mercoledì 31 luglio 2013

Buonanotte monetina

Quanto vale commentare le impressioni politiche di uno dei più bravi e apprezzati cantautori italiani? Poco. Quanto dichiarato, indipendentemente dal fatto di condividere o meno cosa ha detto, non pregiudica assolutamente il valore della sua arte. Stupisce, tuttavia, che uno come De Gregori, non si sia accorto del disaccordo tra una risposta e l'altra a due domande di fila di Cazzullo. Leggiamo:
Cos'ha votato alle ultime elezioni? 
«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com'è andata? No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull'elenco del telefono».

Dice questo proprio lei, considerato il cantautore politico per eccellenza? L'autore de «La storia siamo noi», per anni colonna sonora dei congressi della sinistra italiana? 
«Continuo a pensarmi di sinistra. Sono nato lì. Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani che magari oggi nemmeno sanno cos'è il Pd. Sono convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita; anche se non credo che la ricchezza in quanto tale vada punita.
Bene, non notate anche voi che tra il «Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile» e il continuare a pensarsi di sinistra perché «convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli [...] convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita» ecc. vi sia una madornale contraddizione, dato l'operato classista del governo Monti, non fosse altro per la riforma delle pensioni a firma Fornero che, oltre al dramma degli esodati, ha sacrificato le attese e le speranze di numerose generazioni di italiani?

Mettere fuori gioco le teste di cazzo


Our time gets to be veiled, compromised
By the portrait's will to endure. It hints at
Our own, which we were hoping to keep hidden.
We don't need paintings or
Doggerel written by mature poets when
The explosion is so precise, so fine.
Is there any point even in acknowledging
The existence of all that? Does it
Exist? Certainly the leisure to
Indulge stately pastimes doesn't,
Any more. Today has no margins, the event arrives
Flush with its edges, is of the same substance,
Indistinguishable. "Play" is something else;
It exists, in a society specifically
Organized as a demonstration of itself.
There is no other way, and those assholes
Who would confuse everything with their mirror games
Which seem to multiply stakes and possibilities, or
At least confuse issues by means of an investing
Aura that would corrode the architecture
Of the whole in a haze of suppressed mockery,
Are beside the point. They are out of the game,
Which doesn't exist until they are out of it


versi tratti da John Ashbery, Self-Portrait in a Convex Mirror, The Viking Press 1975

Il nostro tempo comincia a essere velato, compromesso
dalla volontà del ritratto di durare. Lascia intravedere
la nostra stessa, che speravamo di tener nascosta.
Non abbiamo bisogno di dipinti o
di tiritere scritte da maturi poeti quando
l'esplosione è così precisa, così fine.
C'è un qualche senso poi nel riconoscere
l'esistenza di tutto ciò?
Esiste? Certamente il tempo a disposizione
per compiacersi di passatempi maestosi no,
non più. L'oggi non ha margini, l'evento arriva
di botto con i suoi bordi, è della stessa sostanza,
indistinguibile. “Gioco” è qualcos'altro;
esiste, in una società specificamente
organizzata a dimostrazione di se stessa.
Non c'è altro modo, e quelle teste di cazzo
che vorrebbero confondere ogni cosa con i loro giochi di specchio
che sembrano moltiplicare poste e possibilità, o
almeno confondere le idee per mezzo di un'aura
che investe e che corroderebbe l'architettura
dell'insieme in una foschia di scherno soppresso,
sono fuori tema. Sono fuori gioco,
che non esiste sino a che non ne sono esclusi.

Traduzione di Aldo Busi, Autoritratto in uno specchio convesso, Garzanti, Milano 1983

Strappo questi versi dalla loro sede nel tentativo, abbastanza vano, di capire il nostro tempo. L'immobilità del popolo sovrano è determinata dalla volontà di tirare a campare, più o meno bene, con quello che gli è dato. Tuttavia, anche se non ce ne siamo accorti, l'esplosione è già avvenuta, c'è stata una rottura epistemologica - che qualcuno, a giusto titolo, potrebbe anche chiamare rottura di coglioni - che è coincisa, in Italia soprattutto, con la spudoratezza del potere. Perdita totale di ritegno, di freni inibitori, nessun limite alla propaganda: i testa di cazzo hanno occupato tutti i posti di comando e sono riusciti a imbrogliare le carte, a confondere le idee, a rendere impraticabile qualsiasi alternativa di sistema.

Buchidiculo (assholes) che, da più di vent'anni, defecano sulla nazione impunemente con la complicità perversa di chi si riprometteva di esserne sciacquone. 

Per la verità, non volevo limitare il discorso all'Italia. Ma mi ha sempre fatto incazzare il fatto che l'Italia non abbia mai provato a essere un paese politicamente decente per vedere l'effetto che fa.
Poi, va da sé, comprendo che il problema è più generale, non solo italiano, e riguarda il sistema economico e sociale capitalista che ha rapito il pianeta e ci rende, noi umani non capitalisti - i rapiti - come affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma: non vediamo alternativa ai nostri padroni, che non chiamiamo più padroni, no, tutt'al più presidenti.

martedì 30 luglio 2013

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

[*]
- Mi sembra giusto: in fondo, chi meglio di coloro che guadagnano oltre 120mila euro possono rilanciare l'economia?
- In effetti... Mi domando solo cosa compreranno con € 629,00 di beneficio.
- Ecco qua, confezione regalo compresa nel prezzo:

domenica 28 luglio 2013

Scambismo commerciale

Giorgio Barba Navaretti, professore ordinario di Economia Politica all'Università degli Studi di Milano, si felicita, oggi, sulle pagine de Il Sole 24 ore, che «la guerra commerciale tra Europa e Cina non ci sarà». 
Il casus belli sarebbe stato provocato dall'Unione Europea che voleva imporre severi dazi all'importazione di pannelli solari made in Cina, in quanto i produttori cinesi erano (sono) accusati di dumping (ossia di vendere in Europa i pannelli a un costo inferiore a quello praticato in casa propria).
Lascio da parte la considerazione che a far la voce grossa contro la Cina sia stata in primis la Germania, perché (presumo) primo produttore europeo di pannelli e che, allo stesso tempo, contro tale voce grossa tedesca, vi siano lamentazioni da parte di alcuni operatori del settore (rivenditori, installatori) i quali, grazie a pannelli cinesi, sono riusciti a guadagnare dei bei soldini. L'accordo comunque è stato trovato su questo principio: «i pannelli esportati da Pechino avranno un prezzo minimo e uno massimo».
I viticoltori francesi, italiani e spagnoli esultano (la Cina minacciava ritorsioni all'importazione di vini europei se i dazi contro il pannelli solari fossero stati approvati). I mastribirrai tedeschi meno, tranne quelli della Volkswagen, Mercedes e Bmw.
Ciò detto (ciao Di Pietro, hai mietuto il grano?), ritorno all'articolo del summenzionato professore, per estrarre quanto segue:
«Sia in Cina che in Europa, le esportazioni sono un motore essenziale per la crescita e le importazioni permettono ai consumatori di accedere ad un'ampia varietà di prodotti meno costosi».
Aldilà della questione specifica pannelli solari cinesi-vs-vino europeo, e aldiqua della pacifica evidenza che «le esportazioni sono un motore essenziale per la crescita», confrontando un consumatore medio europeo e uno cinese, mi domando: se è vero, com'è vero, che un consumatore europeo ha accesso a «un'ampia varietà di prodotti meno costosi» made in Cina (lasciamo perdere se di buona o cattiva qualità),  è altrettanto vero che un consumatore cinese ha accesso alla stessa «ampia varità di prodotto di meno costosi» prodotti in Europa? Dubito, fortemente dubito.
Per capirsi: voglio vedere quanti calzini-pedalini da 2€/3paia fatti in Italia sono venduti ai mercati di Canton. Presumo, insomma, che i consumatori medi cinesi comprino quasi esclusivamente prodotti made in Cina. I soli consumatori cinesi che cercano, comprano e consumano prodotti europei di fascia alta sono la classe dei più abbienti (e in Cina, è appurato, c'è una quantità di miliardari pari a tutto il popolo italiano messo insieme).
E dunque, quasi giustamente: il Tavernello (o il merlot o barbera Zonin), in Cina col cazzo che te lo comprano: vogliono il Brunello, l'Amarone, il Barolo, eccetera. Manco la soddisfazione di rovinargli il fegato a ’sti fetenti cogli occhi a mandorla.

sabato 27 luglio 2013

La sera della ragione

La sera è sempre tardi per stare a riflettere sul proprio destino, pensò un signore vestito di tutto punto e di poca virgola. È già molto se mi concentro sull'intestino e il suo transito, continuò il signore premendo otto polpastrelli sulla sua pancia indurita. 
Ma la sera era tiepida e un fresco vento leggero si era alzato dal corridoio di nord-ovest. Il signore avrebbe voluto continuare a parlare ai commensali, i quali, però, avevano ceduto l'attenzione ciascuno al proprio vicino, per conversazioni più riservate e meno ultimative. Il signore ha notato, infatti, che quando si parla a una platea più ampia l'obiettivo è essere persuasivi almeno quanto basta per farsi dare ragione. È bello avere ragione quando si parla, pensa il signore, anche se, a pensarci bene, il risultato ottenuto lascia sempre un velo d'amarezza, ti mette spalle al muro faccia agli astanti che la ragione sì te l'hanno data, ma per isolarti, per farti uscire dal contesto, per buttarti fuori dal gruppo che continua a parlare tra di sé escludendoti.
Avere ragione è una rappresentazione teatrale in cui tu sei protagonista e ti prendi tutti gli applausi del pubblico; ma dopo, a sipario abbassato, non è al camerino della ragione che verranno regalati fiori.
Il signore si ripromise per l'ennesima volta che, la prossima, sarebbe stato zitto o avrebbe sostenuto una posizione indifendibile così, molto probabilmente, sarebbe riuscito a parlare veramente con qualcuno; e ad ascoltarlo, altresì. Non aveva più voglia di tornare a casa, solo, con la ragione accanto, fredda, insensibile, persino respingente. 
Finalmente, per una volta, non avrebbe dormito con il sonno della ragione e, al risveglio, guardandosi allo specchio, non si sarebbe sentito un mostro.

giovedì 25 luglio 2013

Prove tecniche in attesa della Cassazione

Oggi pomeriggio, al sole leggendo, mi si è presentato alla mente Ligresti padre, figli e capitali santi, e mi sono domandato se stesse meglio lui agli arresti domiciliari o io a piede libero. 
«Dipende da cosa intendi con “meglio”» s'è affacciata la vocina della coscienza a tentare di rincuorarmi.
Certo, sta meglio lui ai domiciliari, che un cassa integrato in deroga che abita, magari sotto sfratto, alle Case Minime.
«Non fare del populismo d'accatto», m'avverte la vocina - ancora un suo richiamo e la mando a fare in culo.
Perché viviamo in uno stato di diritto e uno è colpevole solo se viene accertato dopo i tre gradi di giudizio. Sì, vero, ma io mi sotto le palle di aspettare la cassazione per stabilire se uno è un pezzodimerdatestadicazzofottutoparassitaladro oppure no. Ecco.
La vocina tace, l'avevo avvertita. Eppure non posso non controllare il mio perimetro di vita, le mie condizioni qui e là sotto tutti gli aspetti per evincere che no, porca puttana, il mio non è risentimento o populismo, giacobinismo o giustizialismo, è il cielo azzurro intravisto tra le foglie di un nocciolo che mi intima: «Prendi coraggio, spara il tuo giudizio, e di’: “Speriamo che gli sparino nel culo al padre (cit.), ai figli e ai capitali santi, affinché tutto l'accumulo si disperda come coriandoli e sia, finalmente, carnevale pour tout le monde”».

domenica 21 luglio 2013

Peti reazionari

Ho dato uno sguardo solo ora ai giornali (online) e, degli editoriali, ho letto quello del professor Angelo Panebianco, che mi segno appositamente qui, come memento, perché nel caso volessi un giorno tentare un'avventura politica lo prenderei come base programmatica per fare tutto il contrario, con fierezza, con fermezza, con l'orgoglio di chi sa che la sterilità del conservatorismo più bieco e putrescente è quanto di più necessario combattere per restituire un minimo d'indipendenza e libertà alla nostra nazione. Infatti, tutta la prammatica che il professore propone è di resa totale alla volontà di potenza di Stati esteri (lo Stato estero, ovverosia gli USA) che trattano l'Italia come una serva (di dolore ostello) che deve sottostare ai loro ordini. Per esempio: gli americani hanno tutto il diritto di prendere per il culo la giustizia italiana in merito al caso dell'agente Cia fermato a Panama e noi dobbiamo comunque sottostare agli impegni presi, come comprare gli F35, appunto. Bene, sia detto con molta serenità: se li ficchi trentacinque volte su per via rettale, professor Panebianco, così sarà contento lei, il Consiglio di Difesa e, soprattutto, gli americani della Lockheed-Martin: vedrà, di poi, come si potenzierà il suo pensiero reazionario. 

venerdì 19 luglio 2013

Cura del Sé

[*]
1.
Ieri pomeriggio, mentre l'igienista dentale mi teneva, con delicata mano, tutta la parte del viso che percorre la mandibola, dal mento fino a sfiorarmi il lobo sinistro, ho pensato per un attimo - un attimo soltanto - a Nicole Minetti, non perché, da vecchio porco, l'avrei voluta lì al posto della mia igienista, no, l'ho pensata solo per confrontare il benessere che mi dava quella carezza di prassi - benessere sul quale mi concentravo per respingere il fastidio della detartarizzazione -, con il benessere che, probabilmente, ricevevano i clienti della Minetti ai tempi in cui svolgeva il mestiere d'igienista dentale.

2.
Stamani visita dal dermatologo della asl per controllo annuale nevi. Tutto bene, c'era sempre la “mia” dermatologa bionda con gli occhi azzurri. Prima di entrare, ho fatto una breve fila allo sportello per pagare il ticket (15€, pensavo di più, anno scorso mi sembra di aver pagato 22, boh, non ricordo). Mentre aspettavo il mio turno, entra una mia diciamo ex quasi fidanzata di quando avevo vent'anni, mi alzo per salutarla sorridendo e lei: «Guarda chi si vede» e mi dà un paio di schiaffi piuttosto forti, aggiungendo «ma te hai fatto un patto con il diavolo che sei sempre uguale?» E io: «E dunque mi rilasceresti ugualmente. Meno male». Se ne va con un sorriso un po' contrariato. E pensare che ne ero, forse, innamorato. Mi ricordo persino che le scrissi un acrostico utilizzando il suo nome e cognome, seguendo il calco montaliano del madrigale privato Da un lago svizzeroMa lei non capì. Da quel giorno non ho più scritto acrostici, ché i miei, le volpi, le fanno fuggire.

Dati causa e pretesto

[*]
Sarà che io sono un massimalista, un populista, un rivoluzionario in pectore, un frocio, un negro, un ebreo, un comunista, però io andrei volentieri davanti alle vetrine dei negozi di Dorce&Giubbata a fargli vedere, con una mazza edile, cosa sia veramente l'indignazione ai due evasori più fashion del globo.

mercoledì 17 luglio 2013

Il coraggio della servitù...


...all'America.

Sia detto di passata: gli Stati membri dell'Unione Europea dovrebbero porre agli inglesi un aut aut: o entrano nella zona Euro o andassero a fuckoff out of the European Union.

martedì 16 luglio 2013

Il sole ad Astana

Il sole ad Astana
non basta a scaldare
una casta signora
chiamata puttana
dall'autorità italiana

È un sole opaco
quello kazako:
era meglio quello
farlocco
di Casal Palocco.

Ma purtroppo
chissà per quale ragione
prima un giudice
poi un poliziotto
la misero in prigione

Poi tutto si svolse all'insegna
della più assoluta eleganza:
madre e figlia consegnate
agli agenti kazaki,
a passo di danza.

Il ministro cazzaro
non era stato informato:
come fosse un Massaro
seppe tutto dalla stampa
e disse: «Dove sarebbe il reato?»

«Tutto avvenne
secondo procedura.
E se la procedura era sbagliata
la correggeremo
non abbiate paura».

Il sole ad Astana non brilla
per una donna e la figlia.
Certo, non solo per loro
ma per tutti gli schiavi
kazaki costretti al lavoro.

Ci vuole calma:
io, per non bacarmi
troppo i coglioni,
a riprendere Alma
ci manderei Scaroni.

Procaccini d'affari

via Balqis
Chi ha sbagliato deve pagare. 
Chi ha fatto bene deve riscuotere. 
Chi non ha fatto un cazzo deve rimanere al suo posto. 
Alfano: non mi viene in mente niente.
Bonino. Pensavo: se Emma Bonino non fosse stata ministro, ma quello che era prima, e cioè un'esponente del Partito Radicale, si sarebbe imbarcata, via Vienna, per Astana e si sarebbe incatenata davanti al palazzo presidenziale kazako? Magari con Pannella vicino in sciopero del respiro? Fame e sete non sono sufficienti in Kazakistan. 
Bonino. Pensavo: perché il ministro degli esteri, per rimediare allo sbaglio fatto da altri, da Procaccini (e vai!), non s'imbarca con un volo diretto per Astana, con l'obiettivo di riportare in Italia la signora Alma? Sarebbe bello, sarebbe sorprendente. Non riescono più a stupirci positivamente i politici.
Letta. Pensavo: quali sono i rapporti commerciali con il Kazakistan? Cioè, loro ci vendono il gas e il petrolio e noi gli vendiamo, cosa gli vendiamo? Fare lista. Vedere quali aziende italiane hanno interessi cospicui da quelle parti. Fare pressioni su tali aziende. O sennò chiudere i rapporti commerciali se non ci ridanno Alma. Fare i duri duri eccheccazzo. Ci farà paura il kazako. Non verranno mica coi cavalli ad abbeverarsi alla fontana di Trevi. 

Pensierino finale per il sudicio che ha scelto la linea soft del superavvocato Coppi: speriamo vinca Bartali.
«Farà piacere un bel mazzo di rose 
e anche il rumore che fa il cellophane, 
ma una birra fa gola di più 
in questo giorno appiccicoso di caucciù.»

venerdì 12 luglio 2013

La localizzazione dell'indifferenza 3

*

Cento anni fa John Pierpont Morgan moriva, settantaseienne, in un albergo di Roma.
Cento anni dopo la banca d'affari da lui fondata è ancora viva e prospera.
E da un punto di vista evolutivo, tra cento anni, l'umanità si potrà permettere che esista ancora?

giovedì 11 luglio 2013

Fare letteratura

È un periodo che non riesco più a fare letteratura, ammesso e non concesso che l'abbia mai fatta. Ecco, va meglio con l'ammettere e il non concedere. Tuttavia, fare letteratura ha ancora senso? La realtà è già di per sé stupefacente, inutile immettere altra finzione dentro la finzione del reale. Costruire un personaggio, farlo muovere in un contesto storico particolare, contemporaneo o meno, farlo appartenere a una classe o a un'altra, oppure farlo scendere o salire dall'una all'altra, farlo interloquire con questo o quello, dargli una voce, un paio d'occhi castani e nessun altro segno particolare, vederlo crescere nel tempo, magari prenderlo subito appena viene espulso fuori dal grembo materno, eccolo che piange, sentilo come strepita, ha già tutti i capelli pensa un po', pesa tre chili e cento, e subito s'attacca al seno come fosse una ventosa, che bravo bambino tanto carino che pare una bambina, che subisce il trauma dello svezzamento come una condanna a vita, mai più tanta beatitudine, e poi tutta una rincorsa, un gioco a rimpiattino coi propri bisogni e desideri, un andare avanti per inerzia sentendosi per tanti anni spinto in un altrove indefinito, senza un progetto di vita preciso, senza un modello forte e prevalente, ma con tanti intorno a tirarlo per la maglia a dirgli si fa così per vivere bene, ma un bene preciso forte definito ancora non è apparso all'orizzonte, non ha visto raggi verdi se non quelle poche volte che ha detto a una donna ti amo con sincerità. Ma dentro quel ti amo non c'è mai stato dentro tutto e quindi di nuovo libero di vagare senza la premura di trovare risposte definitive al grande enigma chiamato vita (Isaac B. Singer), solo individuando dove è meglio mettere i piedi per non pestare la merda che ti sporca l'anima.
E intorno al personaggio altri personaggi, donne, uomini, bambini, anziani saggi e cani che non mordono e si sentono più padroni dei padroni. Circostanze che lo circondano, esperienze che lo esperiscono, feste che fanno desiderare d'esser soli e solitudine che richiama a sé gli sguardi della gente. Eccolo lì, insomma, il protagonista, senza una trama precisa. Io, comunque, gli scrivo addosso apposta, per prenderlo in giro, per smuoverlo, provocarlo, mettergli a disposizione una vita parallela dove possa imparare a vivere o a fare finta e, allo stesso tempo, dove possa, della vita che passa, farne un po' di letteratura (con la miseria della “sua” bravura).

P.S.
Quanto scritto è stato in parte ispirato da un post odierno di Minerva Jones.

La localizzazione dell'indifferenza 2

Lakshmi Mittal 
Guardate quest'uomo con un riporto da fare invidia a Schifani: tra ieri l'altro e ieri ha trasferito circa 38 miliardi di euro dal Belgio al Lussemburgo. Questo perché il governo belga «ha deciso di tassare almeno del 5% i profitti delle grande industrie che versano i loro dividendi agli azionisti senza pagare - o pagando molto poco - le imposte grazie a dei marchingegni o a degli abusi sulle deduzioni».

Postilla: perché l'Unione Europea non avvia una procedura d'infrazione anche contro i gruppi industriali che fanno questi sporchi giochini finanziari? Perché la proprietà dei mezzi di produzione è sacra, più sacra ancora della proprietà delle nazioni e dei popoli come quello della Grecia? E ancora: se la UE non può intervenire contro la libertà di movimento dei capitali, perché non interviene contro uno stato membro come il Granducato di Lussemburgo, che è sì virtuoso - da un punto di vista dei bilanci pubblici - ma, allo stesso tempo vizioso perché centro di raccolta di capitali (grazie al segreto bancario) che si sono formati sfruttando il lavoro e l'ambiente di un altro stato membro?

mercoledì 10 luglio 2013

Ha ricevuto milioni di ansie, per questo è diventato così


Sto ascoltando in diretta la conferenza stampa di Grillo. Sono al 75% d'accordo con lui. Il 25% mantengo una riserva. Di ansia.

martedì 9 luglio 2013

Cosa ho capito

Tutto il puttanaio in corso per il controllo del Corriere della Sera, si può riassumere così: nelle società liberal-democratiche, è buona norma per i player capitalisti, più che avere un esercito personale (che, tra l'altro, a molti non manca), possedere, oltre ai mezzi di produzione, altresì i mezzi di informazione.
L'oggetto della contesa tra Agnelli, Della Valle e altre parti in causa, dunque, si riduce a questo, e anziché fare il tifo per l'uno o l'altro contendente (come mi successe, anni fa, nella famosa battaglia di Segrate, durante la quale parteggiavo per l'ingegnere versus il cavaliere*) occorrerebbe chiedersi donde traggono le risorse per partecipare a tal esoso giochino del provetto editore e, ingenuamente, si potrebbe rispondere: dalla vendita delle auto (Agnelli) e dalla vendita di scarpe (Della Valle). Vero? Se fosse vero (anche se non è vero per nulla, se non per il fatto che la vendita di auto e di scarpe è una condizione legata alla formula generale del capitale, ma non la causa della produzione di plusvalore), perché non reinvestire la “ricchezza” accumulata nel settore che l'ha prodotta, ovverosia, rispettivamente, nelle auto e nelle scarpe? 
Se, da una parte, le motivazioni di Della Valle - che, a quanto mi risulta, non soffre la crisi di mercato - sono da addurre all'ambizione di entrare definitivamente nel pantheon del capitalismo nostrano, quelle degli Agnelli quali sono? E pensare che essi, da un lato, costringono migliaia di operai alla cassa integrazione (pagata dallo Stato), dall'altra propongono (impongono?) ore di straordinario ai dipendenti dello stabilimento di Pomigliano... dunque, perché invece di investire quattrini per il controllo del Corriere della Sera, non li spendono per la propria Fabbrica Italiana Automobili Torino?

- Perché diversificano gli investimenti.
- Ma vai a fare diversamente in culo.

Perché così nessun giornalista e/o editorialista al Corriere (o a La Stampa, che già possiedono) porrà mai questioni decisive sulla natura del sistema di rapina legalizzata quale il capitalismo è, e sul quale essi fondano la loro legittimità di signori proprietari dei mezzi di produzione.
La Fiat è uno degli esempi più palmari per comprendere la vera natura del capitalismo.
Oddio, fammi andare a lavare le mani che ho i palmi sporchi.

* È da relativamente poco tempo che ho accantonato la distinzione tra capitalista buono e civile e capitalista cattivo e pezzo di merda. 

lunedì 8 luglio 2013

A ogni vivente il suo testo

Sera di poesia: ho preso Zanzotto e l'ho strattonato, tirato per la giacchetta, previo averlo fatto uscire dal cofanetto meridianeo e averlo agitato, sfogliato, previsto, imprecisato punto dove ho scelto un qualcosa che fosse trattenimento/godimento di La Beltà.

XV
Dietro barriere di luci protente spinose
è in allarme la base. Alzo zero.
Da qui attrezzate zone.
No miseria inedia frustrazione;
allevamenti immediatamente,
batterie di vitelli, polli, carname antifame.
Formiche mosche vespe
bruchi cantaridi d'allevamento,
umori del verde essiccati e macinati, mandragole,
noi disposti all'imprinting di più savie regole,
e poi per tutti i cosmi il sostegno commestibile
e il dolcissimo struggimento.
Formiche studiano Pavan
api Von Frisch, vespe Leo Pardi,
ogni vivente il suo testo, per meglio farsi cibarie
stimolo corpo desiderabile
mangianza e godenza e anche più in là.
[...]


Qual è il mio testo per farmi meglio cibaria stimolo corpo desiderabile mangianza godenza e anche più in là? Il mio testo. Vale a dire: io scrivo per rendermi commestibile perché, mangiando le mie parole, si possa assumermi, come una vitamina, una proteina, un sale minerale. Faccio bene? Dipende dalla posologia. Ci sono dottori che mi prescrivono in dosi omeopatiche, altri invece in dosi da ciclista che aspira a vincere il Tour. Per questo, attenzione all'antidoping, oppure all'effetto placebo. Io, fosse per me, mi basterebbe di funzionare, di essere un farmaco intelligente che colpisce i punti giusti senza causare troppi effetti collaterali. Come adesso, appunto, che mi è venuto sonno e non riesco più neanche a riporre Zanzotto (e me) dentro la custodia.

P.S.
Oltre alla testa, a definire la nostra identità c'è anche il testo.

sabato 6 luglio 2013

Quello che si può


Sono contento che Walter Siti abbia vinto il Premio Strega.
Sono contento, altresì, che Resistere non serve a niente sia stato il mio primo romanzo in formato elettronico che ho letto anno scorso, non appena comprai il Kindle.
A proposito: chi lo vinse anno scorso il Premio Strega?

A partissima:
Mi dispiace tanto non poter scrivere tutto quello che vorrei, anche se m'impegno molto a raccontarne una parte. Cosa mi trattiene? Pudore? Paura di ferire chicchessia, me compreso? Mettermi alla berlina. Ma ho già una berlina, pur se piccola.
Compito delle prossime settimane: pensare a fondo a quel che vorrei veramente scrivere ma non posso.
Come dissi all'analista la seconda e ultima volta che ci andai (a gratis): «Dottore io non ce la faccio a fare questo e quello, non posso». E lui: «Dica pure: non voglio».
Aggiungere al compito: discernere tra cosa veramente potrei ma non voglio (tipo raccontare qualcosa che ho in punta di tastiera ma mi trattengo dal farlo) e cosa vorrei ma realmente non posso (tipo pagarmi 80/100 euro di psicoanalista alla setttimana).


venerdì 5 luglio 2013

Lascio che parli

Alcuni giorni fa, per ragioni tediose che riproduco in nota¹, sono venuto a conoscenza che Gómez Dávila, un pensatore reazionario del Novecento, avrebbe definito la prolissità come affezione di coloro ai quali mancano le idee.
Relativamente al mio esercizio bloggheristico: può essere vero che la mia prolissità - riferita alla mia volontà quotidiana di postare - sia tesa a nascondere la mia sostanziale mancanza di idee. In altri termini, se io avessi idee non sarei prolisso, e quindi non scriverei e pubblicherei tutti i giorni qualcosa, bensì tratterrei dentro me tutte le mie idee, come gli spermatozoi dei preti (faccio per dire).
Ma cos'è un'idea? Convengo, con Gaber, ch'essa è qualcosa che dovrebb'essere mangiata per poter operare delle piccole rivoluzioni quotidiane alla propria vita offesa (cit. Adorno). Offesa da che? Dal contesto storico-sociale in cui, la vita, si trova conficcata. Allora l'io pensa, si fa delle idee e, per quanto può, ognuno secondo la propria indole, passa al contrattacco per non subire del tutto le predisposizioni della storia (sto pensando a casaccio, ho un leggero mal d'idea).
Questo post è brutto, mi ci vuole qualcosa che lo giustifichi ulteriormente. Mi era venuta un'idea stamani, appunto, poi non ho preso appunti e l'ho persa, ovvero l'ho ritrovata così, ammezzata, ma avevo un po' da fare, sai quelle cose che uno va al mercato compra un kg di pesche, mezzo di albicocche, un melone, tre cipolle, e rivede improvvisamente accanto una con la quale ci aveva provato, una volta, in discoteca, ma lei torse il viso altrove mentre stamani no, lo teneva giusto di profilo lanciando di quando in quando uno sguardo sorridente, confondendomi le intenzioni della spesa.
Dio però com'era bella, più bella ancora di una volta, con un vestito a rete che.
Vedi le idee come partono e subito si sgonfiano, dimostrando soltanto quant'io sia affetto da prolissità?
Ma la colpa non è mia, no. È di Walt Whitman

Canto me stesso, e celebro me stesso,
E ciò che assumo voi dovete assumere
Perché ogni atomo che mi appartiene appartiene
anche a voi.
Io ozio, ed esorto la mia anima,
Mi chino e indugio ad osservare un filo d'erba estivo.
La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo
suolo, da quest'aria,
Nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i
padri dei padri,
lo, ora, trentasettenne in perfetta salute, ora
incomincio,
E spero di non cessare che alla morte.
Credi e scuole in sospeso,
Un po' discosto, sazio di ciò che sono, ma mai
dimenticandoli,
Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli
a caso,
Senza controllo, con l'energia originale.²
Per capirsi: ho incominciato un po' d'anni fa a essere prolisso «e spero di non cessare che alla morte». 

Note
¹ Chiedo venia se ricordo tale squallido momento della mia trascurabile attività d'internauta, ma durante la splendida manifestazione organizzata da Il Foglio, Siamo tutti puttane, mi sono lasciato tentare nel commentare in diretta, via Twitter, alcuni momenti salienti della suddetta pagliacciata. Sapete come funziona twitter: c'è un hastag che raccoglie tweet su un determinato argomento, e io, boccaperta che non sono altro, ho scaricato un profluvio di sconcezze rivolte ai foglianti e sodali amici che si esibivano sul palcoscenico di piazza Farnese. Bene, a uno di tali miei tweet che criticava Ferrara perché citava Scruton come fosse l'oracolo di Delfi, un signore mi ha risposto con la citazione di Gómez Dávila, accusandomi, quindi, di mancanza di idee perché prolisso. A mia volta, replicai, più o meno così: «Sì, sono prolisso con le puttane, dacché con loro non riesco mai a venire».

² da Song of Myself, traduzione di Ariodante Marianni per Rizzoli, Foglie d'erba, Milano 1988

I celebrate myself, and sing myself, 
And what I assume you shall assume, 
For every atom belonging to me as good belongs to you. 

I loafe and invite my soul, 
I lean and loafe at my ease observing a spear of summer grass. 

My tongue, every atom of my blood, form'd from this soil, this air, 
Born here of parents born here from parents the same, and their 
parents the same, 
I, now thirty-seven years old in perfect health begin, 
Hoping to cease not till death. 

Creeds and schools in abeyance, 
Retiring back a while sufficed at what they are, but never forgotten, 
I harbor for good or bad, I permit to speak at every hazard, 
Nature without check with original energy. 

martedì 2 luglio 2013

Il cielo stellato dentro me, la legge morale fuori di me

Volta celeste
Pensavo all'anima: l'ho persa, così come ho perso, nell'ordine, la fede*, l'amore, la timidezza, il calcio, la televisione, la politica italiana dopo lo sfacelo del Partito Democratico seguito alle ultime elezioni, l'idea che l'Italia possa un giorno diventare un paese normale, la voglia d'impegnarsi perché lo diventi.
Di contro, persa l'anima e tutte le altre cose dette, con qualcuna in meno che ora non mi viene in mente e se mi viene la elencherò un'altra volta, resta il corpo, le sue passioni, la voglia di estrarne piccoli godimenti quotidiani, minime sensazioni di benessere, o anche solo il fatto di tenere lontani, per quanto possibile, malesseri e malanni.
E, dunque, perché se stasera tuffo lo sguardo nel cielo stellato non avverto alcun desiderio di pensare all'Oltre me, mi stufo subito e rientro In me comportandomi nella stessa maniera delle stelle nei confronti dei loro osservatori interstellari?
Getto luce minima di lucciola, debole, assolutamente inutile per trovare la via, eppure mi piacerebbe che questa scia luminosa intermittente, che mi trascino dietro nelle mie elucubrazioni, lasci qualcosa della mia sussistenza, non tanto per glorificare post mortem un io inutile, quanto perché, come io sorrido nel vedere ora una lucciola transitare, così qualcuno altrettanto sorrida nel leggere il mio «transito di un io affaticato in attesa di compimento» (cit.).
Cristo, come sono vanesio. È meglio interrompa qui le mie riflessioni intorno all'io, alla vita, alle impossibili identificazioni di un senso. Meglio che mi rituffi nell'inattualità per respingere l'onda inflattiva delle informazioni inutili, della Santanchè come problema politico, e mi farò un bel massaggio prostatico per tirare fuori una parte di essere - un modo sicuramente migliore del fare ontologia coi pantaloni alla zuava.

*Anche se non posso essere sicuro di averla mai avuta, così come la intende chi davvero ce l'ha.

Annunciazione annunciazione


L'Egitto avrebbe tanto bisogno di un faraone straniero.


lunedì 1 luglio 2013

Nell'area andreottiana da sempre

«Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale» [pag. 80-81]
«Cerchiamo di immaginarlo questo mafioso, divenuto capitano d'industria. Ricco, sicuro di potere disporre di una quantità di denaro che non ha dovuto prendere a prestito e che quindi non deve restituire, si adopera per creare, nel suo settore di attività, una situazione di monopolio, basata sull'intimidazione e la violenza» [pag. 129]
«Si sente ripetere sui giornali che il riciclaggio passa attraverso le finanziarie di Milano. Ma quante ne sono state identificate? Pochissime. Si dice da più parti che i riciclatori si servono delle operazioni di Borsa. Quante operazioni di questo tipo abbiamo scoperto? Nessuna, che io sappia. Affermazioni avventate di tal fatta possono influire in modo non irrilevante sul mercato legale. A volte il semplice fatto che la stampa additi alcuni settori finanziari come privilegiati dal riciclaggio basta a dirottare l'investimento con le intuibili conseguenze negative. Per dirla coi banchieri, il denaro ha “zampe di lepre e cuore di coniglio”» [pag. 139]
Giovanni Falcone, in collaborazione con Michelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1991.

«A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino e non come dicono i carabinieri»
«Lei mi ci vede a confezionare la bomba di Falcone?». «Brusca non ha fatto tutto da solo. Lì c’era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda del giudice Paolo Borsellino. Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l’agenda? In via D’Amelio c’entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che dopo cinque minuti dall’attentato sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa».
«La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità. Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura»
«Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre». Totò Riina, Rivelazioni a un agente carcerario”.

L'enfer, c'est les autres

[*]
Ma dài, non è vero, su. Piuttosto gli altri di Twittèr o Facebòòk.