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venerdì 22 luglio 2011

Attaccarsi al verso

Mi era sfuggito, ma martedì scorso, sulle pagine culturali di Repubblica, Alberto Asor Rosa, profittando di una recensione al libro di Filippo Strumia, Pozzanghere, Einaudi, fa un certo discorso sulla poesia in generale che mi trova in molti punti concorde.

Ma cosa resta del libro recensito, a parte il fatto di essere segnalato da una così importante "autorità" in campo letterario?

Leggiamo questo passaggio:
Quando leggo versi come: «... migrano le rondini nei cieli di perla, / migrano le notti e le albe, / migrano gli indefinibili volti /dei nostri atomi senza profumo», io non mi chiedo che fortuna avranno questi versi, mi chiedo se nell' infinito (mostruoso?) universo attuale della comunicazione, essi segnano un punto fermo per attaccarmici: per sapere che io ci sono, perché un altro c' è. Pare a me che, allo stato attuale delle cose, non si possa né chiedere né proporre ai poeti più di questo. 
Asor Rosa afferma qui, implicitamente, che tali versi, pur validi che siano, non importa quanto saranno condivisi, ovvero se entreranno a far parte dell'immaginario popolare come patrimonio linguistico comune. No, la poesia diventa un fatto, una comunicazione meramente "privata" tra uno scrivente e un leggente, un "io" e un "tu" che cancellano il loro anonimato facendosi i complimenti da soli.

«Belli questi versi, Filippo».
«Grazie professore, è un onore per me. Troppo buono».
«No, no. Davvero sono versi importanti. Io infatti mi ci attacco volentieri».
«Pur con tutta la stima che nutro nei suoi confronti, avrei preferito che ad attaccarsi a tali versi fosse stata una lettrice».

Infine, da notare come, pur citando Paolo Di Stefano che ha iniziato la riflessione estiva sulla poesia, Asor Rosa eviti di nominare il suo acerrimo "nemico", Berardinelli (anche quest'ultimo ha scritto un recente articolo sulla poesia pubblicato dal Corsera di cui ho parlato qualche giorno fa).
Si fanno i dispettucci, come le bertucce tra una cattedra e una lavagna.

mercoledì 21 aprile 2010

Nel cortile

Nell'accidiosa primavera quando le ferie incombono
la città si svuota.
È dalle Idi di marzo che un vecchio merlo si posa
sul davanzale a beccare chicchi di riso e briciole.
Non utile per lui scendere nel cortile
ingombro di tante macchine casse sacchi racchette.
Alla finestra di fronte un antiquario in vestaglia
e due gattini siamesi. Da un osservatorio
un ragazzino rossiccio che tira ai piccioni col flòbert.
Vasto l'appartamento del grande Oncologo,
sempre deserto e buio. Ma non fu tale una notte,
quando avvampò di luci alla notizia
che il prefato era accolto in parlamento.
Tanti gli stappamenti di sciampagna,
i flash, le risa, gli urli dei gratulanti
che anche la Gina fu destata e corse
tutta eccitata a dirmi: ce l'ha fatta!

Eugenio Montale, Diario del '71 e del '72, Mondadori, Milano.

Tornando a casa stasera ho pensato al mio Eusebio e nel suo lago (non) d'indifferenza ho pescato questi versi.
Montale li scrisse (credo) in occasione della sua elezione a senatore a vita (avvenuta nel 1967). Io chiaramente li riporto con la loro particolare valenza di adesione alla realtà politica odierna (ma proprio odierna!), facendo del mio meglio nel linkare i luoghi giusti.
E poi anche con la gioia di far sopravvivere vocaboli in disuso come prefato e gratulanti.
Infine (e a parte): Montale fu eletto senatore a vita quando ancora la poesia in Italia aveva una valenza politica; perlomeno: tra i politici v'era chi nutriva rispetto e ammirazione verso la poesia, ovvero sapeva leggere versi, coglierli, valorizzarli. Il poeta era uno strumento umano che una vasta comunità di lettori usava per leggere il mondo. Oggi non è più così. La poesia non ha trovato spazio nella moltitudine dei non pensanti che preferisce tenere incollate le cuffie sul nulla. La poesia non ha più il conforto della ripetizione, non ha più potere di diventare meme - e diffondersi. Si diffondono solo grevi canzonette leggere che lasciano tracce di polvere vulcano nel proprio cervello bruciato.

domenica 10 gennaio 2010

Se questa è poesia...

*

Io nutro una profonda stima per ciò che scrive e pensa abitualmente Adriano Sofri.
Anche questa poesia immediata riflette bene la profondità del suo sentire.
Però, e lo dico con rammarico - a bassa voce -, a me questi versi non piacciono. Avrei preferito ch'egli avesse scritto un editoriale con tali contenuti. Certo, questi versi si rifanno a quelli celebri di Primo Levi e sono scritti volutamente a indicare il parallelismo tra la situazione ebraica nei campi di sterminio ai tempi del nazismo e l'attuale situazione degli immigrati africani a Rosarno in Calabria.
Ma la poesia, a mio avviso, non è il luogo ove immedesimarsi nell'Altro. Con la poesia o si diviene Altro o è parola muta, flatus vocis, banale retorica in giro di sol.
Questo modo di fare poesia rende vero, forse, ciò che diceva T.W. Adorno: dopo Auschwitz non è più possibile scrivere versi¹, intendendo che non si può scrivere poesia sulla pelle scuoiata nei campi di concentramento: farlo significa fare folclore.
La poesia dice e non dice, svela e non svela; come l'oracolo di Delfi, la poesia non rivela né nasconde, ma accenna. La poesia butta esche di parole nel mare degli alfabeti, sapendo bene che, pochi o molti di quanti saranno catturati, lo saranno singolarmente, individualmente. La poesia è il luogo dell'io, del Dante-Ulisse che mormora in punta di fuoco non sapendo chi esattamente ascolterà il dramma (o la farsa) della propria storia personale. La poesia è il proprio cuore messo a nudo: e se in quel quel momento il cuore piange la tragedia di un altro che non è se stesso, e il proprio animo sente l'urgenza di manifestarsi e scrivere, allora è meglio farlo in altra forma: una lettera o un'invettiva sono sufficienti, soprattutto a chi, come Adriano Sofri, ha la capacità di farlo nel migliore dei modi.

¹«La critica della cultura si trova dinanzi all'ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». T.W. Adorno

giovedì 26 marzo 2009

Discorsi poetici



«Il discorso poetico è infatti un discorso continuo; e poi evita ogni cliché e ripetizione. L'assenza di queste magagne è ciò che accellera l'arte e la distingue dalla vita, il cui principale artificio stilistico, se così si può dire, sta appunto nel cliché e nella ripetizione, visto che essa parte sempre da zero. Non stupisce che oggi la società, imbattendosi in questo discorso poetico che continua, si trovi a disagio, come se dovesse salire su un treno in corsa. [...] La poesia non è una forma di intrattenimento, e in un certo senso neppure una forma d'arte, bensì il nostro fine antropologico, genetico, il nostro faro linguistico, evolutivo. Si direbbe che ne abbiamo la percezione da bambini, quando assorbiamo e ricordiamo versi per diventare padroni della lingua. Da adulti, però, desistiamo da questo impegno, persuasi di avere ormai acquistato quella padronanza. E invece ciò che abbiamo padroneggiato è soltanto un idioma, qualcosa che può forse bastare per farla in barba a un nemico, per vendere un prodotto, per chiudere una partita, per meritarsi una promozione, ma sicuramente non basta per guarire l'angoscia o infondere gioia. [...]
Leggere poesia, se non altro, è un processo di formidabile osmosi linguistica. È anche una forma assai economica di accellerazione mentale. Entro uno spazio ridottissimo una buona poesia abbraccia un immenso territorio mentale, e spesso, verso l'epilogo, offre al lettore un'epifania o una rivelazione. Questo avviene perché nel processo di composizione un poeta adopera - in genere senza nemmeno saperlo - i due principali modi di cognizione disponibili alla nostra specie: l'occidentale e l'orientale. [...] Il primo asseconda generosamente il razionalismo, l'analisi. In termini sociali, è accompagnato dall'affermazione dell'uomo ed è semplificato in generale dal "Cogito ergo sum" di Descartes. Il secondo si affida principalmente alla sintesi intuitiva, invoca l'autonegazione ed è rappresentato, come meglio non si potrebbe, dal Buddha. In altre parole, una poesia vi offre un campione dell'intelligenza umana all'opera, di un'intelligenza completa, non distorta. È questo che costituisce il fascino essenziale della poesia, anche a prescindere dal fatto che essa sfrutta quelle proprietà ritmiche ed eufoniche della lingua che sono di per sé rivelatrici, e non poco. Una poesia, se vogliamo, dice al suo lettore: "Sii come me". E al momento della lettura voi diventate ciò che leggete, assumete lo stato che la lingua ha in quanto poesia, e la sua epifania o rivelazione vi appartiene, è vostra. Tutto questo rimane vostro anche quando chiudete il libro, perché non potete tornare indietro, al momento in cui non possedevate. Si può ben parlare di evoluzione, mi sembra. Ora, il fine dell'evoluzione non è la sopravvivenza del più efficiente né quella del renitente. Nel primo caso noi dovremmo accontentarci di Arnold Schwarzenegger; nel secondo caso, che comporta un'alternativa più accettabile dal punto di vista etico, dovremmo arrangiarci con Woody Allen. Il fine dell'evoluzione - che ci crediate o no - è la bellezza, che sopravvive a tutto e genera la verità per il semplice fatto di essere una fusione di ciò che è mentale e di ciò che è sensuale. Come sempre avviene agli occhi di chi sta a guardare, non può essere totalmente incarnata se non nelle parole: è questa la premessa di ogni poesia, che è inguaribilmente semantica così come è inguaribilmente eufonica.»

Iosif Brodskij, Dolore e ragione, Adelphi, Milano 1998

mercoledì 22 ottobre 2008

La necessità della poesia



Non so come, né sotto quali termini e/o condizioni. So solo che oggi ci vorrebbe più poesia. Però non la poesia considerata sotto altre forme artistiche, ad esempio la musica, il cinema o altro. No. Intendo soltanto la poesia pura e semplice, il complicato andamento poetico che si determina nel solco della tradizione. Una poesia che si lancia a capofitto nel reale, sospinta dalla molla di Montale, Sereni, Fortini, Caproni, Zanzotto, Giudici, Sanguineti, Raboni e altri che, mi si perdoni, non riesco a citare qui a braccio, all'impronta (ma ve ne sono, oh se ve ne sono!). Una poesia che si pubblica e si riconquista quel ruolo sociale e definitivo che le appartiene. Una poesia che ridiventa il grido del reale, che bastona il luogo comune, che s'impossessa di questa lingua puttana che tutti i parlanti adoprano come se fosse un misero mezzo per esprimere il proprio vuoto, la propria miseria, la propria prepotenza. Una poesia-denuncia capace di molteplici significati, di slittamenti sugli aridi asfalti e cementi, di rimbalzi sulla fallacia delle cattive rappresentazioni. Una poesia "ombra del beccofrusone ucciso" dal riflesso sul vetro specchio dei moderni grattacieli che l'ottusa devozione al male ha infranto la mattina dell'undici settembre. Una poesia che si lancia nel vuoto con fiducia sapendo di avere in se stessa il paracadute necessario per sopravvivere ancora e sempre, finché voce umana e orecchie saranno pronte ad accoglierla come un saluto, come una carezza muliebre che si posa sulla fronte addolorata.