figlioli in divisa che tutelavano l'ordine anche per lei (forse). Essi facevano il loro dovere, quello di contenere i disordini di piazza e menare qualche manifestante. Magari, avendo come contraddittorio i giovini dei centri sociali, essi (le forse dell'ordine, intendo) non lo facevano controvoglia, si sa, in tutti i lavori, anche nei peggiori, ci sono cose che si fanno più volentieri di altre; ad esempio, se i celerini godono di più a manganellare quelli dei centri sociali anziché i fascisti e i naziskifosi, che dire? I gusti sono gusti.
Ma insomma, alla maestra oramai le è partito l'embolo, le toccherà difendersi in tribunale, forse. Per il momento, subisce un'aggressione mediatica peggiore di quel carabiniere di Latina che prima ha sparato alla moglie, poi ha ucciso le figlie e infine si è suicidato (e se la maestra avesse augurato la morte di costui come atto preventivo al male indicibile che, di lì a poche ore, avrebbe commesso?). Perché in pratica, sì: per certe persone, in Italia, è preferibile internare una che augura la morte a qualcuno, la quale, di per sé, non farebbe male a una mosca, anziché a uno che non la augura, ma che è veramente in predicato di uccidere qualcuno e nessuna autorità, nessuna forza dell'ordine gli toglie la pistola per proteggere le probabili vittime (forse perché è era un carabiniere?). 
Ma insomma.

Ora, siccome ho detto che io, rispetto al Feltri Mattia, non provo diffidenza verso la maestra, mi si accuserà che provo simpatia? Nient'affatto. Mica la conosco. Anzi, per quel che vale, dico in tutta sincerità che ella si sarebbe dovuta contenere. Non ci si fa prendere dalla rabbia, non si perdono le staffe, non si augura la morte così... a babbo morto. E tuttavia, ella oramai l'ha gridato ed è finita, suo malgrado, sotto la gogna della pubblica opinione perbenista che tanto bene vuol alle nostre care, irreprensibili forze dell'ordine.

È venuto, dunque, per lei il momento di difendersi, di replicare a eventuali provvedimenti disciplinari che incombono per il suo lavoro (e il suo stipendio) di insegnante della scuola pubblica italiana (pubblico ufficiale pure lei). Orbene, io avrei due ideuzze, rubate a Zeropregi, che le porgo:


La prima: quante persone in Italia augurano di morire ai pubblici ufficiali?

La seconda, forse più efficace, dato che un altro pubblico ufficiale sospeso per insulti è rientrato in servizio:





mercoledì 21 agosto 2013

La paura di perdere il controllo

Ieri, prendendo spunto da un grafico (tratto dal blog di Paul Bernal), ho scritto di alcune mie preoccupazioni derivanti dal controllo di internet da parte delle Potestà e dei Principati; e, oggi, dallo stesso blog che ho indicizzato, trovo un post, «Four fears for authoritarians», che non posso non segnalare perché in esso si trovano, in maniera esauriente e precisa, le ragioni che spingono il Potere ad assumere un controllo più invasivo ed esasperato di internet. Ragioni che
«They’re inspired by the same fear that have enveloped authoritarians for centuries: a fear of losing control
A parte, ma mica tanto, un esempio di perdita di controllo è quello che hanno fatto al
«compagno brasiliano di Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian che per primo raccolse le rivelazioni della talpa Snowden» [Euronews]

martedì 20 agosto 2013

Internet, due palle

A questo diagramma (trovato qui) occorrerebbe aggiungere un altro sotto-insieme per specificare quante sono le persone che hanno un'idea di come gli Stati (Uniti e disuniti) e le multinazionali sanno controllare i nostri movimenti, i nostri gusti, le nostre attitudini, le nostre preferenze, in pratica quanti siamo a sapere che, mediante internet, portiamo voti all'altare della Sorveglianza.

A me sembra, per il momento, di agire secondo le leggi in materia, rispettando i principi del nostro codice civile e penale: tuttavia, quanto del mio uso, o meglio: del mio essere dentro internet - produzione (blog, un po' di social network) e consumo (letture, ascolto, visioni) - potrà un giorno essermi imputato?
No, il discorso non tiene. Mi sembra di parlare come se alla fine del salmo, del mio salmo (scrittura e navigazione) ci sia un Giudice supremo che deciderà se dovrò essere punito o premiato. Il punto è diverso. E non è neanche mio particolare, individuale. È collettivo. Adesso la Sorveglianza - dicono - è mirata a controllare terrorismo e criminalità. E finché non ci comportiamo da terroristi o da criminali non dobbiamo preoccuparci. Per esempio: non mi devo turbare se le mie telefonate o le mie navigazioni sono registrate; non mi devo inquietare se, per esempio, Google o Amazon o Facebook sanno cosa cerco, cosa desidero e cosa acquisto, dove vado. La [mia] preoccupazione, casomai, dovrebbe essere di altro tipo, ossia che internet si trasformi in qualcosa di più insidioso e invasivo della televisione, che diventi contenitore che costringe e soffoca pensieri e azioni dentro un recinto determinato dal sistema, un rodeo dove ci si illude di domare il vitello d'oro della possibilità offerta dal mercato. Tutti abbiamo un'enorme libertà di navigare negli spazi sconfinati del sapere, sì, ma tutti, prima o poi, ricadiamo nello spazio confinato del sapere unico.

«Te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà.»

giovedì 29 novembre 2012

È lo Stato una necessità?

Prima di parlare dovrei sapere quello che ho in mente di dire, ma non ho provato a esprimerlo in alcun modo, ho solo una specie d'intuito, frutto di alcune recenti letture, ma se non provo a scriverlo esso rimane un non detto e quindi forse un non pensato, così provo a scrivere per veder poi se quello che avrò detto corrisponderà a quello che mi pareva avere in mente.
La formula della scrittura quotidiana consente molte volte di espellere pensieri che non avrebbero altro modo di uscire da se stessi e resterebbero inespressi, quindi nulli - e questo non sarebbe certo grave, anzi.
Ma io devo provare a dire questa cosa: lo Stato è una finzione umana, ho letto questa roba qua, un'invenzione culturale che gli umani si sono dati in varie e molteplici forme durante il corso della loro storia. Per capire un po' il mio stato di confusione rimando a questi due post sull'Origine dello stato (1 e 2). Leggendo, si rammentano cose che già un po' si sapevano con qualche nuovo spunto di ricerca e nuove ipotesi e teorie determinate da nuove scoperte archeologiche.

Ripetiamolo: lo Stato è una finzione e vedendone l'origine lo si capisce meglio.
Lasciamo perdere le varie monarchie ancora esistenti, comprese le ridicolo costituzionali, vedi la Gran Bretagna, esempio illustre e vedi pure le assolute, le monarchie arabe e quella vaticana. Lasciamoli perdere anche se, sotto sotto, sia lecito sghignazzare per tali assurdi costumi e cerimonie.

Il punto è: quanti umani hanno consapevolezza che lo Stato potrebbe, in teoria, non essere una necessità? Quanti umani hanno, inoltre, capito (questa è più facile), soprattutto gli umani italici, che lo Stato non è un'entità che esiste in funzione del popolo, bensì il contrario, ovvero che il popolo, i cittadini, vivono e lavorano in funzione dello Stato?

E ora dico una cosa che è qui a mezza mente in attesa di essere espressa, vediamo cosa verrà fuori.
Causa orrori e fallimento del socialismo reale dei paesi a regime “comunista” (Urss e suoi alleati, Cina, Cambogia, Cuba), negli anni miei di primo approccio al pensiero politico, mi sono tenuto lontano da Marx, considerandolo a priori un ferrovecchio. Mi sentivo e sento un libertario di sinistra, anche se avvertivo a volte una contraddizione in termini. E la cosa che vorrei dire è questa: il fallimento storico di ogni forma di dittatura del proletariato, non confuta la validità del pensiero di Marx. Certo, Marx chiama alla lotta di classe, ma questo perché oggettivamente, come la storia dimostra, tutta la storia dell'umanità è una storia di lotta di classi. A leggere quei due microsaggi su Libertarianation si capisce come il controllo delle cariche politiche sia una diretta conseguenza del controllo delle armi e dei mezzi di produzione. E la differenza sostanziale tra le società antiche e le moderne - fatto salvo, chiaro, un minimo sindacale di bengodi conquistato gradualmente dal Dopoguerra a oggi che viene a poco a poco eroso con la scusa della crisi - è che le prime non avevano la presa in giro delle elezioni democratiche, il primo dei poteri del popolo, il più inutile.
Lo iato incolmabile tra rappresentante e rappresentato è determinato dalla separazione stessa che v'è tra Stato e Società. Lo Stato è un elemento di disturbo, una macchina che trattiene l'umanità nel suo complesso dentro schemi identitari fasulli.
Lascio il discorso sospeso, incompleto e velleitario. Ci voglio sognare su.
Occasione infine mi sia di segnalare questo post di Olympe de Gouges.

domenica 5 febbraio 2012

Una lettera su una lettera a un direttore


Càpita spesso che un direttore di giornale, nella sua rubrica di Lettere al direttore, estragga una missiva che gli consenta di rispondere brevemente, con una sola frase “liquidatoria”, vuoi per accogliere o acconsentire, oppure per replicare o rifiutare il commento del lettore o della lettrice.
È quello che accade oggi a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.

Eppure, nel leggere la lettera della signora, madre quarantaquattrenne di Alzano Lombardo, mi sono accorto che, ad aver avuto voglia, qualcosina in più ci sarebbe stato da rispondere, fosse stato solo per dare maggiore soddisfazione alla fedele lettrice.
È una lettera toccante. Nel senso che io mi sono toccato, per scaramanzia, per scongiurare di non cadere folgorato sulla via dell'aborto come la signora. Certo non sono una donna e quindi chiedo venia se, forse, parlo a sproposito. Ma il punto non è l'aborto, ma la mentalità che c'è dietro tale conversione, ostinata e pervicace proprio come quella di Saul detto Paolo.
Succede a (quasi) tutti nella vita di cambiare opinione, idea, magari anche fede. Non vedo in questo, necessariamente, una debolezza, ma una forza del genere umano. Chi è che diceva che «la coerenza è la virtù degli imbecilli»? Eugenio Scalfari, mi pare. Ma a parte questo, quello che dà noia, fastidio, irritazione in questi “legittimi” cambiamenti di paradigma, è il fatto che il convertito, dopo, solitamente, va a rompere i coglioni a quelli che non la pensano come lui; di più: diventa un paladino della nuova fede anche più di coloro che tale fede già ce l'avevano, facendo addirittura a gara con essi a chi crede meglio, a chi è più puro e vicino ai principi del credo a cui si è votato.
È quello che succede manifestamente alla signora, la quale non si accontenta di riportare la sua testimonianza di penitente e convertita (sulla via della consultorio); macché, oltre a far il suo mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, lancia i suoi strali verso quelle donne che non sono state visitate dal Signore e che abortiscono – a suo dire – a cuor leggero, come se fosse una prassi simile a un clistere.
«Il mio pensiero va a tante persone "normali" come me, che nella loro normalità sono capaci di compiere un gesto così; quante ragazze, donne, capaci di farsi del male. La mia storia, forse, racconta che il dramma dell’aborto volontario non riguarda soltanto situazioni estreme o di emarginazione. C’è chi rifiuta la vita perché non riesce ad accogliere e condividere la propria. A fidarsi della vita.»
Ripeto: non contesto e non impedisco alla signora di pensare che abortire sia un male e un peccato; trovo però inopportuno che, per sentirsi sollevata dal senso di colpa dovuto al suo nuovo modo di pensare, ella tenda a mettere il dito negli occhi di coloro che la pensano diversamente. A far pesare alle altre donne il loro egoismo, a dir loro, presuntuosamente, che rifiutano la vita in quanto incapaci di accettare la propria. Ma scusi signora, pensi per sé, alla sua di felicità, e lasci in pace gli altri e le altre infelici come sono.

Ecco, il mio - più che altro - era uno sfogo contro la risposta struggente del direttore di Avvenire:
«Le dico grazie per ogni giovane donna e, da padre, per ogni giovane uomo che incontrerà le sue parole.»
Bene, pur non essendo giovane giovane, ma da padre che “ha incontrato” le parole della signora, le posso dire, signor direttore, vaffanculo?

P.S.
C'è un punto in cui la signora scrive:
«Oggi a distanza di anni, tanta sofferenza ha trovato un po’ di pace, anche se le prove della vita ci sono sempre, come per tutti. Dio Padre misericordioso nella sua grande bontà ha saputo guardare il mio cuore, senza abbandonarmi, e ha voluto donarmi la grazia di una famiglia e due meravigliosi figli.»
E mi viene un fondato sospetto sul perché non abbia nominato il marito.

giovedì 4 agosto 2011

L'omeopatia non è scienza però qualcuno rende felice

Nell'esprimere la mia piena solidarietà a Samuele di Blog(0) minacciato di querela dalla Boiron, segnalo altresì che oggi su Sette il magazine del Corriere della Sera, vi sono due pagine di Franca Porciani dedicate a Christian Boiron, capo della suddetta azienda francese produttrice leader mondiale di prodotti omeopatici.
«Un leone di cartapesta coloratissimo al centro del giardino e lampioncini dalla foggia strampalata accolgono il visitatore all'ingresso dei Laboratori Boiron di Lione [...] L'impressione di gioco e di allegria cresce in modo esponenziale negli uffici davanti ai pavimenti blu indaco, le pareti gialle e rosse, i tavoli, le sedie bizzarre, la lampade dalle forme fantasiose».*
*Per rendere omaggio ai colori ho fotografato il servizio sullo scenario colorato della concimaia sotto casa.
Due pagine in cui si racconta di come il «manager filosofo» intende la sua filosofia di vita applicata all'azienda, anche alla luce dei recenti libri dello stesso C. Boiron: Siamo tutti fatti per essere felici, Sperling & Kupfer editore; e le Ragioni della felicità, Franco Angeli editore.
È un uomo felice, insomma, Boiron, ed ha cuore che lo siano anche gli altri, a cominciare da chi lavora per lui nella sua azienda. Dichiara infatti, in un ottimo italiano (appreso dalla seconda moglie piemontese) alla Porciani del Corsera:
«Cerco di creare le condizioni perché una persona sul luogo del lavoro, se vuole, possa essere felice. Se metto il colore, il rosso, il blu, quadri e sculture, non è per abbellire l'ambiente, ma perché l'arte è la chiave della felicità: forse aiuta i miei dipendenti a ripensare il loro modo di vivere l'azienda, a costruire un proprio progetto. Organizzo corsi di pittura per aiutare le persone a tirare fuori le capacità creative perché non c'è felicità sul lavoro se non c'è partecipazione, se non c'è inventiva.
Boiron prosegue con la sua testimonianza, ricordando gli esempi di filosofia aziendale di Olivetti e Michelin, ai quali si è ispirato. Indubbiamente, si sente, è un imprenditore illuminato. Dall'articolo si viene a sapere inoltre che se «l'azienda realizza un incremento di produttività maggiore del 4% ritenuto indispensabile alla sua sopravvivenza, il profitto che ne deriva viene ripartito in parti uguali» tra gli azionisti e i dipendenti.

Si parla successivamente della forza del sogno, del necessario rinnovamento politico di fronte alle emergenze ecologiche del pianeta; insomma, più di ascoltare un Marchionne qui sembra di sentir la voce di un nouveau philosophe di ultima generazione. E soprattutto: si parla di arte, di sogno, di felicità, di politica, di tutto si parla fuorché di omeopatia, di medicina, di scienza. Ma guarda te e io che mi aspettavo una difesa della omeopatia come scienza, come appunto prometteva l'indice di Sette

Mi è venuta un po' sfocata l'immagine, ma come vedete evidenziato sotto il numero di pagina 74 c'è scritto "Scienza". E invece ho trovato... che cosa ho trovato? La felicità?

«Adesso cerco di creare un forum internazionale sulla felicità», dichiara Boiron, dicendo anche che «bisognerebbe impegnarsi a promuovere la libera circolazione del sorriso, l'apertura verso gli altri». 
Purché gli altri non siano dei casse-couilles come Samuele, naturalmente.

giovedì 7 luglio 2011

Poveri, liberali


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Oggi, sul Corriere, con uno smilzo editoriale dal titolo ginecologico «La dilatazione dello Stato» (non ancora disponibile online sul sito ma reperibile con una semplice ricerchina su google), Piero Ostellino attacca a viso aperto uno dei più importanti articoli della nostra Costituzione. Il terzo, quello sopra riportato, sull'ugualitarismo.

È un articolo molto criticato dal movimento liberale, perché da sempre ritenuto frutto di quel vetero pensiero catto-comunista di cui alcuni autorevoli costituenti erano portavoce.
Certo, la nostra Costituzione è frutto di una partitura a più voci escluso, per ovvi motivi, la voce fascista. E meno male.

Personalmente io dell'articolo 3 cambierei soltanto un sostantivo: sostituirei "lavoratori" con uno ancora più basico e fondamentale: "umani". Dato che non tutti in una Repubblica lavorano o, persino, ne sono cittadini (coloro che magari sono in attesa di diventarlo).

Cosa dice in realtà l'articolo 3? Cerco di semplificare. Anche se non amo i paragoni sportivi, al momento non mi soccorrono in aiuto altre similitudini; chiedo venia, dunque, ma permettetemi di paragonare ciò che dice l'articolo a una gara olimpica, prendiamo il caso quella dei cento metri. Ammettendo che nessuno sia dopato, tutti i concorrenti alla gara vivono un momento di iniziale, assoluta, uguaglianza. Tutti partono dallo stesso posto nelle medesime condizioni. Tutti attendono il via e nessuno può partire prima degli altri. Nessuno si sogna di chiedere di partire con un vantaggio; nessuno pretende che qualcun altro parta svantaggiato. Cento metri, pronti, attenti, via. Dieci secondi e qualcuno arriva primo, chi secondo, chi ultimo. Onore e premio al vincitore, ma non disonore e punizione all'ultimo.

Torniamo al nostro articolo 3 e domandiamo all'iper liberale Ostellino: data la situazione ideale dei cento metri, in questi 65 anni di Repubblica c'è stato mai un periodo storico in cui le condizioni del discusso articolo sono state attese? Per fare un esempio bruto: secondo Ostellino manager titolati come Marina Berlusconi e John Elkann* sono ai loro rispettivi posti di comando perché hanno fatto qualche master all'estero e sanno bene la lingua inglese? Sono partiti dal medesimo via degli altri loro concittadini?

Da ultimo, strana poi sembra la qualifica di socialista affibbiata da Ostellino al ministro Tremonti. Tremonti era socialista, come Sacconi; adesso non lo sono più. Sono neocomunitaristi. Costoro – è bene che Ostellino lo sappia – avversano profondamente il principio dell'uguaglianza proposto nell'articolo tre. E lo avversano perché non sono dei veri liberali ma dei neocomunitari, che vedono nell'uguaglianza da garantire costituzionalmente  a tutti i cittadini il pericoloso tentativo di rendere i cittadini stessi degli adulti che fuggono le direttive fideistiche del padrone, sia esso Berlusconi oppure – nel caso italiano – il Vaticano.

Ostellino dovrebbe rinnovare le sue letture e volgere lo sguardo anche a recenti saggi di autorevoli politologi contemporanei. Gli propongo qui un passaggio dell'ultimo lavoro di Marco Revelli, Poveri, noi, Einaudi, Torino 2010.
Agile saggio sulla povertà italiana contemporanea. Una povertà politica prima di tutto. Riporto i tre capoversi finali del libro che non ho potuto fare a meno di leggere a voce alta qui, su questa terrazza vista mare, usando un tono frammisto di indignazione e soddisfazione. Indignazione, per lo stato di cose. Soddisfazione, perché qualcuno ha messo per iscritto queste cose, sotto il sole cocente della conoscenza.

Revelli chiude il saggio parlando della

«relativamente recente torsione in chiave neocomunitaria del discorso neoliberista, sempre più evidente con l'avanzare della crisi economica e finanziaria. Un neocomunitarismo tutto italiano, declinato sul versante di un riproposto familismo sociale, impreniato sulla centralità delle relazioni primarie (la parentela, appunto, il legame solidaristico a stretto raggio, ridotto al nucleo parentale, chiamato a riempire i vuoti lasciati da una statualità in ritirata). E duramente determinato a imporre, anche qui, con una funambolica piroetta, un modello fai-da-te del “conservatorismo compassionevole” di origine anglosassone, intessuto di “personalismo” alla Cl e di “etica del dono”. Di privatizzazione delle pratiche solidaristiche e di individualizzazione della “cura”, retrocessa da diritto sociale a funzione morale. Si pensi a quante volte, nei più recenti discorsi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti […] ritorna la parola “comunità”. O al modo in cui ciò che resta di quello che un tempo si chiamava ministero del Welfare, per volontà del ministro Sacconi, ha affrontato l'anno europeo della lotta alla povertà attraverso l'assolutizzazione del “principio di sussidarietà” e la pressoché esclusiva “Campagna per il dono” sintetizzata nel motto: “aiuta l'Italia che aiuta”.
Può apparire bizzarra – in qualche misura espressione di un ossimoro – la convivenza in un medesimo blocco politico, come quello del centro-destra italiano, delle “retoriche del disumano” di stampo leghista e dell'etica del dono neo-comunitaria. Della barbarica distruttività di ogni concepibile legame con l'Altro che sta dietro al primo approccio, e dell'edificante affabulazione sulla relazionalità e sulla solidarietà implicita nel secondo. E tuttavia, a bene guardare, entrambi traggono origine da una medesima radice. O da un comune deficit. Entrambi offrono una risposta deviata (o deviante) a una domanda di riconoscimento disconosciuta. O, meglio, ripropongono – sul vuoto aperto dalla caduta, o quanto meno dall'affievolimento, di quella forma universalistica di “riconoscimento” che era stata la grande famiglia moderna dei diritti – nuove modalità del senso del “sé”, o del “noi”. Nuove accezioni dell' “essere in relazione”, per certi versi rovesciate e opposte rispetto a quella: selettive, laddove i diritti erano universali. Personalizzare, mentre quelli erano astratti. Discrezionali e “concesse” - octroyées, come la costituzione dell'età della Restaurazione –, in contrapposizione a ciò che era stato conquistato con la lotta, e affermato come prerogativa indisponibile.
E probabilmente qui – su questo terreno incerto tra moderno, postmoderno e premoderno – che la questione solo apparentemente laterale (o residuale) della povertà e dell'impoverimento si fa materia giuridico-politica cruciale. Tema “costituente”: questione di “forma di governo”. Perché un Paese nel quale una parte consistente della popolazione cessi di considerare diritto pubblicamente garantito la propria aspirazione a una vita degna, finisce inevitabilmente per trasformare il gioco sociale e politico in uno scambio diseguale, tra chi è costretto a chiedere “protezione” e chi, in cambio, pretenderà “fedeltà”: tra chi, “in basso”, sa di dover dipendere dalla disponibilità altrui e chi, “in alto”, sa di poter contare sulla dedizione altrui. Né l'una – la discrezionalità dei potenti – né l'altra – la dedizione dei servi – appartengono allo statuto di ciò che finora è stato inteso come democrazia.»

Ecco cosa ci lasciano in eredità questi anni di Berlusconi e della Lega al governo. Ci lasciano questo servilismo, questo fottuto senso di libertà di fare quel che cazzo gli pare concesso ai potenti e libertà soltanto di servire da parte della massa plaudente dei servi. Il liberare Ostellino è chiamato all'appello per dare una risposta a questo sfacelo.

*Sia chiaro, io non nulla di personale contro tali illustri concittadini. Il caso, la fortuna li ha voluti occupare quei prestigiosi posti di comando. Voglio solo sottolineare che essi non sono lì per merito o perché sanno correre più veloce di altri. E questo Ostellino, quando parla di competizione, dovrebbe ricordarlo.

mercoledì 6 luglio 2011

Diversamente bischero

Non so perché, ma a me quelli della Siae (soprattutto gli ispettori che venivano dentro i cinema a vedere se avevi il biglietto e ce n'era uno terribilmente antipatico che faceva controlli persino dentro i cinema porno di periferia, quelli che quando ci andavi avevi circa 15-16 anni, ed eri in gruppo e ridevi e non ti potevi nemmeno far le seghe e diventare un pervertito) sono sempre stati antipatici. Bella forza! Sono un blogger e non ho niente da rivendicare, non ho niente da guadagnare, e spero solo (ma mica tanto) che le mie parole viaggino come nuvole e che piovano sulla faccia di coloro che hanno sete di pensieri minimi.
Però che Paolo Conte sia un firmatario di tale appello, io che ho comprato sempre tutti i suoi dischi e che se ogni tanto ho messo qualche canzone qui per diffonderne la voce, ecco questo mi rincresce e vorrei che lui lo sapesse, anche perché - e sono sincero - Paolo Conte è per me colui che avrei voluto essere nella impossibilità fattuale di diventarlo, dato che non so suonare niente, non sono un avvocato e che la mia faccia, contrariamente alla sua, è spigolosa. Mi sono fatto crescere i baffi, però. E qualche volta bofonchio dentro un kazoo. Per cui, caro Conte, tolga quella firma, la prego. Ché quell'ispettore, se Lei l'avesse conosciuto, sarebbe diventato un altro simbolo di una sua canzone.

mercoledì 29 giugno 2011

Effetto Calabrò

*
La porcheria dell'Agcom fa cadere le braccia, ma non la voglia di camminare. Se per un attimo volgiamo il guardo a terra è perché qua da noi, in Italia, ancora ci dobbiamo occupare dei solerti censori di regime.

lunedì 28 febbraio 2011

Il suo nome era: Piero Ostellino (ma lo chiamavan liberale)

Oggi Ostellino, in un agile editoriale sul Corsera, ci ha impartito una lezione sull'idea liberale, quella – a suo dire – autentica, citando, nell'ordine: Max Weber, Karl Popper, Isaiah Berlin, Benjamin Constant (Bertolt Brecht e Jacques Rousseau li cita per criticare la minoranza illiberale).
L'assunto è questo: siccome entrambi gli schieramenti dell'agone politico sono privi di idee¹, il «conflitto culturale» italiano si gioca tra «due minoranze culturali inconciliabili». Una
più attiva e rumorosa - come, per esempio, quella che si è radunata recentemente al PalaSharp di Milano -, manifesta la propria «indignazione» nei confronti del Paese del quale crede di essere l'avanguardia; detta la linea alle opposizioni che, non avendone alcuna, vi si adeguano, e «si siedono dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono già occupati» (Bertolt Brecht).
L'altra
meno rumorosa, è dispersa, i media la ignorano o quasi; non si raduna da alcuna parte; si sa della sua esistenza grazie a quattro gatti che insegnano in qualche università e scrivono su qualche giornale sopportati come un cane in chiesa. È realista, scettica, relativista, tollerante quanto basta per non pretendere di dettare la linea a nessuno.
Due cose si possono rilevare: prima, se la questione è il rumore e l'attivismo, si consiglia a Ostellino di cominciare a muovere il culo, a far firmare appelli, a far casino insomma; chi glielo impedisce? Nessuno, anzi: a dir la verità il movente della sua partecipazione alla manifestazione fogliante organizzata da Ferrara al Teatro del Verme,  era quello di provocare rumore e subbuglio nelle coscienze italiche. Tale manifestazione very liberal non vi è riuscita? Per forza, ma ve lo immaginate un Isaiah Berlin o un Karl Popper se fossero qui a lottare, da liberali in Italia, da che parte starebbero? E cosa direbbero sulla vicenda del presunto “neopuritanesimo”? E quanto questo centrodestra italiano, capeggiato da Berlusconi, abbia in sé di liberale?
Seconda cosa: se la parte in cui s'ascrive Ostellino è composta da quattro gatti e un cane non è certo colpa di fantomatici totalitarismi culturali. No. In Italia le minoranze intellettuali sono necessariamente antiberlusconiane perché, appunto, siamo una repubblica (ancora, per fortuna) democratica e liberale, dove basta poco per capire che sostenere Berlusconi equivale ad assumere volontariamente olio di ricino per evacuare quel che rimane della nostra intelligenza, del nostro amor proprio.
Scrive poi Ostellino:
L'élite auto-sacralizzatasi aborre la parola «qualunquista», con la quale designa l'«uomo qualunque» che ritiene un cretino o un fascista; la minoranza che i più ignorano, o dileggiano, la ama. Qualunquista è «l'uomo della strada», che cammina al nostro fianco, portandosi sulle spalle, come noi, la democrazia; l'uomo che vota, decretando un vincitore fra valori e interessi diversi, e persino opposti, in una «società aperta» (Karl Popper) e di «pluralismo di valori e di interessi» (Isaiah Berlin). Se certi valori e certi interessi fossero, in sé, più nobili che senso avrebbe ancora contare le teste, votare? La partecipazione alla vita pubblica - secondo un altro mantra della minoranza integralista - sarebbe la più alta espressione della dignità del cittadino. Era la «libertà degli antichi» nella Polis dove contavano i pochi. Per l'altra minoranza, quella liberale, il cittadino ha il diritto di farsi gli affari suoi - non votare è una manifestazione di libertà - senza per questo essere un nemico dello «Spirito del Progresso». È la «libertà dei moderni» (Benjamin Constant).
Ecco, Ostellino, non ha capito un cazzo e anch'egli è uno di quelli per i quali la libertà conta solo per coloro che se la possono pagare. Eppure filava tutto liscio, mi aveva anzi quasi convinto. Tuttavia, quando scrive, giustamente, che «il cittadino ha diritto di farsi gli affari suoi» non specifica che, chi ci governa (ovvero colui che si mette al mio, al tuo, al nostro servizio di cittadini che vogliamo fare i cazzi nostri), ecco, costui il governatore, il maggiordomo, il politico non ha il diritto di fare i cazzi suoi, no. Giammai! Soprattutto se per farli (i cazzi suoi) usa il potere conferitogli dal ruolo elettivo che riveste, soprattutto se usa un'istituzione creata dai padri della Repubblica al fine di servirci. E sapete perché Ostellino non specifica questo? Perché se l'avesse fatto si sarebbe immerdato, e si sarebbe reso conto che, se per caso Zagrebelsky diventasse Presidente della Repubblica, questo paese continuerebbe il suo percorso di democrazia liberale; percorso, invece, reso disagevole e tortuoso dalla triste, quasi ventennale vicenda politica berlusconiana.
Infine, quando Ostellino scrive che egli appartiene a quella minoranza liberale che
difende i diritti e le libertà individuali, compresi la proprietà privata e il mercato, osteggiata da tecnocrati e programmatori delle vite altrui e da chi ha fatto dell'invidia sociale una bandiera egualitaria
io ci credo anche, però nel caso questo governo facesse, com'è nelle sue intenzioni, una legge liberticida come quella sul fine vita vorrei che anch'egli si esprimesse come ha fatto, e bene, Ernesto Galli Della Loggia, e che magari, nel caso fosse opportuno, andasse in qualche teatro meno strisciante per combattere contro «i tecnocrati e programmatori delle vite altrui».

¹Il centrosinistra perché va a rimorchio de la Repubblica, de Il Fatto Quotidiano, de L'Unità, della magistratura e del neopuritanesimo; il centrodestra perché «Silvio Berlusconi ha ridotto “una certa idea dell'Italia” all'idea che ha di se stesso». 

sabato 12 febbraio 2011

Ostellino della gioventù

Alberto Cane è andato nella tana dei lupi. Solo lui poteva (non me ne voglia per la battuta facile), e gliene siamo grati. Soprattutto per aver riportato questo stralcio del discorso di Piero Ostellino:
«Se io vado da un medico non gli chiedo se è onesto voglio solo che mi curi bene. Se vado da un commercialista non gli chiedo se è onesto voglio solo che segua al meglio i miei interessi. E allora a un politico non chiedo se è onesto, da lui pretendo solo che sia efficiente.»
La fallacia logica del ragionamento mi pare di una cristallina evidenza. E proprio da un punto di vista liberale! Infatti, al medico e al commercialista chiedo solo di curare la mia salute e la mia contabilità*; ma a un politico si chiede di governare avendo cura dell'interesse di tutti i cittadini, prima ancora che dei miei (e dei suoi), visto che suo compito principale, su cui ha prestato solenne giuramento, è di svolgere il mandato per il quale è stato eletto nell'interesse esclusivo della nazione. Se il politico è efficiente e disonesto, la sua efficienza sarà esercitata nel soddisfare la sua disonestà. Il politico quindi deve essere prima di tutto onesto. Leggiamo dalla voce onestà di Wikipedia:
L'onestà (dal latino honestas) indica la qualità umana di agire e comunicare in maniera sinceraleale e trasparente, in base a princìpi morali ritenuti universalmente validi. Questo comporta l'astenersi da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, sia in modo assoluto, sia in rapporto alla propria condizione, alla professione che si esercita ed all'ambiente in cui si vive. L'onestà si contrappone ai più comuni disvalori nei rapporti umani, quali l'ipocrisia, la menzogna ed il segreto. In molti casi la disonestà si configura come vero e proprio reato punibile penalmente, ad esempio nei casi di corruzione e concussione di pubblici ufficiali. L'onestà ha infatti una importante centralità nei rapporti sociali e costituisce uno dei valori fondanti dello stato di diritto.
Dunque, chiedere solo efficienza a un politico è riproporre un ragionamento frusto, vieto confutato inesorabilmente dal grande Massimo Troisi nel film Le vie del signore sono finite.
Ecco, l'efficienza, caro liberale smutandato, in uno stato di diritto, è bene chiederla ai (e pretenderla dai) funzionari dello Stato. Ai politici è necessario chiedere e pretendere onestà.

A parte.
Secondo me, il poro Ostellino, probabilmente eccitato dalla platea, non si è reso conto di aver detto una cazzata. Il suo ragionamento avrebbe avuto maggior valenza se, al posto della parola onesto, avesse usato, prendendo a prestito un'elegante definizione della consigliera regionale Nicole Minetti, le parole pezzo di merda.

*Anche su questo ci sarebbe molto da dire: ci andreste voi da un commercialista dichiaratamente disonesto? E vi fareste fare una diagnosi da un medico disonesto?

domenica 16 maggio 2010

Un illecito ai danni di me stesso

Stasera m'è venuta un'improvvisa voglia di commettere un illecito contro la mia dignità umana. Così ho cominciato a contare tutti i peli dei miei coglioni e a tirarli uno a uno chiamandoli per nome. I peli Roberto, Paolo e Silvio li ho strappati e quindi rimossi in modo potenzialmente lesivo. Ora son quasi glabro, ma molto più libero.